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Un contributo economico complessivo di 4.500 euro per ciascun figlio da 0 a 3 anni. È quello che otterranno i dipendenti di Edison, grazie a un nuovo programma a supporto delle neo-mamme e dei neo-papà chiamato “Primi passi” e lanciato dall’azienda a fine marzo. 

L’iniziativa, che include anche 1.200 euro per ciascun figlio dai 4 ai 6 anni e congedi di paternità più ampi di quelli già previsti dalla legge, si inserisce in una tendenza nazionale. A seguito di un decennio di espansione del welfare aziendale – sia dal punto di vista normativo ma anche della cultura delle organizzazioni –  le imprese orientano questo strumento con maggiore frequenza anche verso il tema della natalità.

Lo fanno andando a toccare nuovi ambiti, come testimonia il caso del gruppo moda OTB che è stato tra i primi in Italia ad offrire a lavoratori e lavoratrici un accesso agevolato ai servizi per la preservazione della fertilità. Lo fanno grazie ai bandi regionali per l’uso dei fondi europei, come evidenziato dai casi di Veneto e Piemonte che abbiamo raccontato nelle scorse settimane. E lo fanno anche facendo rete sul tema degli asili nido, da decenni un tallone d’Achille del nostro welfare. 

Le motivazioni che portano a questa tendenza sono molteplici. 

Proviamo ad analizzarle insieme, arrivando a trattare il caso concreto della Fondazione Cresciamo il futuro, creata lo scorso anno da 9 tra le più grandi imprese italiane che fanno welfare aziendale. 

La spinta di imprese, società civile e Governo

“La natalità è frenata da vincoli economici e materiali, ma anche i fattori culturali giocano un ruolo significativo”, è una delle conclusioni cui è arrivata Fondazione Magna Carta grazie a una ricerca che ha coinvolto 1.300 giovani italiani. Per questo, secondo la Fondazione che ha avviato un osservatorio sulla crisi demografica, “le politiche di welfare aziendale per la conciliazione sono fondamentali”. Magna Carta ha interpellato anche un campione di PMI e grandi imprese: per quanto tra i due tipi di aziende rimangano grandi disparità di implementazione, un welfare aziendale articolato viene considerato unanimemente una delle “leve decisive per trattenere i giovani”. 

A conclusioni simili è giunta anche un’altra survey, realizzata dalla Rete Adamo, creata nel 2023 da Chicco, Edenred Italia e Plasmon per “offrire un supporto concreto ai genitori e cercare, così, di agevolare la nascita di nuove famiglie”. Il sondaggio ha coinvolto 750 dipendenti delle tre aziende, per l’80% dei quali le misure a sostegno della genitorialità aiutino le persone a sentirsi più tranquille nel pianificare anche il proprio futuro familiare. Dal campione intervistato, il supporto alla genitorialità è percepito come un valore positivo per il benessere individuale e organizzativo, con un punteggio di 7,7 su 10: sapere che la propria azienda ha una politica di supporto per la famiglia aumenta il senso di appartenenza per l’80% dei dipendenti. 

Sostegno alle famiglie: il Governo punta sul welfare aziendale

La spinta per utilizzare il welfare aziendale per provare a contrastare la denatalità italiana non viene, però, solo dalle imprese.

Anche la società civile gioca un ruolo in tal senso. 

La Fondazione per la Natalità, per esempio, lo scorso anno ha lanciato insieme al Forum delle Associazioni Familiari e all’Università Luiss, il Family Index. L’iniziativa prevede un’indagine nazionale, la creazione di un modello di valutazione scientificamente validato, e la raccolta delle migliori pratiche aziendali. “Questo progetto risponde a un’esigenza chiara: creare uno strumento scientifico e misurabile un coefficiente in grado di valutare l’effettivo impatto delle politiche aziendali sulla genitorialità”, ha spiegato la Fondazione in un comunicato. La presentazione dei primi risultati è attesa in autunno. 

Ultimo ma non certo per importanza, vi è anche il sostegno del Governo, che ha dato grande spazio al tema del welfare aziendale nell’attuale Piano nazionale per la famiglia. La sfida della natalità “richiede il coinvolgimento di tutti, a cominciare dai territori e dal mondo del lavoro e dell’impresa”, ha dichiarato la Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella.

Una rete di asili nido aziendali diffusi

Le dichiarazioni di Roccella sono state pronunciate lo scorso dicembre per la firma di un protocollo tra il Dipartimento per le politiche della famiglia guidato dalla Ministra e la Fondazione Cresciamo il futuro, che riunisce A2A, Engineering, Eni, FiberCop, Fincantieri, Intesa Sanpaolo, ITA Airways, Leonardo e Open Fiber. Alcuni mesi prima, la Fondazione aveva siglato un’altra intesa col Ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Al centro di entrambi i protocolli, un progetto per realizzare una rete nazionale di asili nido aziendali diffusi. 

Romina Chirichilli, Direttore People & Sustainability Open Fiber
Romina Chirichilli, Direttore People & Sustainability Open Fiber

“Abbiamo iniziato a ragionare su questo tema nel 2024”, racconta a Percorsi di Secondo Welfare Romina Chirichilli, direttrice People & Sustainability di Open Fiber, che già promuove diverse iniziative di welfare aziendale per la natalità, dai bonus per le neomamme a congedi di paternità più lunghi. “Con la diffusione dello smart working e l’età media dei lavoratori in crescita, gli asili nido aziendali stanno assumendo un senso un po’ diverso rispetto al passato, aggiunge la responsabile delle risorse umane dell’impresa. 

Il classico asilo nido aziendale, pensato nella sede dell’impresa, dove i genitori lasciano i bambini all’arrivo in azienda e li riprendono al termine dell’orario di lavoro, oggi risulta meno appetibile. In imprese come Open Fiber, che non hanno fatto passi indietro sul lavoro da remoto e anzi lo considerano una scelta strategica, il minor numero di giorni trascorsi in ufficio ogni settimana spinge i genitori a cercare strutture per i loro figli più vicine a casa. Per questo, riprende Chirichilli, “abbiamo pensato che gestire una rete diffusa sarebbe andato più incontro alle esigenze di lavoratori e lavoratrici” e “abbiamo messo a fattor comune quello che già c’era”.

Concretamente, ciò significa che le 9 imprese di Cresciamo il futuro hanno creato una rete comune di asili nido aziendali cui i loro dipendenti possono accedere attraverso una piattaforma, senza tenere conto di quale sia l’azienda che gestisce la struttura. In pratica, un dipendente di Open Fiber può iscrivere suo figlio a un nido gestito da Intesa Sanpaolo oppure una lavoratrice di A2A può fare lo stesso con un asilo di ITA Airways e così via… 

Obiettivo: mille bambini iscritti

Fondazione Cresciamo il futuro si è costituita formalmente come ETS nel 2025. “Inizialmente, gli asili nido aziendali inseriti nella rete erano 15, ora sono già 39 strutture, per un totale di 200 bambini iscritti. L’obiettivo è toccare quota 1.000 da qui a un anno”, dice Chirichilli.

Le prospettive di ampliamento per la rete di Cresciamo il futuro sono diverse: da un lato, potrebbero partecipare all’iniziativa anche altre imprese, portando in dote i loro nidi aziendali; dall’altro, c’è la possibilità di convenzionare con la Fondazione asili nido non aziendali già operanti sui territori. “La rete è destinata a crescere”, prevede la responsabile risorse umane di Open Fiber. Sembra darle ragione l’ultimo rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale: tra le iniziative che le imprese con 50 addetti o più vorrebbero attivare, il nido aziendale è il più richiesto, indicato da oltre l’80% delle aziende interpellate. 

Un ulteriore passaggio che la Fondazione Cresciamo il futuro dice di voler fare è rendere i nidi della rete accessibili non solo per i dipendenti delle aziende promotrici, ma anche alle comunità locali e ad altre imprese. “L’idea è di coinvolgere le nostro filiere”, aggiunge Chirichilli. Open Fiber, per esempio, ha 1.860 dipendenti, ma con tutte le realtà della sua filiera si arriva a circa 10.000 lavoratori coinvolgibili.

La sfida di aprirsi alle comunità

Quella di aprirsi alle comunità rimane una sfida cruciale, per Cresciamo il futuro e per tutte le iniziative di welfare aziendale. 

Come spieghiamo spesso su Percorsi di Secondo Welfare, infatti, il welfare aziendale è molto cresciuto negli ultimi anni, ma è ancora diffuso a macchia di leopardo: concentrato nelle imprese di dimensioni maggiori e molto più diffuso nell’Italia centrale e, soprattutto, Settentrionale. Senza contare il dualismo strutturale tra lavoratori dipendenti e non, come liberi professionisti o precari che, come abbiamo visto, fanno molta fatica a conciliare vita e lavoro, a maggior ragione se hanno dei figli.  

Come welfare aziendale e fringe benefit possono essere un’opportunità per i territori

Il welfare aziendale può certamente contribuire a ridurre la distanza tra il numero di figli che gli italiani dicono di volere e quelli che effettivamente hanno, con conseguenze positive sulla natalità del Paese. Il rischio, però, è che i benefici di queste misure siano riservati solo ad alcune fasce della popolazione, a maggior ragione in un contesto in cui certi servizi continuano a faticare ad essere garantiti a tutta la cittadinanza.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, per esempio, aveva previsto un investimento importante per gli asili nido. Ma, scrive la Fondazione Agnelli nel suo ultimo monitoraggio, “ha avuto un iter assai difficile. Dopo le diverse revisioni del piano, le risorse PNRR dai 4,6 miliardi originari sono scese oggi a poco meno di 3,8 miliardi, mentre i nuovi posti da creare sono passati da 264.000 a 150.480”. 

L’obiettivo va raggiunto entro il prossimo giugno, ma il risultato è ancora incerto. 

 

 

Foto di copertina: ergonofis, Unsplash.com