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A luglio è stato inaugurato a Torino lo Spaccio di cultura – Portineria di comunità, un progetto nato dalla Rete Italiana di Cultura Popolare nel cuore di Porta Palazzo (un quartiere di cui, in parte, vi avevamo raccontato qui). L’iniziativa vuole promuovere sul territorio una rete di servizi e di solidarietà e rafforzare il tessuto sociale e culturale del quartiere.

Lo Spaccio di cultura: cos’è

Lo Spaccio di cultura è un servizio di portineria in parte simile ad alcuni progetti di cui abbiamo già parlato (come questo a Genova e in Liguria): proprio come un servizio di portineria condominiale, promuove servizi legati alle esigenze della vita quotidiana e si propone come punto di riferimento per i suoi “abitanti”. Lo Spaccio offre i servizi più disparati: dalla ricezione dei pacchi alla traduzione di testi in varie lingue, dalle pulizie alle riparazioni artigianali, per arrivare a servizi di supporto tecnologico, disbrigo pratiche e baby-sitting.

Per accedere ai servizi è necessario diventare “abitanti” della Portineria attraverso una adesione con validità annuale. Attraverso questa associazione è possibile utilizzare lo Spaccio come luogo per il deposito di pacchi e chiavi e accedere a una rete di artigiani e liberi professionisti di fiducia. Gli abitanti della Portineria possono poi sottoscrivere degli abbonamenti che danno diritto a un certo numero di prestazioni dello Spaccio (6, 12 o 24 servizi a scelta tra quelli disponibili). I servizi possono anche essere acquistati singolarmente secondo le tariffe indicate sul sito dello Spaccio.

La Portineria è presidiata durante il giorno, in orari che cambiano a seconda della stagione, da tre “portinai” che hanno il compito di garantire i servizi di base dello Spaccio e di coordinare altri portinai che svolgono alcuni dei servizi offerti (disbrigo pratiche, consegna a domicilio di spesa e pacchi, ecc.). La qualità dei servizi professionali e artigianali è garantita attraverso diversi canali: innanzitutto sono inseriti nella rete della Portineria solo gli artigiani e i professionisti che lavorano in regola (con partita IVA, contratto di lavoro o di collaborazione). Per quanto riguarda il servizio di baby-sitting i candidati sono selezionati sulla base del CV e di almeno tre referenze verificate dai portinai; dopo le prime prestazioni, inoltre, i portinai contattano la famiglia che ha usufruito del servizio e raccolgono impressioni e valutazioni sull’operato del/la baby-sitter.

L’offerta di servizi – per quanto ampia – non è l’unico punto di forza dello Spaccio. Come suggerisce il nome stesso, il progetto vuole infatti proporsi come snodo culturale e sociale di una zona che comprende parte dei quartieri Porta Palazzo, Aurora, Quadrilatero e Borgo Dora (delineata da piazza Castello, piazza Statuto, via Cernaia e corso Emilia). Attraverso numerose occasioni di coprogettazione, la Portineria predispone continuamente iniziative e servizi che rispondono ai desideri e ai bisogni dei suoi abitanti. In questo modo è nata, per esempio, l’idea di promuovere iniziative di supporto scolastico durante e dopo il lockdown, attività ricreative per l’estate, una Scuola della Portineria Itinerante da realizzare in spazi espositivi, turistici e ricreativi del quartiere (ma momentaneamente fruibile online).

Lo Spaccio di cultura: il percorso di coprogettazione

Lo Spaccio ha iniziato a operare nel corso del primo lockdown, sebbene l’inaugurazione ufficiale sia avvenuta nel luglio 2020. La progettazione dell’iniziativa è però iniziata alla fine del 2018 e dura tuttora, attraverso diversi strumenti di ascolto del territorio e, a partire dall’estate, con incontri specifici con gli abitanti della Portineria.

Lo strumento di rilevazione principale è l’intervista: a partire dal 2018 sono state realizzare quasi 400 interviste a residenti, commercianti, artigiani, piccole e grandi imprese, Terzo Settore. Queste interviste – tuttora in fase di realizzazione – hanno lo scopo di raccogliere le storie delle persone che gravitano intorno alla Portineria, raccontare il progetto dello Spaccio, registrare i bisogni e i desideri delle persone e degli enti intervistati ma anche le risorse che possono mettere a disposizione del territorio.

Le interviste sono caricate su uno strumento tecnologico chiamato “Portale dei saperi” e a ognuna sono attribuite delle parole chiave – chiamate “significanti” – intorno a cui un algoritmo costruisce una famiglia di significati: in questo modo è possibile raggruppare le interviste in base ai temi toccati e aggregare interessi, bisogni e necessità. Le interviste contribuiscono a orientare la scelta dei servizi da proporre e delle attività che lo Spaccio ospita: quando viene individuato un certo tema il Portale permette di individuare velocemente tutte le persone e realtà intervistate che possono essere coinvolte. La coprogettazione dello Spaccio è realizzata anche attraverso incontri settimanali con gli oltre 80 abitanti della Portineria. Attraverso il confronto tra i sostenitori dello Spaccio, e alla luce delle esigenze espresse, vengono proposte e implementate iniziative culturali, sociali e di vario genere aperte a tutta la popolazione locale: dal cinema in piazza a servizi estivi ricreativi ed educativi per bambini e ragazzi, passando per la creazione di un piccolo giornale locale intitolato “Chiacchiere di Portineria”.

Lo Spaccio amplia costantemente la sua offerta di servizi grazie a questo dialogo con il territorio: con l’inserimento del Piemonte nella zona rossa in occasione della seconda ondata della pandemia, per esempio, è stato lanciato il GASP – Gruppo di Acquisto Solidale della Portineria. L’iniziativa ha lo scopo di sostenere gli esercizi commerciali colpiti dalle nuove chiusure e di facilitare gli acquisti per i residenti (che possono ordinare tramite WhatsApp e ricevere la spesa direttamente a casa): in questo modo lo Spaccio sostiene l’economia del quartiere orientando verso realtà commerciali locali la spesa dei propri abitanti, che trovano nel servizio la comodità e velocità tipiche delle grandi piattaforme di acquisto e delivery.

Lo Spaccio di cultura nelle parole di un suo “abitante”

Abbiamo intervistato Antonio Damasco, direttore della Rete Italiana di Cultura Popolare, per farci raccontare il significato dello Spaccio e il percorso di coprogettazione che ha portato alla sua nascita.

Antonio, potresti spiegarci l’origine del nome “Spaccio di cultura”?

Lo Spaccio nasce dalla Rete Italiana di Cultura Popolare, un ente a vocazione più culturale che sociale – sempre che sia possibile fare distinzioni nette – che, tra le altre cose, gestisce il Fondo del più grande linguista italiano, Tullio De Mauro. Questa origine condiziona fortemente il progetto: l’assunto di base è che qualunque azione, anche sociale, non può prescindere dall’identità e dalla cultura del luogo. Per questo, secondo me, molti interventi sociali non mettono radici sul territorio: perché non hanno avuto una base culturale pronta a recepirli, perchè il territorio non era pronto ad accoglierli o non è cresciuto insieme a loro. Tullio De Mauro diceva che “cultura” deriva da “coltura”, cioè tutto ciò che viene coltivato affinché ci siano regole condivise per poter vivere insieme. Dunque la cultura ha la responsabilità di dettare, insieme alla comunità di prossimità in cui vive, le regole per la convivenza. Questo è l’assunto essenziale del progetto: dobbiamo spacciare cultura, dobbiamo far sì che questa cultura sia condivisa. Altrimenti rimane l’idea di un intellettuale qualunque: viene portata sul territorio ma poi quasi sempre fallisce.

L’idea dello “spaccio” ci è sembrata significativa anche per la storia della piazza di cui è situata la Portineria: fino a non molto tempo fa questa era una zona di spaccio vero e proprio, l’idea di promuovere uno “spaccio di cultura” ci è sembrata rappresentativa del cambiamento in corso nel quartiere.

In che modo lo Spaccio si ricollega a esperienze simili come le edicole sociali o i maggiordomi di quartiere?

In realtà devo ammettere una cosa: il fatto che lo Spaccio si trovi in un’edicola è quasi casuale. L’edicola è bella dal punto di vista estetico, è un presidio che è raccontato bene ma è abbastanza scomoda: c’è pochissimo spazio per immagazzinare pacchi e consegne, in mezzo a una piazza non arriva internet…

Per quanto riguarda il maggiordomo di quartiere è importante sottolineare che, almeno nel nostro caso, la dimensione commerciale di offerta dei servizi non è l’unica presente. Lo Spaccio porta avanti un paziente lavoro di cura della comunità di prossimità. L’essenza della Portineria è il fatto di mettersi a disposizione di una comunità che però, a sua volta, contribuisce a creare e modellare la stessa Portineria: gli abitanti infatti possono essere sia produttori che beneficiari dei vari servizi dello Spaccio, in una sorta di economia circolare di quartiere. Perché ciò avvenga deve esserci un lungo lavoro di ascolto del territorio: non a caso la nostra attività è iniziata quasi due anni prima dell’inaugurazione dello Spaccio. Solo a partire da questa concezione, e da questo lavoro preparatorio, può emergere una dimensione commerciale e di profitto. Questa dimensione è interessante, ma non è il fulcro della Portineria.

La dimensione economica è però importante, nell’ottica di dare stabilità al progetto. Come avete affrontato il tema?

Riteniamo che la dimensione economica sia molto importante: essere costretti a chiudere dopo una paio di anni perché “non abbiamo fatto bene i conti” sarebbe distruttivo per il clima di fiducia che si è creato. Nell’anno e mezzo di progettazione che ha preceduto la nascita dello Spaccio abbiamo fatto anche un’attenta pianificazione economica. Le prime risorse – 100mila euro – sono state garantite da un bando PON Metro vinto dalla Città di Torino; questi soldi sono serviti per riqualificare l’edicola e assumere i primi portinai.

Per quanto riguarda il funzionamento quotidiano e la sostenibilità futura prevediamo, nel giro dei primi due anni di attività, di guadagnare il 60% del budget necessario attraverso i servizi commerciali della Portineria: le affiliazioni annuali, gli abbonamenti e i servizi offerti direttamente dai nostri portinai. Man mano che le esigenze emergono inauguriamo nuove attività più o meno ordinarie ampliando il nostro catalogo di servizi. Il restante 40% lo raccoglieremo attraverso iniziative di sensibilizzazione volte a far riconoscere il valore pubblico e sociale del nostro progetto. Al momento, in questo senso, abbiamo due grandi partner e sponsor: la Fondazione CRT e Lavazza. Quest’ultima ha la sua sede proprio nel nostro territorio di riferimento ed è molto attenta a quanto accade nel quartiere.

Chi sono i portinai dello Spaccio?

Anche nella scelta dei portinai abbiamo cercato di dare priorità alle fragilità del territorio: si tratta infatti di persone con un percorso migratorio alle spalle e con difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro. La Portineria non rappresenta solo un’opportunità concreta di occupazione, ma anche la possibilità di presentarsi agli abitanti della comunità di prossimità, superare pregiudizi e – perchè no? – magari ricevere offerte di lavoro all’esterno della Portineria.

La dimensione della prossimità, a mio parere, è sintomo di un fallimento sociale e culturale: siamo costretti a occuparci della prossimità perchè non siamo più in grado di parlare con quelli che abitano un po’ più lontano? Tuttavia la prossimità è, come in questo caso, anche un antidoto a grandi problemi quali il razzismo, la sfiducia e la discriminazione.

Sebbene l’inaugurazione dello Spaccio sia avvenuta a luglio, la vostra attività è iniziata in pieno lockdown. Puoi raccontarci cosa avete fatto in quel periodo e quali riflessioni avete fatto in merito?

Il nostro lavoro continua ad aumentare da quando è iniziata la pandemia: i bisogni delle persone sono letteralmente esplosi. Nel lockdown ci siamo interrogati, in particolare, sull’esclusione potenzialmente generata dalla didattica a distanza. Abbiamo fatto un accordo presso un avvocato con 5 scuole superiori torinesi; i presidi di questi istituti ci hanno dato i nomi e i contatti di tutti gli studenti che non si collegavano alle lezioni. Abbiamo cercato un’interlocuzione col pubblico per attivare una qualche progettualità ma purtroppo non abbiamo trovato risposta, perciò abbiamo coinvolto Lavazza. Tutto questo è stato possibile, ovviamente, solo grazie al precedente lavoro di coprogettazione: gli enti pubblici e privati ci hanno aperto la porta solo perchè eravamo attori conosciuti sul territorio.

In questo modo abbiamo individuato 120 ragazzi e ragazze lasciati indietro, a cui abbiamo cercato di rivolgere un’azione mirata di accompagnamento. Siamo letteralmente andati a cercarli a casa, trovando situazioni di ogni genere: sovraffollamento, traffici illeciti, case in cui non si parla l’italiano e dove non c’era comprensione della situazione in corso, minori irreperibili e assenti da casa da settimane (in pieno lockdown). Dopo un lungo lavoro di accompagnamento, svolto anche grazie a docenti disponibili a dare supporto individualizzato gratuito, alla fine siamo riusciti a far ricollegare 70 ragazzi e ragazze. Ma non passa giorno senza che io pensi ai 50 che non abbiamo potuto contattare: dove sono? Dove andranno? Non è escluso che prima o poi andranno a ingrossare le fila della povertà o della delinquenza.

Abbiamo esplorato interstizi della nostra società che trovo francamente pericolosi per la società attuale e per quella in cui vivranno le nostre figlie e i nostri figli. Il nostro lavoro è aumentato dalla pandemia anche perchè le persone non hanno trovato risposte da parte degli enti pubblici. Mai come in questo periodo è emersa la centralità del Terzo Settore: non è la gamba a cui il pubblico può appoggiarsi quando è in difficoltà e ha bisogno di pagare di meno le persone e i servizi. Il Terzo Settore è un soggetto essenziale che garantisce servizi e attenzioni cruciali per la tenuta del nostro tessuto sociale. Il nostro è un lavoro sugli interstizi. Ma senza quegli interstizi la macchina non gira.