Negli ultimi anni alcune parole sono entrate con crescente frequenza nel lessico del welfare territoriale: outcome, qualità della vita, valutazione di impatto, digitalizzazione, sistemi informativi, integrazione socio-sanitaria. Dietro questi concetti si intravede una consapevolezza sempre più diffusa: governare sistemi sociali complessi richiede una capacità crescente di comprendere ciò che accade nei territori e di utilizzare tale comprensione per orientare le decisioni.
Sarebbe però fuorviante immaginare che questa trasformazione sia già compiuta. In molti Ambiti territoriali sociali la misurazione continua a concentrarsi prevalentemente sulle prestazioni erogate, i sistemi informativi sono spesso frammentati, la disponibilità di dati non sempre si traduce in conoscenza utilizzabile, la misurazione degli outcome rimane limitata e gli strumenti di valutazione dell’impatto sono ancora confinati a specifiche sperimentazioni.
Esiste dunque uno scarto significativo tra il dibattito e la pratica. Questa distanza non riguarda soltanto l’adozione di strumenti tecnici. Recenti analisi sul welfare locale evidenziano infatti come le amministrazioni siano chiamate a svolgere funzioni sempre più complesse di programmazione, monitoraggio, valutazione e lettura dei bisogni territoriali, senza che a tali aspettative corrispondano sempre competenze e capacità organizzative adeguate. La questione riguarda quindi non solo ciò che i sistemi territoriali fanno, ma anche la loro capacità di comprendere, interpretare e utilizzare conoscenza per orientare le decisioni.
Ma proprio questo scarto suggerisce alcune domande: una volta raccolti i dati, costruiti gli indicatori, digitalizzati i processi e sviluppati nuovi strumenti di analisi, cosa accade? In che modo queste informazioni modificano concretamente il comportamento delle organizzazioni? Come influenzano le decisioni? Come contribuiscono a migliorare la capacità di risposta ai bisogni delle persone? La questione non riguarda soltanto la misurazione, riguarda l’apprendimento.
Come imparano i sistemi territoriali?
Le organizzazioni pubbliche producono ogni giorno una quantità crescente di informazioni. Raccolgono dati amministrativi, monitorano attività, elaborano report, partecipano a percorsi di valutazione e sviluppano sistemi informativi sempre più sofisticati. Eppure molte decisioni continuano a basarsi prevalentemente su percezioni, esperienze individuali e conoscenze implicite, mentre una parte consistente delle informazioni raccolte viene utilizzata soprattutto a fini rendicontativi. Spesso non è chiaro come queste informazioni possano trasformarsi in conoscenza organizzativa. In altre parole: come possono i sistemi territoriali imparare da ciò che osservano?
La domanda appare particolarmente rilevante nel welfare locale, dove i problemi affrontati sono caratterizzati da elevata complessità, forte dipendenza dal contesto e continua evoluzione dei bisogni. Povertà, disabilità, non autosufficienza, fragilità educativa, salute mentale e vulnerabilità familiari non si lasciano governare attraverso procedure standard valide in ogni situazione. Richiedono piuttosto la capacità di osservare, interpretare, adattare e correggere continuamente le proprie azioni.
In questi contesti la capacità di apprendere diventa una risorsa strategica. Non sostituisce le competenze professionali, le risorse economiche o gli assetti istituzionali. Ma contribuisce a renderli più efficaci. La qualità del welfare dipende sempre più dalla capacità di trasformare le informazioni in apprendimento e l’apprendimento in decisioni migliori.
Alcuni segnali dalla letteratura internazionale
L’idea che le organizzazioni pubbliche debbano sviluppare capacità di apprendimento non è nuova e attraversa diversi filoni di ricerca. Nel settore sanitario, il dibattito sui Learning Health Systems ha evidenziato l’importanza di collegare in modo più stretto dati, ricerca e pratica professionale per sostenere processi continui di miglioramento.
Più recentemente, il framework Human Learning Systems ha richiamato l’attenzione sulla necessità di approcci maggiormente orientati all’apprendimento e alla comprensione della complessità dei contesti sociali, mettendo in discussione modelli di gestione basati esclusivamente su obiettivi, target e misurazione della performance.
Anche gli studi sulla Collaborative Governance hanno evidenziato come la capacità di affrontare problemi complessi dipenda sempre più dalla costruzione di relazioni stabili tra organizzazioni differenti, dalla condivisione delle conoscenze e dalla produzione di interpretazioni comuni dei problemi pubblici.
Pur sviluppandosi in contesti e tradizioni disciplinari differenti, questi contributi convergono nel suggerire che la conoscenza utile all’azione non risiede esclusivamente nelle singole organizzazioni, ma si costruisce attraverso processi di apprendimento che coinvolgono professionisti, istituzioni e comunità. Nel welfare territoriale italiano tali riferimenti non hanno ancora trovato un’applicazione organica. Tuttavia, alcune delle innovazioni oggi in corso sembrano richiamare, almeno indirettamente, questioni analoghe legate alla capacità delle organizzazioni e dei sistemi territoriali di osservare, interpretare e utilizzare la conoscenza per orientare le decisioni.
L’integrazione socio-sanitaria come sfida di apprendimento
Per molti anni l’integrazione socio-sanitaria è stata affrontata soprattutto come una questione di governance: accordi di programma, protocolli operativi, cabine di regia e assetti organizzativi hanno rappresentato strumenti essenziali per costruire relazioni tra sistemi differenti. Nonostante questi sforzi, molti dei nodi dell’integrazione rimangono ancora aperti.
Tuttavia è possibile leggere la questione anche da un’altra prospettiva. Integrare significa mettere in relazione professioni differenti, organizzazioni differenti, sistemi informativi differenti e modi differenti di osservare la vita delle persone. Le persone vivono bisogni unitari, mentre le organizzazioni tendono inevitabilmente a frammentarli in competenze, procedure e responsabilità amministrative. Da questo punto di vista, l’integrazione non è soltanto una questione di coordinamento, è anche una questione di apprendimento collettivo. Richiede la costruzione di linguaggi condivisi, criteri comuni di osservazione, informazioni comparabili e capacità di elaborare interpretazioni comuni dei bisogni e dei risultati.
La crescente attenzione verso il Progetto di Vita introdotto dalla riforma della disabilità rende particolarmente evidente questa esigenza. La costruzione di un progetto personalizzato richiede la partecipazione di soggetti diversi, la definizione di obiettivi condivisi e la capacità di collegare bisogni, interventi e risultati lungo percorsi che attraversano contemporaneamente il sistema sociale, sanitario, educativo e comunitario.
In questa prospettiva, la capacità di apprendere insieme diventa una delle possibili precondizioni dell’integrazione.
Apprendere come ecosistema territoriale
Questa riflessione suggerisce un’ulteriore considerazione. Quando parliamo di capacità di apprendimento nel welfare territoriale, il riferimento non può essere limitato alle singole organizzazioni pubbliche. Una parte crescente della conoscenza sui bisogni, sulle risorse disponibili e sugli effetti degli interventi è infatti distribuita tra attori differenti: enti locali, aziende sanitarie, enti del Terzo Settore, cooperative sociali, istituzioni educative e reti comunitarie.
Nessuna organizzazione, da sola, osserva l’intera esperienza delle persone. Ciascuna dispone di informazioni parziali, costruite a partire dal proprio punto di osservazione, dalle proprie competenze e dalle proprie responsabilità istituzionali.
Questa asimmetria non riguarda soltanto le informazioni disponibili. Riguarda la natura stessa della conoscenza prodotta. Gli enti pubblici osservano i bisogni attraverso procedure, categorie normative e sistemi di accesso ai servizi. Le organizzazioni del Terzo Settore li incontrano spesso nelle relazioni di prossimità e nei contesti informali. Le cooperative sociali accumulano una conoscenza operativa sugli interventi che raramente trova spazio nei sistemi informativi istituzionali. Le reti comunitarie intercettano segnali deboli che difficilmente emergono nelle statistiche ufficiali. Si tratta di forme di conoscenza differenti, non semplicemente complementari. Per questa ragione la capacità di apprendimento di un sistema territoriale non dipende soltanto dalla quantità di dati raccolti e analizzati dagli enti pubblici. Dipende dalla possibilità di mettere in relazione prospettive differenti e di costruire interpretazioni condivise della realtà.
Anche alcuni strumenti collaborativi oggi diffusi nei territori possono essere letti in questa prospettiva. La coprogettazione, la coprogrammazione e altre forme di partenariato non rappresentano soltanto modalità di organizzazione dei servizi. Possono diventare occasioni nelle quali attori differenti mettono a confronto conoscenze, interpretazioni ed esperienze che nessuno possiede integralmente.
L’apprendimento collettivo che emerge da questi processi non sostituisce i dati, gli indicatori o i sistemi informativi. Li integra e li arricchisce. In questa prospettiva, un sistema territoriale che apprende non è semplicemente un’organizzazione più efficiente, ma un ecosistema capace di costruire, condividere e aggiornare continuamente una conoscenza comune sui bisogni, sulle risorse e sugli effetti delle proprie azioni. Da questo punto di vista gli Ambiti territoriali sociali possono rappresentare un luogo particolarmente significativo di osservazione, integrazione e apprendimento. La loro collocazione tra Comuni, sistema sanitario, Terzo Settore e comunità locali li pone infatti in una posizione privilegiata per raccogliere informazioni provenienti da fonti differenti e trasformarle in conoscenza utile alla programmazione e alla presa di decisione. Si tratta tuttavia di una potenzialità ancora largamente in costruzione, che richiede investimenti organizzativi, professionali e culturali non ancora pienamente consolidati nella maggior parte dei territori.
Questa potenzialità, tuttavia, non si distribuisce in modo uniforme. La capacità di svolgere funzioni di osservazione, integrazione e apprendimento dipende anche dalla disponibilità di risorse professionali, infrastrutture organizzative, sistemi informativi e reti istituzionali consolidate. Gli Ambiti collocati in contesti territoriali più strutturati o caratterizzati dalla presenza di un centro urbano di riferimento possono disporre di condizioni più favorevoli per sviluppare tali capacità, mentre nei territori più piccoli o periferici queste stesse funzioni risultano spesso più difficili da sostenere. Anche per questa ragione le esperienze oggi osservabili non dovrebbero essere interpretate come modelli immediatamente trasferibili, quanto piuttosto come percorsi che si sviluppano all’interno di condizioni territoriali differenti.
Un cantiere organizzativo: il caso dell’ATS Noncello
L’esperienza dell’ATS Noncello1 può essere letta in questa chiave. Negli ultimi anni l’Ambito ha avviato una serie di percorsi che, pur avendo origini differenti, sembrano convergere verso un medesimo obiettivo.
Il percorso Lean Management realizzato con Polo Tecnologico Alto Adriatico e Lean Experience Factory2, con il coinvolgimento di operatori, coordinatori e posizioni organizzative, è in fase di conclusione e ha consentito di riflettere sul funzionamento dei processi organizzativi e di ridurre attività che non generano valore per le persone.
In parallelo ha iniziato a introdurre un cambio di paradigma culturale, maggiormente orientato alla misurazione e al miglioramento continuo basato su analisi ed evidenze. Al contempo, il lavoro di formalizzazione e standardizzazione delle procedure che gli assistenti sociali stanno conducendo contribuisce alla costruzione di un patrimonio di conoscenza trasferibile e pone le basi per un possibile sviluppo futuro verso la certificazione ISO 9001. Lo sviluppo del gestionale informatico, in ottica di digitalizzazione dei processi, svolto a valle della reingegnerizzazione di questi ultimi, è tuttora in corso e punta a rafforzare le capacità informative del sistema. La collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca e con l’Azienda Sanitaria Friuli Occidentale, orientata alla costruzione di indicatori di outcome e qualità della vita nell’area della disabilità e dei servizi educativi, è stata definita ma deve ancora entrare nella fase operativa. La costruzione di una mappatura territoriale basata sull’indice di deprivazione rappresenta una prospettiva di lavoro finalizzata a migliorare la capacità di lettura del territorio e a orientare priorità e risorse.
In prospettiva, la disponibilità di informazioni più strutturate sugli outcome, sulla qualità della vita e sulle caratteristiche dei territori potrebbe contribuire a rendere più consapevoli le scelte di programmazione, allocazione delle risorse e definizione delle priorità di intervento. Nessuna di queste iniziative, considerata isolatamente, è sufficiente a trasformare un’organizzazione in un sistema che apprende. Tutte insieme, però, sembrano indicare una direzione: la ricerca di strumenti che consentano di comprendere meglio il territorio, conoscere meglio il proprio funzionamento e utilizzare tale conoscenza per orientare le decisioni.
Una questione aperta
Per lungo tempo il dibattito sul welfare si è concentrato sull’espansione e sull’organizzazione dei servizi. Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso la misurazione dei risultati, degli outcome e degli impatti. Oggi potrebbe emergere una domanda ulteriore: non soltanto cosa facciamo o quali risultati otteniamo, ma cosa impariamo da ciò che facciamo e da ciò che otteniamo.
Forse molte delle innovazioni che oggi attraversano il welfare territoriale – digitalizzazione, lettura dei bisogni, integrazione socio-sanitaria, outcome, gestione dei processi e collaborazione tra ricerca e servizi – stanno convergendo verso una medesima esigenza: aumentare la capacità dei sistemi territoriali di apprendere. Forse è ancora presto per parlare di un vero e proprio Learning Welfare System. Forse la questione riguarda non soltanto la capacità delle singole organizzazioni di apprendere, ma anche quella degli ecosistemi territoriali di costruire conoscenze condivise tra soggetti pubblici, sanitari, sociali e comunitari.
Non è però troppo presto per osservare che la capacità di apprendere potrebbe diventare una delle risorse più importanti di cui i sistemi territoriali dispongono per affrontare la crescente complessità dei bisogni sociali. Se il welfare dei primi anni duemila ha dovuto imparare a costruire servizi e quello degli ultimi anni a misurare risultati, una delle sfide del prossimo decennio potrebbe essere imparare ad apprendere.
Per approfondire
- Ansell C., Gash A. (2008), Collaborative Governance in Theory and Practice, Journal of Public Administration Research and Theory, 18(4), 543-571.
- Lowe T. (2021), New development: Responding to complexity in public services – The Human Learning Systems approach, Public Money & Management, 41(7), 573-576.
- McGinnis J.M. (2021), Advancing the Learning Health System, New England Journal of Medicine, 385(1), 1-3.
- Pastore L. (2025), Valore pubblico e misurazione degli impatti. Evoluzione e sfide nel public management. Analisi e casi nel settore socio-sanitario, Giappichelli, Torino.
- Percorsi di Secondo Welfare (2026), Welfare locale: il ruolo dei Comuni, Expert Survey P2W #2.
Note
- In Friuli-Venezia Giulia l’acronimo ATS si riferisce a “Ambito Territoriale Sociale”, a volte indicato anche come “Ambiti Territoriale per la Gestione Associata del Servizio Sociale”. Si tratta di raggruppamenti di Comuni che gestiscono in modo associato i servizi sociali e socio-assistenziali per i cittadini. Nel caso di Noncello, l’ATS insiste sui Comuni di Pordenone(ente capofila), Cordenons, Porcia, Roveredo in Piano, San Quirino e Zoppola, ndr
- Il Polo Tecnologico Alto Adriatico e la LEF – Lean Experience Factory formano il principale ecosistema integrato per l’innovazione e la trasformazione digitale nel Nord-Est.Il Polo Tecnologico Alto Adriatico (con sede principale a Pordenone) è un parco scientifico e acceleratore che supporta startup, PMI e grandi imprese nello sviluppo di progetti legati a Industria 4.0 e Transizione 5.0. Attraverso la sua Business Unit dedicata, offre servizi di audit, trasferimento tecnologico e ricerca di bandi e incentivi europei e regionali. La LEF – Lean Experience Factory (situata a San Vito al Tagliamento, PN) è il più grande centro di formazione esperienziale e fabbrica digitale modello al mondo. Nata nel 2011 da una joint venture tra Confindustria Alto Adriatico e McKinsey & Company, la LEF permette a manager e lavoratori di testare sul campo soluzioni Lean, Digital e Agile attraverso, ndr