L’estate sta finendo (forse). È stata una delle più calde di sempre, ma probabilmente sarà più fresca delle prossime, come ci dicono ormai da tempo diversi studi scientifici.
Un’estate in cui si è discusso molto di numeri e proposte, in cui sono state prese molte iniziative, spesso però sulla scia dell’emergenza, meno con una prospettiva di lungo periodo. Un’estate che è stata più volte paragonata al lockdown pandemico, avendo costretto tante persone, soprattutto le più fragili, a rimanere a casa.
Ora che le temperature stanno scendendo proviamo a tirare le somme: cosa abbiamo imparato da questa estate? Quali sono stati gli effetti su bisogni e servizi? Cosa dovremmo fare per migliorare la nostra capacità di affrontare il caldo? Andiamo con ordine.
Il caldo non è uguale per tutti
La prima lezione che abbiamo (ri)imparato è che il caldo non è uguale per tutti: età, reddito, qualità dell’abitare e accesso ai servizi determinano chi è più esposto ai suoi effetti. Lo scrivevamo già nel 2023 ed è ancora più vero oggi. Lo ha raccontato bene l’Alleanza contro la povertà, che ha lanciato la campagna La povertà non ha ferie per approfondire le diverse facce del disagio che si inasprisce durante i mesi estivi.
I dati dicono che la quota di famiglie italiane interessate dalla cooling poverty – l’incapacità di mantenere condizioni termiche sicure e confortevoli nella propria abitazione durante i periodi di caldo – nel 2023 si attestava al 34% tra i nuclei appartenenti al quintile di reddito più basso, e scendeva al 16% tra le famiglie con i redditi più elevati (European Commission 2026). Se il 99,4% delle famiglie residenti in Italia vive in abitazioni dotate di riscaldamento, solo il 56% dispone di almeno un sistema di condizionamento (Istat 2024), con percentuali più basse tra la popolazione più povera. Ma non si tratta solo di avere o meno condizionatori in casa.

Spesso le persone più colpite dal caldo hanno abitazioni inefficienti, sovraffollate, site in quartieri poco verdi, o svolgono lavori più esposti al calore. La cooling poverty infatti riflette e rafforza gerarchie sociali già esistenti: non riguarda solo chi può permettersi un climatizzatore, ma chi ha il controllo sul proprio ambiente domestico, sul tempo e sulle risorse per poterlo mantenere confortevole anche in estate (Italian Climate Network 2026).
Il caldo è un problema sanitario
In Europa, tra tutti gli eventi estremi legati al clima, il caldo è quello che provoca il maggior numero di morti: circa il 95% dei decessi causati da eventi meteorologici e climatici estremi è infatti dovuto al caldo (European Environment Agency 2025). La conta dei decessi è una materia complessa e oggetto di discussione – le stime parlano di circa 3.000 l’anno solo in Italia – ma quello che è chiaro è che nella gran parte dei Paesi europei il trend è crescente, e a fare la differenza sono i sistemi di risposta. In altre parole, non conta solo quanto fa caldo e quante sono le persone fragili, ma come i sistemi locali sono in grado di prevenire e affrontare gli effetti.

Per affrontare il problema, il Ministero della Salute ha sviluppato il Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute, che si basa su un sistema integrato di previsione, sorveglianza e prevenzione. Comprende bollettini di allerta per le ondate di calore, il monitoraggio della mortalità e degli accessi ai servizi sanitari, e l’individuazione dei gruppi più vulnerabili. Prevede inoltre il coordinamento tra servizi sanitari, sociosanitari e territoriali per attivare interventi tempestivi. Un ruolo importante è svolto anche dalla sensibilizzazione della popolazione, attraverso raccomandazioni e strumenti informativi. Nel tempo si sono inoltre sviluppati piani locali, grazie alla collaborazione tra Comuni, Aziende sanitarie e Associazioni di volontariato, che stanno funzionando nel mitigare gli effetti delle ondate di calore sulla popolazione più fragile (si veda ad esempio Urban et al 2025, Orlando et al 2021).
C’è poi un altro importante risvolto: quello della salute mentale. L’esposizione a temperature elevate aumenta la mortalità tra le persone con disturbi di salute mentale, accresce i ricoveri ospedalieri in ambito psichiatrico e aumenta il rischio di suicidio (United for Global Mental Helath 2026). In una nota la Simeu (Società Italiana di Medicina di Emergenza-Urgenza) e la Siep (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica) segnalano che in alcune città italiane si è registrato un incremento fino al 20% degli accessi ai Pronto Soccorso per disturbi psichiatrici e chiedono che le persone con disturbi mentali siano riconosciute in modo esplicito tra le categorie fragili nei piani nazionali di prevenzione degli effetti del caldo.
Il caldo è legato all’urbanizzazione
Come si diceva sopra, il caldo non è solo una questione di abitazioni private, ma di contesto. Il 67% degli Italiani sente troppo caldo quando è all’aperto nel proprio quartiere, percentuale che scende al 47% quando si tratta della propria abitazione (European Environment Agency 2025). Questa estate sembra avere innescato una nuova consapevolezza dell’importanza del verde, un tema che nel nostro Paese è ai margini dell’agenda politica ma anche dell’opinione pubblica. Depaving 1, riforestazione, nature-based solutions2: sono alcune delle parole che stanno occupando il dibattito pubblico, accompagnate spesso dalle immagini delle forestazioni urbane di Parigi, Medellin, e altre città che si diffondono soprattutto sui social.
Uno degli interventi di forestazione urbana a Parigi, di fronte al municipio
Secondo i dati Ispra più recenti, infrastrutture, edifici e altre coperture artificiali occupano il 7,17% del territorio italiano, contro una media europea del 4,4%, con un trend di consumo di suolo in continua crescita, anche in aree affette da spopolamento. Le analisi sulle isole di calore urbane mostrano differenze di temperatura tra aree urbane e rurali che superano i 10°C, con picchi di +11,3°C al Nord. La vegetazione urbana è fondamentale per limitare questi effetti: nei quartieri dove la copertura arborea supera il 50% della superficie, le temperature sono fino a 2,2°C più basse. Tuttavia, meno del 15% della popolazione europea rispetta il principio del 3-30-3003, con un evidente “green-divide” tra Nord e Sud Europa in cui l’Italia, soprattutto quella meridionale, presenta valori particolarmente critici (Joint Research Center 2026). Riforestare significa infatti mettere in discussione la mobilità, comporta costi di demolizione, smaltimento di materiali, così come mantenere il verde è una spesa per le amministrazioni locali che non è spesso sostenibile. C’è poi un nodo normativo: gli amministratori locali sono considerati custodi del verde pubblico e rispondono civilmente ai sensi dell’articolo 2051 del Codice Civile per i danni causati dalla caduta di alberi o rami a determinate condizioni. Anche per questo molto spesso finiscono per scegliere l’asfalto.
Sul verde urbano il PNRR aveva stanziato diverse risorse, ma i risultati sono ancora incerti. Il target intermedio della forestazione è stato raggiunto, con oltre 4,6 milioni di alberi, arbusti e materiali forestali contabilizzati entro il 2024, ma dopo una revisione che ha ridotto sia le risorse, da 330 a 210 milioni di euro, sia l’obiettivo originario di 6,6 milioni di alberi. A febbraio 2026 risultava inoltre speso meno di un quinto delle risorse (Openpolis).
In attesa di incrementare gli spazi verdi, quest’estate in molte città si sono avviate soluzioni temporanee come i rifugi climatici, ossia luoghi pubblicamente accessibili in cui è possibile trovare una temperatura più fresca rispetto all’esterno, acqua potabile, sedute, servizi igienici, ingresso gratuito senza limiti di tempo. Bologna ha mappato 28 rifugi climatici, comprendendo sia luoghi chiusi sia giardini e altri spazi pubblici accessibili gratuitamente; Milano 116, tra aree verdi, case di quartiere e biblioteche; e altre città si muovono in questa direzione (qui una mappatura).
La mappatura dei rifugi climatici in Italia realizzata da VD News
Il nodo degli edifici scolastici
Parlando di infrastrutture, come non parlare, poi, degli edifici scolastici. Secondo i dati del MIUR, in Italia solo il 7% degli edifici scolastici statali è provvisto di un impianto di condizionamento e ventilazione, sebbene nei comuni con almeno 20.000 abitanti siano già 21, in media, i giorni in cui gli studenti affrontano le lezioni con temperature critiche (Tortuga 2026).
La notizia positiva che arriva da quest’estate è che diverse amministrazioni locali hanno provveduto ad acquistare climatizzatori mobili o pianificare interventi strutturali sugli edifici di loro competenza. Tuttavia, si tratta perlopiù di soluzioni emergenziali, che in genere riguardano solo una piccola parte degli edifici, in particolare nidi e scuole dell’infanzia.

Comuni, Province e Città metropolitane spesso infatti non dispongono dei fondi necessari per interventi di questo tipo, a cui si devono aggiungere i costi di manutenzione e le bollette dell’energia. Sono aspetti che, tra le altre cose, rendono difficile la rimodulazione del calendario scolastico allungando i giorni di frequenza oltre l’inizio di giugno. Ricordiamo infatti che l’Italia, con 14 settimane, è uno dei Paesi europei in cui la pausa estiva dalle lezioni è più lunga, con i noti effetti anche sull’apprendimento, soprattutto degli studenti più fragili, e sulla conciliazione lavoro-famiglia, soprattutto delle donne.
I territori come protagonisti
Un altro apprendimento di questa torrida estate è la centralità dei territori. Ogni territorio, in base alle sue caratteristiche demografiche, fisiche e infrastrutturali subisce un impatto diverso del caldo. E di conseguenza, attraverso le proprie risorse politiche, sociali ed economiche, reagisce diversamente agli effetti che esso genera.
In questo spazio sono pertanto le amministrazioni locali ad attivarsi per prime: comprando condizionatori per le scuole, rivedendo i piani urbanistici, attivando piani contro il caldo, ecc. In questo lavoro sono affiancate dall’importante contributo delle associazioni di volontariato che collaborano con i servizi sociali e sanitari per garantire vicinanza, ascolto e interventi di supporto alle persone più vulnerabili. Anche queste organizzazioni si stanno attivando per adattarsi al nuovo contesto e bisogni, incrementare gli spazi climatizzati, raggiungere le persone più fragili. Una delle sfide principali per questi enti è di garantire i servizi anche in periodi di ferie. Ad esempio, Antoniano di Bologna riporta nel periodo estivo di un incremento del 21% delle richieste di aiuto rivolte alle sue strutture rimaste aperte, con una carenza di volontari nel 50% dei casi.
Queste azioni locali sono molto importanti perché dimostrano che i territori hanno preso consapevolezza del cambiamento climatico e si stanno attivando per mitigarlo, ma, come indicano anche i dati raccolti dalla Expert Survey P2W “Welfare locale: il ruolo dei Comuni”, nascono come soluzioni emergenziali, e spesso le amministrazioni locali non hanno né le risorse economiche per intraprendere cambiamenti radicali e azioni di lungo periodo.
Il webinar di presentazione della seconda Expert Survey di Percorsi di Secondo Welfare, dedicata al ruolo dei Comuni nell’evoluzione del welfare locale.
Il Piano sociale per il clima
In questo contesto appare sempre più necessario un massivo supporto da parte del governo centrale per sostenere sia finanziariamente che giuridicamente i cambiamenti necessari ad affrontare i cambiamenti sociali legati al caldo. A tal proposito appare una buona notizia l’approvazione, lo scorso 4 agosto, del Piano sociale per il clima4, il cui testo deve ora essere trasmesso alla Commissione europea per la fase di negoziato formale per la successiva approvazione finale.
Gli interventi si concentrano su quattro priorità: la riqualificazione energetica dell’edilizia residenziale pubblica e degli immobili delle microimprese; il sostegno all’elettrificazione dei consumi domestici; il potenziamento e la maggiore accessibilità del trasporto pubblico; un sostegno temporaneo al reddito attraverso il Bonus Sociale Energia Plus.
Il Piano prevede, per il periodo 2026-2032, 9,3 miliardi di euro complessivi: 7 miliardi finanziati dal Fondo sociale per il clima e 2,3 miliardi di cofinanziamento nazionale. I contenuti che saranno approvati aiuteranno a capire se davvero potrà sostenere un cambio di rotta anche per affrontare le conseguenze del caldo estremo, ma grazie al punto di vista di alcuni esperti già è possibile fare alcune valutazioni. “Qualcosa di utile c’è. La misura più importante riguarda i quasi due miliardi per ristrutturare oltre quindici milioni di metri quadrati di case popolari tra le più energivore”, ci spiega Giovanni Carrosio, membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità.

“Il limite di fondo, però, è un altro. Questo Piano – prosegue – guarda alla fragilità come a una caratteristica delle famiglie: l’ISEE, la bolletta, il contatore, il buono da spendere. Ma il caldo non colpisce i redditi, colpisce i corpi là dove si trovano. L’anziana che vive sola al quarto piano senza ascensore. Il bracciante nei campi. Il rider. Chi lavora su un ponteggio o in un magazzino senza finestre. Nessuna di queste persone viene raggiunta da un aiuto che passa dalla residenza e dalla bolletta di casa”.
Secondo Carrosio, c’è un dettaglio del Piano che dice molto. L’unica misura con un effetto immediato sul caldo è quella che paga l’aumento di potenza del contatore a 865.000 famiglie: in pratica mette le persone nelle condizioni di comprarsi un condizionatore. Per l’esperto, non è poco, ma è una risposta individuale e di mercato a un problema collettivo.
“Qui sta il nodo che interessa a chi si occupa di welfare. Oggi – riprende Carrosio – dal caldo ci si difende scappando: la casa al mare, la montagna, il condizionatore in camera. E la possibilità di scappare dipende dai soldi che uno ha. Un welfare climatico dovrebbe fare il contrario: creare luoghi freschi pubblici e aperti a tutti. Scuole utilizzate d’estate, centri diurni, case di comunità, alberi e ombra nei quartieri, un servizio di trasporto a chiamata da attivare nei giorni di allerta per chi non può muoversi. E affidarne la gestione a chi quel lavoro di prossimità lo sa fare: cooperative, associazioni, parrocchie. Nel Piano non c’è niente di tutto questo. Tutto passa dallo Stato centrale e dalla bolletta”.
Il ruolo della filantropia
Accanto al ruolo fondamentale degli attori pubblici, locali e nazionali, appare utile approfondire anche quanto possono fare i principali attori filantropici del nostro Paese. Le Fondazioni di origine bancaria, per il principio di territorialità e i processi di sviluppo economico-sociale che attivano nei territori, possono infatti svolgere un ruolo di primo piano nell’adattamento climatico delle comunità locali (Rametta 2025).
Già da tempo molte di esse hanno inserito il cambiamento climatico come guida nelle proprie scelte, principalmente attraverso l’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) nelle politiche di investimento patrimoniale degli enti e come finanziamento di studi scientifici sui cambiamenti climatici e sulla gestione della siccità.

Quello che ancora può essere rafforzato sono le azioni di mitigazione, cioè il sostegno a interventi di rinverdimento, parchi e riqualificazione ecologica per ridurre l’effetto isola di calore nelle città. Inoltre, i programmi di rigenerazione urbana – sia quelli promossi con fondi pubblici che delle fondazioni – sono ancora molto concentrati su approcci che finiscono per produrre nuova edificazione e riduzione degli spazi verdi, in un contesto in cui abbiamo invece bisogno di restituire spazi alla natura e di ripristinare il valore degli spazi vuoti5 superando la visione secondo cui il vuoto rappresenterebbe un’inefficienza (A Sud 2025).
Una regia per affrontare le prossime estati
Sicuramente questa estate ha confermato che quella climatica è un’emergenza complessa, perché coinvolge dimensioni ambientali, sociali e sanitarie, e che non può essere affrontata attraverso risposte esclusivamente private, come agevolare l’uso dei climatizzatori, né lasciando i territori a interventi emergenziali e frammentati.
Il Terzo Settore, le Fondazioni di origine bancaria e, più in generale, gli attori che compongono il secondo welfare, come abbiamo visto, possono certamente dare un contributo cruciale per affrontare le conseguenze del caldo. Ma perché le azioni siano davvero incisive e sistemiche serve una regia pubblica accompagnata da forme di sostegno solide e continuative. In questo senso, il Commissario europeo all’ambiente Wopke Hoekstra ha di recente spinto gli Stati UE ad investire in politiche di adattamento climatico ambiziose. “Se non lo facciamo – ha dichiarato in un’intervista a Politico Europe – finiremo per pagare di più”.
Vedremo se il Governo italiano seguirà questa indicazione e, da qui alla prossima estate, metterà in campo, o almeno avvierà, soluzioni strutturali all’altezza dell’enorme sfida che ci troviamo ad affrontare.
Note
- Rimozione di superfici pavimentate o impermeabili — per esempio asfalto, cemento o altre coperture artificiali — e la relativa sostituzione con terreno permeabile, vegetazione, alberi, aiuole o pavimentazioni drenanti.
- Azioni finalizzate a proteggere, conservare, ripristinare e gestire in modo sostenibile gli ecosistemi naturali o modificati, terrestri, di acqua dolce, costieri e marini, affrontando in modo efficace e adattivo le sfide sociali, economiche e ambientali e, al contempo, generando benefici per il benessere umano, i servizi ecosistemici, la resilienza e la biodiversità (United Nations Environment Assembly).
- Una linea guida per la forestazione urbana e l’inverdimento, oggi ampiamente utilizzata dalle autorità pubbliche e dalle organizzazioni internazionali. Il principio prevede di avere almeno 3 alberi visibili da ogni abitazione, una copertura arborea del 30% in ogni quartiere e uno spazio verde di qualità entro 300 metri dalla propria abitazione.
- Il Piano Sociale per il Clima è il documento programmatico che ogni Stato membro dell’UE deve presentare per accedere alle risorse del Fondo sociale per il clima, istituito dal Regolamento 2023/955, che mette a disposizione oltre 86 miliardi di euro per il periodo 2026-2032 al fine di attutire gli effetti sociali del cambiamento climatico.
- In urbanistica, vuoto urbano indica in genere uno spazio non edificato, sottoutilizzato o privo di una funzione definita: può trattarsi ad esempio di un lotto abbandonato, uno spazio aperto, uno spazio interstiziale o un’ex area produttiva. In questo senso il vuoto non costituisce una “mancanza”, ma uno spazio sottratto all’edificazione e reso disponibile per nuove funzioni ecologiche o collettive.