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I Centri per la famiglia sono un elemento cruciale del nuovo Piano Nazionale per la Famiglia, approvato lo scorso marzo per il triennio 2025-2027. 

Eppure, nel Paese, sono una realtà diffusa ancora in maniera molto eterogenea: in alcune regioni sono pochi e limitati, in altre sono numerosi e più strutturati. Tra queste ultime, c’è la Lombardia.

“Sono 96, organizzati in 96 hub e 372 spoke (sulla differenza torniamo più sotto, ndr)”, spiega a Percorsi di Secondo Welfare Elena Lucchini, assessora alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità di Regione Lombardia. “Rappresentano una delle buone pratiche più significative delle politiche regionali a sostegno della famiglia”, aggiunge. 

L’esperienza lombarda, una delle più avanzate del Paese,  è quindi utile per capire quali sono potenzialità e limiti di questi nuovi soggetti, su cui il Governo punta fortemente. A maggior ragione in un momento in cui nuovi fondi sono stati stanziati a favore delle Regioni per rafforzare i Centri. Man andiamo con ordine. 

Un nuovo soggetto, un nuovo bando

Nei piani del Dipartimento per le politiche della famiglia, i Centri per la famiglia dovranno diventare “il centro gestionale e operativo di tutti gli interventi finalizzati a promuovere il benessere familiare”, ci aveva spiegato in un precedente articolo Assunta Morresi, vicecapo di Gabinetto della Ministra per le pari opportunità e la famiglia Eugenia Roccella.  

Per raggiungere questo obiettivo il Governo negli scorsi due anni ha stanziato alcuni fondi: 28 milioni di euro per il 2024 e 32 milioni per il 2025, provenienti dal Fondo per le politiche della famiglia e destinati alle regioni. Le attività finanziabili hanno riguardato l’alfabetizzazione digitale, le dipendenze e l’invecchiamento attivo. 

Un nuovo futuro per i Centri per la famiglia?

 

Ora, sono in arrivo ulteriori risorse, grazie a un avviso pubblicato lo scorso agosto che offre alle Regioni altri 55 milioni di euro “da destinare, in via sperimentale, alla nascita di nuovi Centri per la famiglia e al potenziamento di quelli esistenti”. In totale, fanno 115 milioni di euro in tre anni, per creare quelli che il Dipartimento definisce “veri e propri luoghi di accompagnamento, supporto e orientamento nei confronti della maternità e della paternità, della tutela e promozione dello sviluppo armonioso dei bambini e degli adolescenti”. 

“Siamo molto contenti della risposta che l’avviso ha avuto”, dice oggi Morresi. La funzionaria spiega che, a parte la Valle d’Aosta, hanno partecipato tutte le Regioni e che tutte hanno compiuto gli adempimenti necessari per ottenere i fondi. “Ora aspettiamo i documenti di programmazione per sapere esattamente come utilizzeranno le risorse destinate loro”, aggiunge.  

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Morresi dice che l’avviso è stato pensato per dare “una grossa spinta” alla diffusione dei Centri per la famiglia in tutto il Paese, offrendo alle amministrazioni regionali “una grande occasione” per iniziare o continuare a lavorare su queste strutture, con l’idea di arrivare in futuro ad una copertura più omogenea di tutto il territorio nazionale. 

I 55 milioni di euro stanziati finanzieranno interventi della durata massima di 18 mesi e sono stati suddivisi tra le Regioni in base a dei criteri standard, relativi alle dimensioni. Si va dai 445.000 euro del Molise ai quasi 8 milioni della Lombardia, che è il territorio che riceve più fondi ma anche quello più avanzato in questo ambito. 

L’esperienza lombarda

In Lombardia, infatti, i Centri per la famiglia esistono già da tempo, per volere delle giunte di centro-destra che governano la Regione da anni. “Fin dall’avvio della sperimentazione nel 2019, Regione Lombardia ha scelto un modello aperto e inclusivo: i Centri si rivolgono a tutte le famiglie, non solo a quelle in situazione di fragilità. Negli anni abbiamo progressivamente rafforzato questo modello, potenziando le funzioni e consolidando la governance in capo alle ATS1, in un’ottica di integrazione tra ambiti sociali, sanitari, educativi e comunitari”, riprende l’assessora Lucchini. 

Secondo i dati della Regione, dal 2019 allo scorso settembre i Centri per la famiglia lombardi hanno supportato oltre 30.000 persone, con diversi servizi gratuiti: sostegno alla genitorialità, gruppi di auto-mutuo aiuto, sportelli di orientamento e consulenza, sostegno allo studio e opportunità di socializzazione. Per Lucchini, sono “luoghi vivi, costruiti in rete con Comuni, Ambiti, ASST2, scuole e Terzo Settore”. 

Uno di questi “luoghi vivi”, a Milano, è gestito dalla cooperativa Farsi Prossimo, legata a Caritas Ambrosiana. Ha aperto nel 2025 grazie ai fondi regionali, che copriranno le attività anche per parte di quest’anno. A coordinare la struttura è Natalia Losa: “abbiamo servizi per la prima infanzia, come spazi gioco e spazi mamma-bambino, ma anche percorsi di counselling per minori, giovani adulti e genitori, sia individuali sia di coppia”, ci racconta. 

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I Centri per la famiglia si articolano in hub e spoke, cioè in una struttura centrale (l’hub) e in diversi raggi (gli spoke), che possono essere diffusi sul territorio, avere compiti diversi ed essere gestiti da altre realtà. Farsi prossimo, per esempio, gestisce l’hub e collabora con altre cooperative attive da tempo a Milano, che sono le responsabili dei raggi. Per Losa, questo radicamento è un punto di forza dei Centri della famiglia. 

Un altro è la loro accessibilità. “Le famiglie ci dicono: finalmente abbiamo un servizio dove, fisicamente, possiamo parlare con qualcuno! E, anche se nell’immediato non dà una risposta concreta al nostro bisogno, sicuramente può orientarci e accompagnarci nel processo per raggiungere una risposta”, racconta. 

Tante funzioni e pochi fondi?

Anche Salvatore Semeraro concorda: “i Centri per la famiglia sono luoghi a bassa soglia. Si entra senza diagnosi specifiche, senza etichette. E questo abbassa moltissimo le resistenze delle famiglie”. Semeraro è presidente del Consorzio Sir, un’altra storica realtà del Terzo Settore lombardo, che gestisce un Centro per la famiglia già dal 2022, prima con risorse proprie e poi, dal 2025, con fondi regionali. 

Il presidente sottolinea un altro aspetto positivo dei Centri per la famiglia, che chiama la “logica preventiva”. A suo giudizio, l’ascolto, l’orientamento, e l’accompagnamento “leggero” che i centri offrono consente di intervenire prima che le situazioni delle famiglie diventino troppo critiche e questo “costa meno e funziona meglio”, dice. 

Il Centro di Consorzio Sir si trova anch’esso a Milano, supporta con particolare attenzione i nuclei con persone anziane o con disabilità e, lo scorso anno, ha seguito circa 200 famiglie, “di cui più o meno la metà fragili”, dice Semeraro. Al Centro di Farsi Prossimo le proporzioni sono ancora più sbilanciate: “almeno il 90% sono famiglie fragili”, spiega la coordinatrice Losa. 

Si tratta di un campione molto limitato, ma offre dati su cui riflettere per il futuro, visto che il Piano nazionale per la famiglia va in direzione di un ampliamento delle funzioni dei centri e della loro platea. 

L’assessora lombarda Lucchini, infatti, spiega che coi nuovi fondi in arrivo da Roma “i Centri saranno chiamati a sviluppare ulteriori iniziative sui temi della natalità, dell’invecchiamento attivo, del benessere psicofisico degli adolescenti e dei corretti stili di vita, con interventi di ascolto e counseling, sensibilizzazione sull’affidamento e l’adozione, e sostegno alla maternità nei primi mille giorni di vita”. 

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In Lombardia, a ciascun Centro saranno destinati al massimo 70.000 euro, una cifra simile a quella che hanno già ottenuto le strutture in questi ultimi anni dalla Regione.

Quello dei fondi è un tema cruciale per il futuro. Per Semeraro, “questi Centri sono chiamati a fare molto con poche risorse e il rischio è che alla fine si logorino un po’”. Secondo il presidente di Sir, con il livello di fondi attuali diventa difficile “rispondere ai bisogni di tutti”: sia le famiglie fragili già seguite sia quelle non fragili ma che vivono momenti di cambiamento e cercano un sostegno, per esempio per la nascita di un figlio o la cura degli anziani. Per evitare che questo problema si concretizzi, “va costruita una rete intorno ai Centri per la famiglia, sostiene Semeraro.

Il Centro per la famiglia gestito dal Consorzio Sir, per esempio, ha il suo hub all’interno di un comprensorio scolastico di Milano, elemento che facilita l’accesso, e nella stessa struttura opera anche un consultorio, sempre di Sir. In questo caso, quindi, la collaborazione tra Centro per la famiglia e consultorio è positiva, ma non è sempre così. 

Il rapporto coi consultori

Non aver ben definito il rapporto tra queste due strutture è, infatti, una delle critiche rivolte più spesso al Piano nazionale per la famiglia. La CGIL, per esempio, ha scritto in una nota che i compiti poco chiari dei Centri per la famiglia potrebbero persino “preludere alla cancellazione dei consultori”. 

Morresi del Dipartimento per le politiche della famiglia non vede questo rischio, poiché si tratta di “due servizi diversi”. I consultori, a suo parere, si occupano “soprattutto di aspetti sanitari”, mentre ai Centri per la famiglia “ci si rivolge nell’ordinarietà”. Anche l’assessora Lucchini è dello stesso avviso e parla di “servizi con funzioni e finalità diverse ma complementari”. 

Chi lavora sul campo ha una visione più sfumata. E concreta. 

La ​​Fondazione per la Famiglia Profumo di Betania è un ente non profit che gestisce tre consultori in altrettanti comuni della provincia di Varese. “Negli ultimi tre anni, abbiamo collaborato con dei Centri per la famiglia e delle Aziende Socio Sanitarie Territoriali (ASST), abbiamo fatto delle sperimentazioni e ora, grazie a un tavolo di lavoro, stiamo facendo una riflessione su come procedere insieme agli enti che gestiscono i centri e a una delle Agenzie di Tutela della Salute (ATS) coinvolte”, racconta la direttrice scientifica Gabriella Ottonelli. 

A suo parere, “un rischio di sovrapposizione” tra consultori e Centri per la famiglia esiste, soprattutto in alcune aree di intervento come “la prevenzione, il sostegno genitoriale, i primi mille giorni di vita”. Per evitare che ciò avvenga, il tavolo di lavoro cui partecipa Ottonelli propone tre passaggi.

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Il primo è lavorare sulla conoscenza delle competenze e delle funzioni ciascun soggetto. “Se non ci parliamo facciamo solo dei pasticci e il cittadino è  a disagio a capire dove andare”, commenta la direttrice. Il secondo passaggio è la lettura dei bisogni di ciascun territorio: “servono una pianificazione congiunta e dei progetti comuni”. Il terzo e ultimo è una formazione comune ad operatori e operatrici delle due strutture. 

In un momento in cui i Centri per la famiglia sembrano destinati a moltiplicarsi in tutta Italia, queste lezioni lombarde potrebbero rivelarsi preziose, ma Ottonelli ci tiene a precisare che tutto dipende dal tessuto nel quale si opera. “In Lombardia è difficile trovare un territorio scoperto dai servizi, ma l’Italia è veramente diversa, ragiona, spiegando di non conoscere nel dettaglio la situazione delle altre regioni. 

I dati dicono che le differenze territoriali sono forti per i consultori e ancora più marcate per i Centri per la famiglia, pressoché assenti in più di una regione. Le dinamiche tra le due strutture, quindi, rischiano di essere molto diverse nelle diverse parti d’Italia. Ciò che non deve cambiare, secondo Ottonelli, è l’approccio: “è un work in progress, una sperimentazione”, che bisognerà capire se avrà raggiunto gli obiettivi prefissati. E questo non avverrà prima del 2027.

Con gli ultimi fondi stanziati, infatti, il Dipartimento per le politiche per la famiglia ha coperto le attività dei Centri in funzione e dei potenziali nuovi per tutto quest’anno e parte del successivo. Un bilancio dell’iniziativa, quindi, si potrà fare in concomitanza con la fine della legislatura. 

 

 

Note

  1. Le Agenzie di Tutela della Salute (ATS) sono gli enti del Servizio Sanitario Regionale della Lombardia che, similmente alle ASL e alle AUSL delle altre Regioni, hanno il compito di programmare, coordinare e controllare gli interventi di prevenzione e tutela della salute sul territorio. Le ATS non erogano direttamente la maggior parte dei servizi sanitari, ma svolgono funzioni di governance, vigilanza e integrazione tra sistema sanitario, sociosanitario ed enti locali, ndr.
  2. Le Aziende Socio-Sanitarie Territoriali (ASST) sono gli enti del Servizio Sanitario Regionale che in Lombardia erogano i servizi sanitari e sociosanitari alla popolazione. Gestiscono ospedali, servizi territoriali, cure primarie e interventi sociosanitari, operando in integrazione con enti pubblici e privati.Le ASST lavorano in coordinamento con le ATS, che svolgono funzioni di programmazione, controllo e tutela della salute, ndr.
Foto di copertina: Foto: lombardianotizie.online