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Per capire un luogo serve fare attenzione alla strada che si fa per arrivarci. Chi sceglie il treno giunge all’ex Canapificio di Caserta costeggiando la Reggia di Caserta, 350 metri in tutto dalla stazione. Lavoro e potere sorgono fianco a fianco, quasi sulla porta di accesso della città.

Ma arrivando da Roma in auto è utile fare un giro più largo, e passare dalla statale Domiziana, che parte da Formia, passa per Castel Volturno, sfiora ecomostri sparsi su una città-nastro che si estende per chilometri, costeggia chilometri di mare spesso inagibile, poi devia verso Villa Literno e Casal di Principe e arriva a Caserta. È una strada simbolo: edilizia selvaggia, immigrazione, caporalato, prostituzione, camorra. Una statale martellata dalla cronaca e su cui si intrecciano frontiere e conflitti.

L’ex Canapificio di Caserta racchiude tutte queste frontiere. La sua non è solo una storia, possibile, di rigenerazione urbana. È uno specchio in cui questo territorio guarda se stesso e osserva le proprie contraddizioni.

Luoghi e protagonisti

L’ex Canapificio è un complesso di archeologia industriale, edificato alla metà del ‘900 e per decenni centro di lavorazione della canapa, di cui Terra di Lavoro – come si definiva un tempo il Casertano – era produttrice. Come per il tabacco, la crisi della coltivazione ha significato posti di lavoro persi e spazi rimasti vuoti. E come altri luoghi simili, questa fabbrica di proprietà della Regione è stata per anni uno scheletro dismesso.

Fino al 1999, quando l’Associazione Centro sociale ex Canapificio di Caserta (Csa) ne ha avuto in comodato gratuito un pezzo, circa 1.800 metri quadrati. Dal 2007 al 2021 il Csa è stato ente responsabile del progetto “New Acc.R.A” SPRAR (ora SAI) per 200 posti di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, in partenariato con Caritas, Casa Rut, Università.

“Fin da quando abbiamo iniziato a occuparci di immigrazione, l’obiettivo è stato fare di Caserta un modello di inclusione sociale” racconta Virginia Crovella, del Csa. “Il punto era superare la classica visione degli “immigrati da integrare” in un circolo chiuso. La nostra idea era ben diversa: non grandi numeri in spazi separati ma piccoli nuclei bene inseriti in tutto il tessuto. A queste condizioni l’immigrazione diventa occasione rigenerativa del welfare locale”.

La città ha partecipato ad iniziative antirazziste e solidali apprezzando i diversi aspetti del beneficio di questa scelta: appartamenti sfitti sono tornati ad essere fonte di reddito, supermercati locali hanno potuto incrementare il proprio fatturato e assumere personale. Per la città, un bilancio in attivo non solo economicamente. “Gli operatori, gli accolti ed i mediatori del progetto SPRAR, sono diventati capitale umano di un sistema di welfare diffuso” continua Crovella. “Sono nati comitati di quartiere che hanno promosso raccolta differenziata nei rioni popolari, doposcuola e laboratori gratuiti per ragazzi, beni comuni prima abbandonati ed ora gestiti in collaborazione tra autoctoni e migranti”.

Il contesto

Mediare e includere o separare e dividere. È da anni la dialettica di questo territorio, e non solo. L’ex Canapificio si è caricato nel tempo di significati simbolici visibili a tutti in città.  “Quelli dell’ex Canapificio” sono diventati come “quelli del Fernandes” il centro dei Comboniani che sulla Domiziana fa cerniera tra etnie. Sono le associazioni e la Chiesa Cattolica – a volte da background distanti – a suturare la ferita dei fuochi contrapposti.

Fuochi come quelli accesi dopo il 18 settembre 2008, giorno spartiacque nel quale sei migranti furono assassinati dalla camorra che intendeva chiarire a tutti chi comandava tra mare e campagna, nei campi di pomodoro e negli allevamenti di bufale. Dopo la strage, la rivolta e il solito corteo di televisioni e stampa nazionale: l’Italia scopriva una “emergenza” che covava da anni.

Mario Luise, ex sindaco di Castel Volturno, scriveva infatti già nel 2001 come i primi arrivi di extracomunitari sul litorale risalivano alla metà degli anni Sessanta, forza lavoro a basso costo per la rampante industria delle costruzioni. Un traffico gestito dalla camorra con sbarchi al largo di Ischitella. È una convivenza complessa, dunque, che inizia ai tempi del boom economico, tracima in cronaca nera con l’uccisione del bracciante agricolo Jerry Masslo a Villa Literno il 25 agosto 1989, diventa caso nazionale con la strage di San Gennaro del 2008 e giunge ai giorni nostri.

Immigrazione e caporalato

L’agricoltura è il settore in cui, complice la camorra, la presenza di lavoratori immigrati irregolari è da sempre elevatissima in Campania, e nei campi del Casertano. Il IV rapporto Agromafie e Caporalato – Osservatorio Placido Rizzotto di Flai Cgil stima su scala nazionale in un 39% il tasso di lavoro irregolare in questo comparto. E per la Campania un indicatore indiretto giunge dal numero di domande di regolarizzazione avanzate in seguito al Dl 34/2020, cosiddetto “decreto rilancio” poi convertito in legge (n. 7/ 2020): sulle 29.555 istanze pervenute al 15 agosto 2020, la Campania è al primo posto con 6.962 richieste, davanti a Sicilia (3.584), Lazio (3.419) e Puglia (2.871).

Le denunce e le ispezioni per reati di caporalato sono in aumento anche in questo territorio. E, come ha scritto Cristina Boca nel 29° Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes 2020 “la crescita si deve anche al lavoro di mediazione e assistenza delle tante organizzazioni del terzo settore, che contribuiscono a sostenere le azioni legali delle potenziali vittime di sfruttamento”.

Anche per queste ragioni lo sportello di orientamento migranti dell’ex Canapificio diventa nel tempo un punto di riferimento al quale si rivolgono migranti, rifugiati e braccianti da tutta la regione. Chiedono tutela contro lo sfruttamento lavorativo e orientamento su regolarizzazione e diritti sociali. “Ci chiamano anche datori di lavoro, avvocati, registi, documentaristi” racconta Crovella. “Dallo sportello è stato promosso un percorso di partecipazione dei migranti che attraverso assemblee settimanali, vertenze e mobilitazioni ha fatto nascere e crescere il Movimento dei Migranti e dei Rifugiati”.

Il punto oggi

Tutto questo è andato avanti anche dopo che la concessione in comodato d’uso gratuito dell’ex Canapificio al Csa, arrivato a scadenza nel 2015, e nel periodo successivo in cui la Regione ha più volte espresso la volontà, mai concretizzata, di rinnovarlo. E va avanti anche adesso, dopo che il 12 marzo 2019 l’ex Canapificio è stato posto sotto sequestro dalla Procura della Repubblica per criticità strutturali. I magistrati chiedono un piano di messa in sicurezza, che la Regione non ha ancora presentato.

Da qualche mese le attività si sono spostate in uno spazio più ristretto di proprietà del Comune. Una soluzione temporanea. L’obiettivo – non più solo del Csa ma di 30 associazioni che il 18 giugno 2021 hanno firmato un Patto di collaborazione per la gestione condivisa – è tornare all’ex Canapificio.

“Più volte – continua Crovella – il Csa ha chiesto autorizzazione alla Regione per una manutenzione straordinaria del tetto assumendosene l’onere: nessuna risposta concreta. Ed è un peccato pensare che nel 2009, su nostra sollecitazione, la Regione aveva elaborato un progetto di ristrutturazione della stecca centrale (circa 1500 mq) del valore di 4 milioni di euro con fondi dal PON Sicurezza 2007-2013. Ma il piano è stato affossato da critiche trasversali. Partiti politici e associazioni di categoria si sono coagulate intorno allo slogan: “I neri accanto alla Reggia non ci possono stare”.  È una visione antica: la cultura e il turismo stanno al centro della città, anche fisicamente. Le questioni sociali e le diseguaglianze meglio metterle dove non si vedono, in periferia”.

La lezione da apprendere

Eccolo un punto chiave in casi di rigenerazione come questo: come allineare visioni e interessi, come superare fasi di “assenza di segnale” tra attori pubblici e società civile.

“In molti casi – spiega Maddalena Rossi, socia di Avventura Urbana, società che gestisce processi di rigenerazione urbanistica progettando soluzioni condivise – l’ente pubblico fatica a valorizzare gli input che arrivano dal tessuto cittadino. Avviene soprattutto se il contesto politico è incerto e spinge a soluzioni di corto respiro. Dall’altra parte questo conduce ad atteggiamenti di antagonismo da anni Novanta. Si crea così un angolo morto che va superato attraverso strumenti deliberativi innovativi”.

A Caserta qualcosa si è fatto: qualche anno fa il Comune si è dotato del Regolamento per l’amministrazione condivisa (strumento di cui Secondo Welfare si è recentemente occupato qui) e, tra gli altri soggetti, anche il Csa ha affrontato percorsi di rigenerazione urbana con la gestione diretta di 2 giardini pubblici sottratti alla chiusura.

Gli esiti possibili

Oggi la vera mediazione significa condividere nuovi usi per l’ex Canapificio. Sulla riqualificazione dell’immobile e di tutta l’area circostante è aperto un tavolo che coinvolge Regione, Comune, Rfi – Reti Ferroviarie italiane, Demanio, Sovrintendenza e direzione della Reggia.

Con la legge regionale 10 del 2017 la Regione Campania ha destinato gli immobili già utilizzati come canapifici alla valorizzazione della cultura della canapa. Il Comune di Caserta per parte sua ha inserito l’ex Canapificio nel Masterplan “Caserta 2030”, un progetto di riqualificazione di immobili dismessi e di potenziamento della mobilità sostenibile. “L’idea – spiega il sindaco Carlo Marino – è coordinare da una sola cabina di regia gli interventi sugli spazi cittadini da rigenerare lasciando ai singoli soggetti proprietari il finanziamento e la finalizzazione. Nel caso dell’ex Canapificio si tratta di concordare con la Regione una destinazione funzionale e coerente a tutta l’area circostante”.

Quale destinazione? Nei piani del Comune l’ex Canapificio sarà il fulcro del sistema turistico: da lì sarà possibile pianificare la visita alla Reggia e di tutti gli altri siti turistici del territorio, messi in rete. “Ma al suo interno – continua Marino – saranno previste attività di tipo sociale volte a promuovere l’accoglienza e l’inclusione sociale. In quella zona della città sono attive da anni iniziative sociali, portate avanti dal Csa ma anche dal centro Caritas e dalla Comunità di sant’Egidio, che questa amministrazione vuole valorizzare”. Nell’ex Canapificio sarà previsto anche un museo della canapa e un hub agroalimentare.

I tempi di realizzazione

Il veto ai “neri vicini alla Reggia”, almeno a parole, sembra tramontato: “Forse allora in chi amministrava la città c’erano sensibilità diverse, non è più così” continua Marino. “La nostra intenzione è integrare sempre più politiche sociali, culturali e turistiche. Il riassetto dell’area antistante la Reggia avverrà entro la conclusione del ciclo di programmazione europea 2021-27. Ma è prevedibile che l’ex Canapificio torni a essere abitato già nel giro di tre anni”.

 

 


#RigenerAzioni

Questo approfondimento è parte del ciclo “RigenerAzioni” curato da Francesco Gaeta per Secondo Welfare con l’ambizione di comprendere a quali condizioni è possibile “costruire nel costruito” nuove opportunità di coesione. Ecco prima, seconda e terza puntata della serie.