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Sulla mappa delle storie italiane il Real Sito di Carditello (Caserta), casino di caccia voluto da Carlo III di Borbone, sta al perpendicolo esatto tra bellezza e bruttezza, pericoli sventati e futuri da scrivere. Per capirlo basterebbe salire sul tetto del loggiato eretto da Francesco Collecini, scuola Vanvitelli, e far girare l’occhio oltre il galoppatoio ellittico del Settecento, eccentrico come un diamante gettato in un prato. Casal di Principe è a tre chilometri, e a poco meno di uno sono le discariche di Maruzzella e Ferrandelle, su terreni che un tempo erano riconducibili al boss di camorra Francesco “Sandokan” Schiavone. Campania Felix e terra dei Fuochi: tutto qui si abbraccia, si intreccia e confonde. È un gomitolo da srotolare questa storia di rigenerazione. Una storia di storie.

Il contesto

Si potrebbe partire dalla bellezza sepolta in queste stanze e riportata da qualche anno all’uso di tutti: gli affreschi di Fedele Fischetti e Giuseppe Cammarano, i trompe-l’oeil di Domenico Chelli, le meridiane sui muri, i marmi, gli stucchi. O iniziare dal Persano di Carditello, la razza equina creata qui per farne arma totale delle cavallerie borboniche e ora tornata a correre nel galoppatoio. Ma serve un altro giro per arrivare al dunque, tocca passare dalla porta principale. “Quando nel 2014 iniziammo i lavori di restauro, a venti metri dall’ingresso trovammo 700 tonnellate di amianto interrato”, racconta Luigi Nicolais, ex presidente del Cnr e oggi alla guida della Fondazione Real Sito di Carditello.

Foto: Amedeo Benestante

Bonificare quell’ingresso è stato ripulire una mattonella in un salone ingombro e inquinato. La Campania Felix, che ai romani regalava fino a quattro raccolti all’anno invece che due e su cui sorge il complesso borbonico, comprende oggi 38 Comuni su 426 chilometri quadrati. Negli anni – afferma l’Istituto Superiore di Sanità in una relazione firmata con la Procura di Napoli Nord e consegnata nel febbraio scorso – “sono stati accertati 2.767 siti di smaltimento abusivo di rifiuti, anche pericolosi, e in 653 hanno avuto luogo combustioni illegali”. Il dato chiave è questo: il 37% della popolazione presente nell’area, oltre 354mila cittadini, si è ritrovata a vivere a meno di 100 metri “da almeno un sito o più di uno”, esponendosi a una “elevatissima densità di emissioni pericolose per la salute umana.

Alcuni Comuni presentano eccessi di specifiche patologie in termini di mortalità, ospedalizzazione, incidenza dei tumori, prevalenza di malformazioni congenite”. Secondo il procuratore di Napoli Nord Francesco Greco, il picco di tumori nella Terra dei fuochi “è l’emergenza più importante per Caserta e Napoli dopo il Covid”.

Luogo simbolo di una comunità

Carditello è dunque un incrocio, un ossimoro. Non è semplicemente un enorme spazio di antica bellezza – circa 12.000 mq coperti su un lotto complessivo di circa 20 ettari – da rimettere a nuovo grazie a fondi statali (20 milioni di euro per il restauro e la valorizzazione) e regionali (8 milioni per progetti ambientali). È un presidio eretto contro il disarmo. Può essere un luogo rigenerato in cui una comunità si ritrova.  “È il luogo del nostro riscatto” sintetizza Vincenzo Tosti, portavoce di Stop Biocidio, coordinamento di associazioni e cittadini che da anni in Campania si batte su questi temi. La ricognizione dell’Iss e della Procura di Napoli “è l’inizio non la conclusione. Occorre studiare, monitorare, vigilare. A partire da questo posto”.

Un po’ di storia

Adesso possiamo tornare all’involucro, occuparci di bellezza. Carditello è stato molte cose, fin dal 1787, regnante Ferdinando IV. Nella mappa di allora, Napoli era capitale, Caserta rifugio da inverni e invasori, San Leucio laboratorio tessile (la seta su tutto), Portici officina di siderurgia e rotaie. A Carditello si allevava e coltivava, si sperimentavano incroci e innesti, di corsi d’acqua e di semi. Era reggia e casino di caccia, affreschi, ebano e marmi, ma anche fattoria sperimentale e laboratorio zootecnico.

Foto: Liliana Ventriglia

Dopo i Borbone, i Savoia. Poi nel 1920 l’Opera Nazionale Combattenti, e nel 1948 il Consorzio di Bonifica del Basso Volturno, fino a un curatore giudiziario, un’asta andata deserta, e all’intervento del ministero, allora Mibact, che lo acquisisce nel 2014. Poi l’allora ministro Massimo Bray investe i primi 3,3 milioni e ne affida la gestione alla fondazione costituita dal ministero stesso, dalla Regione Campania e dal Comune di San Tammaro.

C’è da conoscerla questa traiettoria lunga, perché è la traccia da cui partire per capire la rigenerazione possibile e le condizioni in base alle quali Carditello può essere leva di welfare di comunità. E anche per intendere perché – come spiega Nicolais – “non basta farne solo un museo ma un centro di attrazione, popolato da tutti”. Ripopolato, dopo essere scampato al saccheggio.

I progetti in divenire

Raffaele Zito è portavoce di Agenda 21 Carditello e Regi Lagni, coordinamento di 159 portatori di interesse pubblici e privati, profit e non profit, e sintetizza la cosa così: “Carditello è stato cultura e ambiente. Su queste deve ripartire”. Negli anni bui, prima dell’intervento pubblico, sono state le associazioni oggi in Agenda 21 ad aprire i cancelli per le visite ed evitare che l’attenzione si abbassasse. Non solo. “Abbiamo raccolto decine di migliaia di firme per evitare la vendita e organizzato più di 20 riaperture straordinarie” ricorda Zito. “Oggi chiediamo di partecipare al futuro del sito, contribuendo anche economicamente come prevede la Costituzione e la normativa in materia di beni culturali”. Per questo a gennaio è stata firmata una Carta di Carditello che chiama a raccolta la Fondazione Real Sito, le coalizioni e le reti di portatori di interesse, il ministero per l’ambiente, le prefetture campane e le autorità locali su un progetto condiviso.

“Il progetto di Agenda 21 condiviso con la presidenza della Fondazione, propone la creazione, a regime, di un Istituto di ricerche ambientali, culturali, agro-zootecniche, storico-museali” racconta Zito. “Vogliamo dare vita a un osservatorio della transizione ecologica (cultura ed economia circolare) che sia anche luogo di riflessione e studio del nesso tra malattie ed esposizione a inquinanti ambientali e sui modi per difenderci con tecniche e tecnologie resilienti. Il progetto richiede circa 3 milioni di euro che pensiamo di ottenere da servizi a terzi, donazioni private e quote associative degli aderenti. Ma anche proventi da formazione e consulenza agli enti locali”.

Foto: Fondazione Real Sito Carditello

Le associazioni hanno proposto anche un modello di governance del progetto. “Vogliamo costituire una Fondazione di partecipazione che nasca insieme alla Fondazione Real Sito, le Università ed altri enti e sia aperta alle associazioni del territorio e al contributo economico di altri soggetti. Potrebbe essere una sorta di spin off della attuale Fondazione, focalizzato sulle attività ambientali”. Un progetto che Nicolais giudica opportuno. “Servirà prima mettere in sicurezza il lavoro di restauro e occorrerà del tempo – avverte – ma ci arriveremo”.

Nel frattempo vanno avanti i lavori di restauro – in cinque anni sono stati spesi 5 milioni – e la Fondazione Real Sito ha già stipulato una convenzione con la facoltà di Agraria dell’Università di Napoli. “Una foresteria ospiterà studenti per percorsi di traning on the job ” spiega Luigi Nicolais. “Lavoreranno sugli allevamenti equini che abbiamo riavviato. Vogliamo anche realizzare attività di monitoraggio ambientale attraverso droni e fare ricerca applicata su canapa e bachi da seta. Questa deve tornare a essere una fattoria zootecnica di avanguardia”.

Gli elementi innovativi del modello Carditello

Vediamo di riepilogare. Un luogo che è quasi un ponte tra memoria e futuro. Una rete di cittadini singoli e associati che sanno valorizzare il valore tacito di un luogo simbolo. Una forma di governance aperta (in itinere), davvero partecipata dalle progettualità del territorio. Un attore pubblico che fa da cornice, e perfino da salvagente. Ci sono almeno questi quattro fattori a spiegare perché Carditello può diventare un esempio di rigenerazione “felice”. Ma andiamo oltre.

Associazionismo e partenariati pubblico-privati

Una vera rigenerazione dal basso è sempre una esperienza place-based” – conferma Roberta Franceschinelli di Fondazione Unipolis. “Gli esempi migliori che abbiamo seguito e sostenuto negli anni (con il bando culturability) partono tutti da necessità reali, urgenti espresse dal territorio, come in questo caso”. Non masterplan, archistar o manager che portano modelli standardizzati, ma attivatori locali, associazioni, imprese e cittadini, sanno cosa serve loro.  “I casi più solidi da noi monitorati sono quelli in cui è una pluralità di soggetti a condividere la progettazione, meglio se attraverso partenariati pubblico-privati, in una logica di sussidiarietà orizzontale e non sostitutiva del ruolo pubblico. Alleanza composite dietro processi di rigenerazione complessi e lunghi, anche per diversificare le competenze necessarie e compiere insieme un percorso di apprendimento comune”.

Al Sud fare rete assume una coloritura diversa, anche per un deficit di fiducia accumulata nel tempo rispetto alle amministrazioni locali. “Le reti sono nuovi corpi intermedi di cittadinanza che rappresentano chi non è rappresentato” continua Franceschinelli. “Realtà percepite come residuali possono ambire a essere riconosciute solo se si mettono assieme. E il riuso di uno spazio culturale diventa rigenerazione a tutto tondo se il mutualismo è finalizzato non solo a ingaggiare le persone di cultura ma a mettere la cultura a disposizione di tutti”.

Luoghi ibridi e multifunzione

Altro aspetto ricorrente nel caso di Carditello è la natura multifunzionale di questi luoghi. L’innovazione è meticciato. E cultura e ambiente, arte figurativa e sperimentazione zootecnica si incrociano e sovrappongono qui, in un inestricabile intreccio di innesti che fa parte del genius loci. “Le Residenze Borboniche – ha scritto Alessandro Manna, che ha creato il centro di documentazione sui distretti borbonici per promuovere innovazione sociale a partire dalla storia di quei luoghi – costituirono un sistema territoriale di poli con funzioni museali, residenziali, venatorie, amministrative, agricole, industriali e di tutela del patrimonio ambientale”. Di questa eredità complessa da valorizzare in riusi ibridi – fruizione culturale, centro di economia circolare, luogo di competenze e sperimentazione agricola e zootecnica – sembrano ben consapevoli tutti gli attori in campo a Carditello.

L’aggancio a reti lunghe di finanziamento

Infine, ancora una notazione su un’altra tipologia di reti, quelle lunghe dello sviluppo urbano tracciato dall’Unione Europea. Il Real Sito di Carditello ha da poco vinto due bandi europei: 3 milioni di euro arriveranno anche dall’Europa entro il 2023. “Una rigenerazione efficace va inserita in un’idea di sviluppo complessiva del territorio e incardinata su logiche di finanziamento ampie e robuste” spiega Simone D’antonio che per Anci è responsabile del punto nazionale Urbact, il programma europeo che sostiene lo sviluppo integrato delle aree urbane.

Un sito come questo deve essere considerato non come un “gioiello” ma tessera di un mosaico, driver di rilancio complessivo dell’area. Per gli attori coinvolti questo richiede uno sforzo in più, creativo e politico, rispetto alla logica abituale da “pezzo singolo”. Significa avere, e alimentare costantemente, un’idea di sviluppo condivisa tra associazioni, gestori dei beni rigenerati e amministrazioni locali”. Tutto questo vuol dire alzare gli occhi dalla propria mattonella. Come salire su un tetto e fare scorrere lo sguardo, lontano.

 


#RigenerAzioni

Questo approfondimento è parte del ciclo “RigenerAzioni” curato da Francesco Gaeta per Secondo Welfare con l’ambizione di comprendere a quali condizioni è possibile “costruire nel costruito” nuove opportunità di coesione. Qui e qui potete trovare i primi due articoli della serie.

Foto di copertina: Fonte: Fondazione Real Sito di Carditello