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Un luogo dentro il quale si respira un’aria di prossimità. Ecco. Un’aria, una sensazione, non i servizi che si trovano, definisce cosa sia a Torino una Casa del Quartiere. Oggi sono otto, e ognuna ha una storia, dei numeri, dei servizi. Ma alla fine – dopo decine di pagine web e video, fatturati, bilanci sociali e alcune interviste – la parola che fa sintesi è prossimità. Non che le altre non servano. Ma prossimità è la più sfumata eppure la più vera.  Vediamo di capire perché nella seconda puntata della serie (qui la prima) che Secondo Welfare dedica al tema della rigenerazione di spazi dismessi per finalità socioculturali.

Un po’ di numeri

A Torino le Case del Quartiere erano bagni pubblici, garage, corpi di fabbrica, case in un parco. Potevano rimanere orbite vuote come finestre rotte, eppure sono diventati luoghi riempiti da associazioni, cooperative, gruppi informali di cittadini. Oggi vi lavorano 154 persone retribuite e 1.067 volontari che ne hanno fatto “centri di welfare leggero” in otto quartieri: Mirafiori Nord e Sud, Nizza-Millefonti, San Salvario, San Donato, Aurora, Barriera di Milano, Vallette. Significa 350 mila torinesi.

In tutto, le case fanno 12.700 metri quadri di spazi attivati: coworking e bar; sale musica, danza e doposcuola; sportelli sociali e centri famiglia; ciclofficine e spazi gioco per bambini; docce pubbliche, palestre, e teatri. In quasi 10 anni, sono state oltre 3mila le attività culturali e sociali realizzate, e nel 2019 a fruirne sono stati oltre 23mila torinesi, che nel 42% dei casi non hanno pagato nulla e per l’11% hanno corrisposto una tariffa up to you.

La lista delle cose da fare, vedere, condividere, mangiare cambia di anno in anno, perché la Rete delle Case del Quartiere è uno spazio aperto alla creatività di chi vuole usarla. Solo il 20% delle iniziative avviate dal 2013 è stato progettato dagli otto enti gestori. Il resto è opera di oltre 580 soggetti partner. Quello della Case è un cartellone che si scrive con chi vive nei quartieri. Le coordinate, come da manifesto, sono “ricercare e sperimentare nuovi modi di fare welfare, ricercare soluzioni collettive a bisogni comuni, sviluppare reti di prossimità”.

“È già scritto nel nome: le Case sono strumenti per raccogliere e valorizzare istanze, bisogni e soggetti del territorio” racconta Erika Mattarella, direttrice della Casa del Quartiere di via Agliè, quartiere Barriera di Milano. “In questo sta la differenza con un centro culturale: noi costruiamo ecosistemi territoriali, proviamo a far confluire risorse ed energie nella direzione utile ad aumentare il benessere del territorio stesso”.

Ne discendono due cose. “La prima è che ogni Casa è diversa dalle altre, perché diverso è il quartiere dentro il quale crea legami e costruisce percorsi di welfare. La seconda è che ogni Casa è uno strumento, non un obiettivo in sé. È un luogo di cura e di relazione che permette l’aggancio di abitanti e soggetti collettivi – la polisportiva, l’associazione di anziani, il gruppo musicale, la cooperativa che fa educativa per bambini o lavora sull’immigrazione – facilitando, in modi a volte quasi nascosti, la costruzione di un ecosistema il più possibile inclusivo”.

Un po’ di storia

Le Case hanno fatto tesoro di competenze e metodi messi in campo con il Progetto Speciale Periferie varato dal Comune a fine anni Novanta. “Già allora rigenerare spazi dismessi ha significato creare laboratori di sviluppo locale, non solo mettere in piedi centri aggregativi o culturali” spiega Roberto Arnaudo, direttore dell’Agenzia per lo sviluppo locale che gestisce la Casa di San Salvario e coordinatore della Rete. Arnaudo usa spesso la parola permeabilità. “L’ente gestore di ogni Casa – continua – non ha l’esclusiva nella costruzione e realizzazione delle iniziative. Co-progetta insieme ai partner (che a San Salvario sono oltre 100) fornisce mura, assistenza tecnica, servizi accessori e idee”. Enti abilitatori più che gestori, dunque. In linea con lo slogan: le Case del Quartiere sono di tutti, ma sede di nessuno.

Chi sono nello specifico gli enti gestori? La risposta è nell’ultimo Bilancio sociale della Rete. “Si tratta di enti di Terzo settore che presentano una notevole eterogeneità di forme giuridiche: delle otto Case, tre sono gestite da associazioni (di cui due di secondo livello), due degli enti gestori sono fondazioni (una fondazione di comunità e una atipica in partecipazione), una è cooperativa sociale ed un’altra è una cooperativa non di tipo sociale, mentre in un caso l’ente gestore è formalizzato in una ATI di cooperative, ad indicare una ulteriore creazione di rete a monte”.

Così, le organizzazioni e le persone coinvolte a vario titolo nella governance di questi enti gestori sono più di 440. Tutti soggetti piuttosto attivi: “Si osserva un’alta partecipazione dei soci degli enti gestori anche alla vita sociale delle realtà analizzate: in media il 60% può essere definito socio attivo nel senso che è coinvolto nelle attività della Casa”.

Saperi trasversali

Anche per questo “le Case sono luoghi, non spazi” chiarisce Gianni Ferrero, funzionario dell’ufficio trasformazioni periferie e beni comuni della Città (“Qui il Comune lo chiamiamo Città, non sai se per snobismo o per orgoglio provinciale”). Con Arnaudo, Ferrero è memoria storica – “lato Città” appunto – di questa vicenda. “Il nostro approccio è stato intrecciare infrastrutture fisiche e sociali. Fare non solo riqualificazione ma progettazione”.

Come l’ente gestore, anche l’ente pubblico a Torino ha fatto cornice, abilitazione, capacitazione. Ha creato connessioni tra soggetti e competenze. “In molti casi abbiamo fornito gli immobili, abbiamo cercato di reperire risorse, anche grazie alla collaborazione con la Compagnia di San Paolo, abbiamo co-progettato, e nel 2013 abbiamo spinto le otto case a fare rete”. Ferrero, di formazione architetto, è un esempio interessante di ciò che si richiede oggi a un funzionario comunale in tema di rigenerazioni socio-culturali: competenze miste, saperi connettivi.

Questa “bestia strana” (definizione sua) deve avere sguardo strabico, un occhio all’aspetto tecnico e uno a quello sociale. E non può che avere un approccio sistemico. “Le politiche sociali sono state condotte fin qui per target di destinatari, guardando alle prestazioni erogate. Le Case ci dicono che invece i bisogni sono trasversali. Politiche diverse atterrano sugli stessi soggetti. Se guardi alle persone in carne e ossa, ti accorgi che devi “legare” le prestazioni, renderle più aderenti a bisogni complessi, abbandonare l’ansia classificatoria dell’ente pubblico”.

Passa da qui il confine tra fare politiche sociali ed erogare prestazioni. Annalisa Gramigna, che in Ifel (la Fondazione dell’Anci per la Finanza e l’Economia Locale) si occupa da anni di innovazione sociale, riassume questo salto così: “L’attore pubblico deve essere un tessitore di punti: Soprattutto deve sapere affrontare il costo della sperimentazione: per fare innovazione sociale non esistono modelli buoni ad ogni latitudine. Il modello te lo crei a seconda dei contesti. Quel che un amministratore pubblico deve avere è un metodo: stare dentro i bisogni, co-progettare soluzioni insieme a chi sta sul territorio, metterle alla prova. Vuol dire essere conferitori di opportunità”.

Leggere i bisogni

Tutto questo significa stare su frontiere perennemente mobili. “Ci sono bisogni che solo chi vive giorno e notte in un territorio è in grado di leggere” continua Arnaudo. “In questo le Case sono avamposti. Un esempio per capire: le Case del Quartiere fanno parte della Rete cittadina che dall’inizio della pandemia ha fatto sostegno alimentare a circa 30.000 cittadini torinesi. Molte di queste persone sono sconosciute al sistema dei servizi, perché nuovi poveri, figli della pandemia, oppure perché in condizione di particolare emarginazione. Lo stesso vale per l’immigrazione. Certe situazioni di disagio in famiglie immigrate sono note grazie ai racconti delle donne che frequentano le Case, senza queste antenne certi malesseri rimarrebbero sepolti”.

Perciò costruire legami di comunità è un valore che deve essere riconosciuto dal primo welfare, e accompagnato e valorizzato perché è la precondizione per interventi e soluzioni davvero profondi ed efficaci. “Non è qualcosa che accade ma che si costruisce nel tempo. E non parlo solo della cura del disagio ma della sua prevenzione”.

Rendersi sostenibili

Questi “luoghi intermedi tra pubblico e privato” sono avamposti anche sul fronte della sostenibilità. “Le Case del Quartiere – si legge sul sito – si pongono come obiettivo la ricerca di un equilibrio tra auto-sostenibilità economica e contributo pubblico”. Esercitano competenze imprenditoriali nel gestire le risorse, nello sviluppare attività commerciali accessorie e funzionali al progetto, tuttavia, non hanno lo scopo di essere completamente autonome dal punto di vista economico, per non snaturare il proprio carattere popolare e sociale. Nel 2019 le otto Case hanno registrato entrate di 1.831.435 euro, a fronte di uscite per 1.841.070.  Ma se si considera anche l’ecosistema circostante, il dato è un altro: i ricavi da vendita di beni e servizi a cittadini forniti dai partner sono stati pari a 2.292.222 euro.

Ogni casa ha un proprio modello di sostenibilità, e numeri diversi. Ma guardando tra i numeri dei bilanci si capisce che le fonti sono di quattro categorie: attività commerciali e da servizi (ristorazione e affitto locali); contribuiti dei partner, derivante da vendita di beni e servizi; bandi su progetti; grant da fonti istituzionali e fondazioni. Le prime due voci variano a seconda dei casi e degli spazi che rendono possibili o meno alcuni servizi. Sugli altri due c’è qualcosa di importante da dire. “Sui bandi la Rete – continua Arnaudo – ha permesso di sviluppare progetti complessi creando partenariati sempre più vasti: partecipiamo a più bandi e li vinciamo anche grazie all’apporto delle nostre reti e delle competenze che abbiamo sviluppato insieme”.

Quanto ai grant, il rischio della dipendenza da attori istituzionali esiste. “C’è stato un tempo in cui l’Agenzia per lo Sviluppo di San Salvario dipendeva al 100% da grant, pubblici o privati. Poi questo rubinetto si è stretto, fin quasi a chiudersi. È stato uno shock salutare. Ne abbiamo guadagnato in creatività, innovazione, motivazione. Abbiamo passato notti a creare progetti che potessero reggersi da soli a rivedere i nostri modelli di business”. Oggi la Casa di San Salvario è autosostenibile per l’80%. “In questi anni abbiamo imparato come si fa” conclude Arnaudo.

 


#RigenerAzioni

Questo approfondimento è parte del ciclo “RigenerAzioni” curato da Francesco Gaeta per Secondo Welfare con l’ambizione di comprendere a quali condizioni è possibile “costruire nel costruito” nuove opportunità di coesione. Qui potete trovare il primo articolo della serie.