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Il welfare aziendale, coniugando obiettivi di produttività delle imprese con istanze di benessere di lavoratori e famiglie, può contribuire a una “rivoluzione” funzionale del welfare state, favorendo anche una rilettura delle relazioni tra capitale e lavoro. È questo il punto di vista di Carlo Rossi, presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, che in questa intervista ci ha raccontato delle prossime iniziative che la Fondazione, insieme a Secondo Welfare, intende avviare per promuovere un welfare aziendale “a filiera corta” nella provincia toscana.

Le riflessioni del Presidente fanno riferimento al Rapporto “Un welfare aziendale "a filiera corta". Attuale sviluppo e possibili evoluzioni in provincia di Siena”, frutto di ricerca condotta da Secondo Welfare nel corso del 2020 grazie al sostegno di Fondazione MPS, presentato lo scorso 4 febbraio nel corso di un evento online.


Presidente Rossi, tra le sue linee strategiche Fondazione MPS intende promuovere forme di innovazione sociale per il territorio. Dal vostro punto di vista, in che modo gli interventi di welfare aziendale possono portare un contributo in tal senso?

Da alcuni anni la Fondazione Monte dei Paschi di Siena ha inserito nella sua programmazione strategica l’ideazione, la valorizzazione e la realizzazione di forme di innovazione sociale a beneficio della comunità. Fra le varie definizioni di innovazione sociale in cui si può riconoscere e, meglio identificare, l’operato di una fondazione vi è senz’altro quella presente ne “Il libro bianco sull’innovazione sociale” degli autori Caulier-Grice, Mulgan, Murray che considerano « innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa».

In questa affermazione appare evidente come il welfare aziendale, coniugando obiettivi di produttività delle imprese con istanze di benessere di lavoratori e famiglie, quindi offrendo loro risposte a bisogni insoddisfatti, dalla conciliazione vita-lavoro a servizi di assistenza, possa effettivamente contribuire ad una “rivoluzione” funzionale del welfare state, passando per una rilettura delle relazioni tra capitale e lavoro. Un nuovo modo di concepire l’impresa e il suo ruolo economico e sociale da organizzazione con l’esclusiva finalità di massimizzare il profitto per i propri azionisti, a entità inserita in un ecosistema di cui vuole contribuire al complessivo sviluppo.

Il welfare aziendale fa leva con fermezza sull’innovazione sociale, riscoprendo, peraltro, strumenti antichi di stampo occupazionale. Un’innovazione, che passa per la tradizione degli esordi dei sistemi di welfare europei, rivisitandone in profondità i presupposti, in chiave solidaristica e potenzialmente redistributiva, e in un’ottica fortemente integrata, improntata al principio di equità, che vede coinvolte le quattro punte del cosiddetto “diamante del welfare” che contribuiscono al benessere delle persone: Stato, famiglia, mercato/impresa e terzo settore,comprese le associazioni o corpi intermedi. 


Nel Rapporto sul welfare aziendale “a filiera corta” curato dal nostro Laboratorio si evidenzia come le caratteristiche del tessuto imprenditoriale senese e, più in generale, le caratteristiche dell’eco-sistema socio-economico locale – dove in particolare si riscontra una forte concentrazione di micro imprese, la prevalenza di settori con poca tradizione di contrattazione territoriale e una netta frattura città-campagna – possano rappresentare ostacoli allo sviluppo di pratiche di welfare aziendale. Secondo lei è possibile superare queste difficoltà e sostenere forme di integrazione virtuosa tra azioni di welfare aziendale e il welfare locale? In che modo?

È senz’altro una sfida da raccogliere, seppur il percorso non sarà dei più semplici: ritengo tuttavia che possano esserci i presupposti per ottenere dei buoni risultati con valore aggiunto per la comunità e il territorio. Nel corso della tavola rotonda dell’evento online di presentazione del Rapporto dello scorso 4 febbraio è emersa, con evidenza, quella che a mio avviso può essere la chiave per fare la differenza: un’azione coordinata tra i differenti attori in gioco che, mettendo insieme risorse e strumenti, possa aggregare una massa critica (in termini sia di domanda che di offerta di servizi di welfare) sufficiente a superare quei limiti, messi in luce dal Rapporto stesso, in termini di ridotte dimensioni delle imprese, caratteristiche geografiche e demografiche del territorio e, non ultima, una limitata tradizione di contrattazione di secondo livello. Considero fondamentale, oltre che incoraggiante, l’apertura dimostrata dalle sigle sindacali intervenute alla tavola rotonda, e la prospettiva, ancora una volta fortemente integrata, di un approccio territoriale che sappia mettere a sistema – anche attraverso lo strumento della contrattazione – vocazioni produttive del territorio, componente istituzionale ed esperienze del Terzo Settore in una logica di distretto.

In questo percorso, come ben sottolineato anche durante la tavola rotonda, la Fondazione Monte dei Paschi di Siena può svolgere un ruolo di accompagnatore terzo, facilitando l’incontro tra pubblico, privato profit e non profit, all’insegna di quel paradigma collaborativo fatto proprio dal Codice del Terzo Settore e assurto a rango costituzionale con la recente sentenza 131/2020 della Corte Costituzionale. 


Nella ricerca abbiamo indagato in particolare le prospettive di sviluppo di quello che abbiamo definito un “welfare aziendale a filiera corta”. In che modo crede che il coinvolgimento degli attori del Terzo Settore – a partire dalle cooperative e dalle imprese sociali – possa essere strategico per il contesto senese?

Per quella che è la nostra idea di sviluppo locale, ritengo fondamentale il pieno coinvolgimento del Terzo Settore nella prospettiva di costruire un sistema di welfare aziendale “a filiera corta”. E questo per due ordini di motivi: per la relazione privilegiata che le fondazioni di origini bancarie intrattengono con il non profit; per la vocazione identitaria che caratterizza l’impresa sociale e, più in generale, il Terzo Settore.

Ad esempio, gli Enti del Terzo Settore incorporano nella loro missione e sono portatori di un assetto valoriale fortemente connesso e coerente con i servizi di welfare da erogare sul territorio. In particolare, valori come la solidarietà (che, secondo una recente indagine del Salto Resource Center per il programma European Solidarity Corps, poggia a sua volta su concetti come l’empatia, la cittadinanza attiva e l’inclusione), sono capaci di connotare tutta una serie di prestazioni in cui la qualità del contatto umano e delle relazioni interpersonali assume una rilevanza prioritaria, in grado di coinvolgere e rendere partecipi i beneficiari stessi delle prestazioni.

Ma c’è di più: gli Enti del Terzo Settore garantiscono tradizionalmente – e sottolineo che questa è una condizione particolarmente radicata nel nostro contesto provinciale e regionale – una rete capillare di prossimità sui territori, in grado di aumentarne la resilienza e la coesione, mitigando almeno in parte le difficoltà delle recenti dinamiche demografiche. 


Può anticiparci quali saranno le iniziative e i progetti che la Fondazione vuole sviluppare per promuovere forme di innovazione e di capacity building nella cooperazione sociale senese?

Le prossime settimane ci vedranno protagonisti attivi con un programma ben definito che comprende un ciclo di cinque incontri con gli stakeholder del territorio volti alla sensibilizzazione e informazione sul tema. Se al termine di questo percorso riceveremo segnali incoraggianti, sia in termini di interesse che di disponibilità della cooperazione sociale e del Terzo Settore locale per lo sviluppo di una filiera corta di welfare aziendale, credo che potremmo mettere in campo delle specifiche azioni di capacity building funzionali a intercettare nuove opportunità per le organizzazioni e, più in generale, a un complessivo rafforzamento dell’impresa sociale. Un modello di impresa in grado di stare sul mercato senza tradire la propria missione a valore aggiunto sociale, emancipandosi sempre più dalle commesse pubbliche e dalla logica di servizio, a vantaggio di una più decisa componente di innovazione e azione comunitaria.

In questo contesto la Fondazione Monte dei Paschi di Siena intende sempre più promuovere dinamiche di sviluppo di comunità, puntando a valorizzare le sue componenti – impresa, istituzioni, Terzo Settore – anche attraverso sperimentazioni che ne promuovano l’agire collaborativo.