La povertà educativa resta una delle principali criticità per il nostro Paese, che tuttavia appare sempre più relegata ai margini del dibattito pubblico. Nonostante i numeri parlino chiaro e delineino una vera e propria emergenza, le azioni pubbliche per affrontare le determinanti della povertà nei primi anni di vita di bambini e bambine restano episodiche. È in questo quadro che suscita interesse l’impegno strategico assunto dalla principale Fondazione di origine bancaria italiana, che nei prossimi anni svilupperà un programma articolato che potrebbe fungere da benchmark per gli attori del primo e del secondo welfare che lavorano sulla povertà infantile. Un’iniziativa che ben si inserisce nel quadro di quelle azioni che dovrebbero essere implementate per affrontare efficacemente dimensioni che non è possibile continuare a ignorare.
La necessità di guardare ai bambini
In Italia sono 1,3 milioni i minori in povertà assoluta (dati 2024). Si tratta del 13,8% del totale dei bambini e ragazzi che risiedono nel nostro Paese. È il dato più alto di sempre e va letto anche alla luce del fatto che la povertà materiale si traduce spesso in povertà di opportunità educative, con ricadute negative non solo sul presente ma anche sul futuro dei bambini che sperimentano questa condizione.
Il contesto socioeconomico all’interno del quale si cresce condiziona infatti in modo significativo il ventaglio di opportunità di cui i bambini dispongono. Quelli che vivono in famiglie povere e che non hanno opportunità educative corrono un maggior rischio di rimanere intrappolati in una condizione di vulnerabilità. Il primo fattore determinante in tal senso è la possibilità di frequentare un servizio per la prima infanzia.
Secondo l’Istat, nell’anno educativo 2023/2024, in Italia, il 34,3% dei bambini frequenta i servizi per la prima infanzia (0-3 anni) contro una media UE del 37,5%. Il nostro Paese si colloca dunque lontano dall’obiettivo fissato per il 2030 di avere un tasso di frequenza a questi servizi pari al 44%. Inoltre, la percezione, soprattutto in alcune aree del Paese, è che si tratti di “servizi d’elite” piuttosto che istituzioni educative utili a superare le disuguaglianze legate alle famiglie di origine. Fra i bambini che frequentano i nidi sono infatti sovrarappresentati quelli i cui genitori hanno redditi più alti e titoli di studio più elevati1.
Questo si lega al costo elevato delle rette e all’accesso prioritario solitamente riconosciuto ai bambini provenienti da nuclei familiari in cui entrambi i genitori lavorano. Un elemento quest’ultimo che evidenzia come tali servizi siano spesso concepiti in ottica di conciliazione vita privata vita lavorativa e guardano quindi ai bisogni dei genitori piuttosto che a quelli dei bambini, tra cui il loro diritto all’accesso a opportunità educative.
Le iniziative di Anita
È in questo quadro che appare interessante approfondire genesi e obiettivi di “Anita – L’infanzia prima”, programma di Fondazione Cariplo rivolto alla cosiddetta fascia 0-6 della popolazione. Anita si inserisce nel quadro delle “sfide di mandato”, iniziative che mobilitano risorse e competenze su temi ritenuti cruciali dalla Fondazione2. L’obiettivo è generare cambiamenti strutturali e duraturi, mettendo in rete enti non profit, attori pubblici e privati. Non si tratta dunque di un semplice progetto, ma piuttosto di una strategia complessiva che punta a costruire alleanze territoriali e a rafforzare le infrastrutture sociali a sostegno dell’infanzia.
In particolare, Anita mira a intercettare e sostenere entro il 2028 almeno 22.000 bambini in povertà, ovvero 1 bambino su 3 di quelli che si trovano in questa condizione nel territorio di riferimento del programma3. L’investimento complessivo per farlo sarà pari a 20 milioni di euro.
Gli interventi previsti sono numerosi, tra questi: uno strumento digitale dedicato all’orientamento e al sostegno dei neogenitori, la creazione di un “hub di competenze” rivolto a Comuni e Terzo Settore, un bando per innovare gli spazi di vita dei bambini, ovvero le strutture educative e le aree gioco.
Allo stesso tempo, musei, biblioteche e teatri saranno sostenuti per potenziare l’offerta culturale dedicata all’infanzia e saranno realizzati interventi volti a incrementare la fruizione di questi luoghi da parte dei bambini più fragili. Saranno inoltre sperimentate le “Baby Bank”, ovvero spazi di riuso di beni essenziali per la prima infanzia.
Per la prima parte del 2026 è stato poi previsto il lancio della call for proposal “Anita chiama” che si articolerà in due linee distinte: 1) “Anita chiama ricerca” che si rivolge alla comunità scientifica e ha l’obiettivo di produrre ricerca sul benessere nella prima infanzia; 2) “Anita chiama innovazione” destinato agli enti del Terzo Settore e finalizzato a individuare, testare e promuovere proposte innovative per il benessere delle famiglie e dei bambini in condizione di fragilità o vulnerabilità.
Ma al di là dei diversi interventi previsti, appare utile ri-sottolineare il cuore dell’iniziativa: sostenere i bambini e le loro famiglie attraverso il potenziamento delle alleanze territoriali. Il programma non interviene esclusivamente sui servizi, ma intende rafforzare le relazioni sociali riconoscendo la centralità delle reti di welfare e delle reti di prossimità4. Attraverso il potenziamento di queste reti Anita contribuisce, come vedremo di seguito, a generare “capitale sociale” ovvero relazioni di fiducia e cooperazione che facilitano l’azione collettiva e la produzione di beni pubblici (vedi infra).
In questo senso Anita non parte da zero. Un precedente importante è il programma QuBì, promosso sempre da Fondazione Cariplo e oggi diventato patrimonio del Comune di Milano. Questo programma non solo ha permesso di costruire solide reti territoriali che coinvolgono scuole, servizi sociali, associazioni, parrocchie e organizzazioni del Terzo Settore; ma ha anche mostrato come iniziative nate nell’ambito della filantropia possano nel tempo diventare parte integrante delle politiche pubbliche locali5.
Servizi per l’infanzia e capitale sociale
Anita di Fondazione Cariplo per molti aspetti si inserisce in quella strategia che, come Percorsi di Secondo Welfare, abbiamo individuato come necessaria per affrontare i problemi connessi alla povertà educativa. Nel secondo Rapporto FAST per sostenere la natalità, abbiamo infatti posto l’accento sulla relazione fra capitale sociale e servizi per l’infanzia. Questa riflessione è particolarmente utile per leggere il valore di Anita.
Il termine capitale sociale fa riferimento all’insieme delle risorse che derivano dalle relazioni sociali all’interno di una comunità. Tali relazioni, come accennato poco sopra, facilitano la collaborazione tra individui contribuendo, in questo modo, al raggiungimento di obiettivi comuni.
Servizi per la prima infanzia e capitale sociale: un circolo virtuoso per costruire comunità
Il capitale sociale – spiegano Ferrera, Maino, Manfredi e Rossero nel Rapporto – può essere “bonding” e “bridging”. Il primo nasce dai legami stretti e coesi che si sviluppano all’interno di gruppi omogenei, come possono essere le famiglie o le comunità locali. Questo tipo di capitale sociale ha quindi a che vedere con le relazioni interne a un determinato gruppo e favorisce il supporto reciproco e la fiducia tra i suoi membri. Al contrario, il secondo si sviluppa tra gruppi sociali diversi e promuove il benessere collettivo attraverso la creazione di ponti tra comunità o gruppi di diverso tipo. Questa forma di capitale sociale consente di costruire reti ampie e inclusive in grado di promuovere la partecipazione attiva nelle politiche pubbliche e sociali.
Come dimostra il rapporto FAST, la disponibilità di capitale sociale bridging è correlata alla maggiore presenza di servizi per l’infanzia. Infatti, questa forma di capitale alimenta la pressione comunitaria per servizi pubblici in grado di supportare l’equilibrio tra lavoro e vita privata e le esigenze legate alla crescita dei figli. In questa prospettiva, i servizi per l’infanzia possono allora costituire dei veri e propri Hub di comunità in grado di alimentare, allo stesso tempo, la loro domanda e offerta. Sul fronte della domanda, i servizi contribuiscono ad aumentare la consapevolezza sull’importanza dell’educazione nella prima infanzia. In particolare, nei contesti in cui la domanda è più debole, perchè prevale il capitale boinding e le persone tendono a adottare soluzioni familistiche per rispondere ai loro bisogni, la presenza di servizi di qualità può generare un circolo virtuoso, per cui chi li utilizza diventa a sua volta promotore del loro valore, amplificandone l’accettazione e il riconoscimento sociale.
Sul fronte dell’offerta invece, contando sul proprio capitale sociale bridging e in risposta al basso intervento dello Stato in questo campo, le comunità locali possono contribuire a creare maggiori opportunità per l’azione collettiva e la fornitura di beni pubblici in una logica di governance condivisa.
Perché le prospettive di Anita hanno molto a che fare col capitale sociale
Letta attraverso questa lente, la strategia Anita agisce contemporaneamente sul capitale sociale bonding e bridging.
Da un lato, il rafforzamento delle reti di prossimità che ruotano attorno ai bambini e alle famiglie contribuisce ad alimentare forme di capitale sociale bonding, basate su relazioni di fiducia e reciprocità all’interno dei gruppi ristretti ad esempio di vicinato e più in generale di prossimità. Dall’altro, la promozione di alleanze multi-attore che vedono protagoniste amministrazioni pubbliche, organizzazioni del Terzo Settore, istituzioni culturali e soggetti filantropici favorisce lo sviluppo di capitale sociale bridging, creando ponti tra gruppi diversi e facilitando la cooperazione per obiettivi collettivi. Entrambi questi processi, come detto, sono in grado di alimentare la domanda e l’offerta di servizi con ricadute positive sui bambini e le bambine più vulnerabili.
In questa prospettiva, Anita ha il potenziale per non limitarsi a migliorare l’offerta di servizi per l’infanzia, ma, alimentando il capitale sociale, può creare delle infrastrutture relazionali funzionali alla costruzione di un welfare più inclusivo.
Note
- Con riferimento ai nidi, il reddito delle famiglie che utilizzano questo servizio è mediamente più alto (23.59816 euro) rispetto a quello delle famiglie che non ne usufruiscono (18.085 euro) e i tassi di frequenza aumentano all’aumentare della fascia di reddito delle famiglie. Se si guarda al livello di istruzione dei genitori, se almeno uno è possesso della laurea o titolo superiore la percentuale di frequenza del nido si attesta al 31,1%, mentre rimane al 26,3% se i genitori possiedono come titolo più alto il diploma superiore (Istat).
- Oltre all’infanzia, le altre Sfide lanciate da Cariplo riguardano il contrasto del fenomeno dei giovani NEET, il sostegno ai progetti di vita delle persone con disabilità e al reinserimento delle persone detenute e in uscita dal carcere, per un impegno complessivo da parte di Fondazione Cariplo di oltre 80 milioni di euro.
- Il territorio dell’intervento, in linea con quanto solitamente previsto dai bandi della Fondazione Cariplo, è la Lombardia più le province piemontesi di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola.
- Con il termine “rete di welfare” si fa qui riferimento all’insieme di attori di primo e secondo welfare che concorrono alla produzione di interventi e servizi. Il termine “rete di prossimità” fa invece riferimento a gruppi di persone interdipendenti fra loro e che si riconoscono reciprocamente ad esempio per ragioni di vicinato, appartenenza o identità. Le reti di prossimità non nascono con l’obiettivo di erogare servizi di welfare ma se individuate e coinvolte tali reti possono contribuire al welfare locale in una logica di community building e mutuo aiuto.
- Nato come programma sperimentale (che avevamo approfondito nel Quarto Rapporto sul secondo welfare), voluto da Fondazione Cariplo in collaborazione con Fondazione Peppino Vismara, Intesa Sanpaolo, Fondazione Romeo ed Enrica Invernizzi, Fondazione Fiera Milano, Fondazione Snam. QuBì è progressivamente entrato nell’agenda della città di Milano fino a diventare una componente strutturale delle politiche di contrasto alla povertà minorile. Infatti, nel 2023, l’assessorato Welfare e Salute del Comune di Milano, in collaborazione con altri assessorati dell’amministrazione, ha avviato un percorso di co-programmazione e co-progettazione sul tema del contrasto della povertà minorile. Dal percorso è emersa la volontà di portare avanti molte delle modalità di lavoro sperimentate nel quadro di QuBì.