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Negli ultimi anni, il tema del morire e del prendersi cura delle fragilità croniche e terminali non è più confinato agli spazi specialistici, ma è diventato oggetto di politiche pubbliche, sperimentazioni locali e riflessioni teoriche. In questo contesto si colloca il paradigma delle compassionate communities e delle compassionate cities, un approccio che invita a ripensare il ruolo delle comunità locali nel supporto delle persone vulnerabili, superando una visione esclusivamente sanitaria e professionale della cura.

Il convegno Costruire una Compassionate City. La roadmap del progetto a Torino, promosso da Fondazione FARO e Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro insieme alla Città di Torino e con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, ha rappresentato un’importante occasione di confronto tra professionisti, istituzioni, ricercatori e attori del terzo settore. L’incontro, svoltosi il 16 aprile presso il Circolo dei Lettori, ha messo sul tavolo domande oggi cruciali: come ripartire la responsabilità della cura tra servizi, istituzioni, famiglie e cittadini, e come rendere le reti sociali elementi strutturali, non residuali, del sistema di welfare.

La compassione al centro di un nuovo modello di welfare

La compassione, lungi dall’essere intesa come un sentimento di pietà o come mero affetto spontaneo, indica una disposizione attiva e una competenza sociale coltivabile: riconoscere la sofferenza altrui e tradurre tale riconoscimento in azioni concrete di sostegno. La dimensione relazionale e la reciprocità sono dunque centrali, poiché rovesciano la geometria asimmetrica del rapporto medico‑paziente (chi cura / chi è curato) e ampliano la platea di chi “cura” al di là dei professionisti e del nucleo familiare più stretto: vicini di casa, colleghi, insegnanti, volontari e altri membri della comunità.

Nel solco dell’ecologia sociale, l’approccio alle compassionate communities considera la cura come un sistema articolato in cui fattori biologici, relazionali, sociali, emotivi e spirituali si intrecciano.

La salute non è più solo assenza di malattia, ma capacità della comunità di attivare e mantenere reti di supporto stabili, capaci di ridurre povertà relazionale, sovraccarico dei caregiver e stigmatizzazione attorno alle condizioni che portano al morire o al lutto.

Il concetto di compassionate community nasce nel mondo anglosassone negli ultimi trent’anni e si fonda sull’idea che la cura, soprattutto nei momenti più delicati – malattie croniche e degenerative, fine vita, lutto – non possa essere demandata solo ai servizi sanitari. La comunità in senso ampio (famiglie, vicinato, associazioni, scuole, ambienti di lavoro, istituzioni locali, luoghi di culto) diventa un attore diffuso del welfare, capace di generare risposte di prossimità e di estendere il sostegno oltre i tempi ed i luoghi istituzionali.  Le compassionate cities rappresentano un’evoluzione di questo modello su scala urbana. Sono città che adottano politiche e pratiche pubbliche per aumentare la consapevolezza collettiva sul fine vita, sul lutto e sulla fragilità, e per favorire la partecipazione dei cittadini nella co‑produzione di reti di cura.

La strada intrapresa da Torino come 

Torino, riconosciuta “compassionate city” nel dicembre 2025 da Public Health Palliative Care International (PHPCI), si muove in questa direzione: la sua roadmap, articolata sui prossimi cinque anni, punta a integrare in modo più sistematico servizi sanitari, sociali e comunitari, valorizzando le reti informali e di prossimità come risorsa strutturale.

Nel presentare la roadmap, Marina Sozzi, co‑responsabile con Monica Seminara dell’Ufficio Culturale di Fondazione FARO, ha descritto Torino Compassionate City come un grande laboratorio urbano e collettivo. Con Iolanda Romano (Avventura Urbana) è stato avviato un processo partecipativo volto a raccogliere le conoscenze diffuse in città sulla malattia, sul morire e sul lutto, valorizzando le reti già esistenti e individuando bisogni insoddisfatti, disuguaglianze e vuoti di informazione. Attraverso interviste e attività di ascolto, queste conoscenze confluiranno in un patrimonio di sapere che verrà poi restituito a tutti gli stakeholder per orientare il percorso.

Accanto alla mappatura, sono stati attivati strumenti concreti come una comunità di pratica sulla cura e la prossimità, gestita da Torino Social Impact, e alcuni progetti pilota territoriali che sperimentano forme innovative di accompagnamento alle persone fragili e alle loro famiglie. In parallelo, in collaborazione con Cottino Social Impact Campus, si sta definendo un sistema di indicatori per la valutazione dell’impatto, che tenga insieme dimensioni quantitative e qualitative, per rendere visibili i risultati e sostenere il progetto nel lungo periodo.

Le cure palliative: un tassello della salute pubblica

Come sottolineato dal sociologo australiano Allan Kellehear, principale referente teorico del movimento, lo sviluppo delle compassionate communities si colloca nella prospettiva della public health palliative care. Le cure palliative non sono solo gestione del dolore e dei sintomi, ma coinvolgono il benessere relazionale, psicologico e spirituale delle persone e delle loro famiglie lungo tutta la traiettoria della malattia e del lutto.

Integrare le cure palliative in una logica di salute pubblica significa affrontare non solo l’intervento, ma anche la prevenzione delle sofferenze legate alla cura informale: sovraccarico dei caregiver, solitudine, stigma, povertà relazionale. È noto come queste condizioni incidano profondamente sulla salute fisica e mentale, amplificando le diseguaglianze sociali ed economiche. In questa prospettiva, le comunità compassionevoli diventano uno strumento operativo per tradurre la salute pubblica in pratica quotidiana, agganciando reti formali e informali, pubbliche e private, professionali e volontarie.

La condivisione di buone pratiche

Il convegno è stata anche l’occasione di presentare alcune buone pratiche che, a Reggio Emilia e Lodi, si muovono seguendo l’approccio sopra descritto. Andiamo a vederle insieme.

A Reggio Emilia una rete territoriale tra AUSL e comunità

Nel panorama italiano, il progetto InVita della provincia di Reggio Emilia rappresenta una delle sperimentazioni più strutturate di compassionate community. Lanciato nel 2023 da una rete guidata da AUSL Reggio Emilia e CSV Emilia, il progetto nasce da una fase di ricerca qualitativa sui bisogni reali di persone malate e famiglie, per costruire risposte non solo cliniche, ma anche sociali e relazionali. I risultati della ricerca, illustrati al convegno dalla medica palliativista Silvia Tanzi, sono stati condivisi con gli stakeholder locali e hanno alimentato una seconda fase di coinvolgimento partecipativo: gruppi di lavoro tematici, progettazione condivisa e azioni concrete a sostegno delle persone malate, dei caregiver e dell’intera comunità. In questo senso, le cure palliative si trasformano in un vero e proprio dispositivo di attivazione comunitaria, che contribuisce a ricostruire legami sociali e a riportare il fine vita dentro una dimensione collettiva.

Lodi Caring Community: cultura della cura e medicina narrativa

Un secondo esempio significativo è la Lodi Caring Community, raccontata dalla dottoressa Danila Zuffetti. L’iniziativa è nata nel 2024 su iniziativa della cooperativa Il Mosaico Servizi, con il sostegno del Comune di Lodi, della Fondazione Comunitaria e di una rete ampia di soggetti pubblici e privati. Qui la cura si esprime in maniera particolare attraverso la medicina narrativa: l’ascolto delle storie di vita, malattia e lutto permette di individuare bisogni complessi – sociali, emotivi e sanitarî – e di attivare risposte integrate, che coinvolgono servizi e cittadini in modo congiunto.

Traiettorie diverse, principi comuni

Le esperienze di Reggio Emilia e Lodi (ma anche Novara, Pordenone e, naturalmente, Torino) mostrano che il percorso delle compassionate communities e delle compassionate cities può assumere molteplici forme: processi top‑down guidati da amministrazioni pubbliche o, al contrario, iniziative bottom‑up promosse da Terzo Settore, associazioni o cittadini. Comune a tutte queste esperienze è la scelta di leggere la compassione come competenza sociale da diffondere sistematicamente, non come virtù residuale o episodica.

I progetti come quelli illustrati si confrontano con la necessità di una rigorosa mappatura dei bisogni e delle risorse locali e con l’attivazione di un lavoro culturale intenso: incontri pubblici, laboratori, death café e momenti di formazione che rompono il tabù della morte e favoriscono una cultura della cura condivisa. In questo quadro il Terzo Settore – di cui è parte la stessa Fondazione FARO – svolge un ruolo chiave: un ponte tra competenze professionali altamente specializzate e risorse relazionali diffuse, capace di organizzare formazione, sensibilizzazione e accompagnamento delle reti locali.

Misurare l’impatto per orientare le politiche

Il terreno più complesso è però quello della misurazione dell’impatto. Come sottolineato da Simone Veronese (responsabile della ricerca in Fondazione FARO) nel corso del convegno, le compassionate communities generano benefici in termini di qualità della vita, coesione sociale e riduzione dello stress sui caregiver, ma trasformare questi effetti in evidenze coerenti per le politiche pubbliche resta un nodo aperto. Occorre sviluppare insieme ad atenei e centri di ricerca strumenti di valutazione multidisciplinari, capaci di tradurre l’“invisibile” del sostegno sociale in dati utilizzabili dai decisori.

Un’altra sfida riguarda il riconoscimento istituzionale. Attivare singole iniziative – gruppi di supporto, laboratori, percorsi di formazione – è un primo passo importante, ma non basta. È necessario inserire questi percorsi in piani di welfare più ampi, con finanziamenti stabili, governance condivisa e obiettivi di medio‑lungo periodo. La Carta delle compassionate cities del PHPCI, articolata in 13 punti, offre un orientamento di riferimento per le città che vogliono trasformare questa prospettiva in politica.

 Verso una cultura della cura collettiva

Le comunità compassionevoli appaiono sempre più come un tassello distintivo del secondo welfare: una proposta concreta per ridisegnare la responsabilità della cura, senza sostituire i servizi sanitari e sociali ma ampliando e arricchendo la loro azione. Promuovere una cultura della cura condivisa significa riconoscere che vivere la fragilità – malattia, invecchiamento, lutto, solitudine – è un’esperienza universale, ma anche uno spazio di responsabilità collettiva.

Il convegno di Fondazione FARO ha messo in luce un paradosso: solo una piccola parte del tempo di una persona fragile (circa il 5%) è accompagnata dai servizi formali; il restante 95% è vissuto all’interno della rete sociale. Sostenere questa rete, rafforzandola, riconoscendola e integrandola nei sistemi di welfare, è probabilmente una delle svolte più importanti per affrontare le sfide demografiche, sanitarie e sociali dei prossimi anni. In questo senso, le compassionate communities e le compassionate cities indicano una direzione di cambiamento urgente: quella di un welfare capace di valorizzare le risorse delle comunità, trasformando la cura in un bene comune e in una responsabilità condivisa.

 

 

Foto di copertina: Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro