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Nel 2024, nell’Unione Europea sono nati meno bambini, il tasso di fecondità totale è calato ancora – raggiungendo il dato più basso di sempre – e l’età media in cui le donne diventano madri è cresciuta ulteriormente. Sono queste le tendenze strutturali che i nuovi dati Eurostat pubblicati oggi confermano e consolidano.  

E l’Italia? Si posiziona tra i Paesi “lowest-low fertility, quelli che hanno una fecondità più bassa tra le basse, ci spiega la demografa dell’Università di Padova Alessandra Minello.

Il nostro Paese, infatti, è quintultimo in UE per tasso di fecondità totale ed è quello con l’età media più alta alla nascita del primo figlio. “Continuiamo a raggiungere record in negativo”, aggiunge l’esperta. 

Fecondità in UE: una convergenza verso il basso

Nel 2024 in tutta l’UE sono nati 3,55 milioni di bambini, con una diminuzione del 3,3% rispetto ai 3,67 milioni del 2023.

Il tasso di fecondità totale è stato di 1,34 nati vivi per donna nell’UE, in calo rispetto a 1,38 dell’anno precedente. È il livello più basso dal 2001, il primo anno per il quale è disponibile il valore complessivo per l’UE. 

Tra il 2023 e il 2024, il tasso di fecondità totale è diminuito in 24 Paesi UE, tra cui il nostro, mentre è rimasto stabile in Lussemburgo e Paesi Bassi ed è aumentato solo in Slovenia, dello 0,01. Malta ha avuto il tasso di fecondità più basso con 1,01 nati vivi per donna, seguita dalla Spagna con 1,10, dalla Lituania con 1,11, dalla Polonia con 1,14 e infine dall’Italia che, come già aveva comunicato ISTAT, nel 2024 si è fermata a 1,18.I tassi più elevati si sono registrati, invece, in Bulgaria (1,72), Francia (1,61) e Slovenia (1,52). 

Oggi tutti i Paesi, anche quelli con valori più alti, sono molto distanti dalla soglia del 2,1, considerato il livello di sostituzione, cioè il numero medio di nati vivi per donna necessario per mantenere costante la popolazione in assenza di migrazione. “L’ultima volta che l’Italia ha raggiunto quel valore è stato esattamente cinquant’anni fa, nel 1976”, commenta Minello. 

In questi ultimi 50 anni, spiega Eurostat, i tassi di fecondità totale nei Paesi dell’UE si sono generalmente avvicinati: nel 1970, la differenza tra i tassi più alti e quelli più bassi era di circa 2 nati vivi per donna mentre ora è 0,7. Minello osserva che “c’è una tendenza alla convergenza”, ed è una convergenza verso il basso. 

Anche Stati con welfare strutturati da decenni e storicamente attenti alle famiglie con figli, come la Francia o i Paesi scandinavi, hanno ora tassi di fecondità intorno all’1,5 (a volte anche molto sotto, come nel caso della Finlandia) e questo, secondo la demografa dell’Università di Padova, mostra un “cambiamento culturale rilevante” (come segnalavamo qui). Gli elementi che portano alla decisione di fare un figlio sono numerosi e compositi, ma i dati indicano anche un cambio di attitudine culturale verso la genitorialità: “prima era indubbiamente parte del percorso di vita, oggi non lo è più necessariamente”, sostiene Minello.

Si diventa madri sempre più tardi, soprattutto in Italia

Eurostat sottolinea anche che l’età media delle donne al momento del parto nell’UE è continuata a crescere tra il 2001 e il 2024, passando da una media di 29,0 a 31,3 anni. “La stessa tendenza si osserva per l’età media delle donne alla nascita del primo figlio nello stesso periodo, passando da 28,8 anni nell’UE nel 2013 (il primo anno per il quale è disponibile il dato UE) a 29,9 anni nel 2024”.

L’età media più bassa alla nascita del primo figlio si registra in Bulgaria (26,9 anni) e Romania (27,2 anni) mentre le più alte sono quelle del Lussemburgo (31,6) e dell’Italia, con 31,9 anni. Del resto, dice Minello, “è da tempo che il nostro Paese va in questa direzione”. “Siamo tra i Paesi europei – aggiunge – con la quota più alta di di mamme che hanno avuto il primo figlio oltre i 40 anni” e questo per tutta una serie di fattori ormai noti, che riguardano sia il mercato del lavoro sia quello immobiliare, ma anche il ritardare l’uscita di casa o l’ingresso in relazioni stabili. 

Anche in questo caso, l’Italia ha specificità proprie ma Eurostat ricorda che “mentre i tassi di fecondità per le donne sotto i 30 anni nell’UE sono diminuiti dal 2004, quelli per le donne di 30 anni e oltre sono aumentati. Nel 2004, il tasso di fecondità più alto tra tutti i gruppi di età era quello delle donne tra i 25 e i 29 anni. Nel 2024, il tasso di fecondità più alto è diventato quello delle donne tra i 30 e i 34 anni. Anche il tasso di fecondità per le donne di 35 anni e oltre è in aumento”.

La soluzione è la migrazione?

Tra i dati pubblicati da Eurostat ci sono anche quelli sui figli di madri straniere, cioè nate non nel Paese di riferimento, ma in un altro Paese dell’UE o al di fuori dell’UE. Nel 2024, in media, nell’UE la quota di nascite da madri straniere è stata il 24% delle nascite totali. 

I valori più alti si sono registrati in Lussemburgo (68%) e Cipro (42%) che però hanno caratteristiche particolari mentre in Austria, Belgio, Spagna, Portogallo e Germania almeno un terzo dei bambini è nato da madri straniere. Al contrario, il 97% dei nati vivi nel 2024 in Bulgaria, Romania e Slovacchia aveva madri nate nel Paese.

L’Italia si colloca poco sotto la media UE, al 22% di nati da madri straniere a fronte di una popolazione straniera che, a fine 2024, contava 5.442.000 persone, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,2%.

Sono cifre che, però, non devono far pensare che la migrazione sia la soluzione facile e rapida alla questione demografica. Immaginare che la natalità in Italia possa crescere grazie ai figli delle donne straniere, argomenta Minello, è “una visione davvero poco consapevole di dinamiche ormai globali”. 

L’esperta spiega che, per esempio, diversi Paesi africani hanno tassi di fecondità totale ancora molto più alti di quelli europei, ma che stanno comunque calando in maniera fortissima. Inoltre, una volta stabilitisi in Italia, le famiglie straniere risentono di tutti i limiti del nostro Paese che pesano già sulle scelte riproduttive delle famiglie italiane. A volte in maniera ancora più dura. “Il nostro è un welfare fortemente familistico e chi arriva da un altro Paese si ritrova senza famiglia e quindi senza supporto”, ragiona la demografa. 

Il risultato di questo insieme di fattori è che l’apporto della migrazione, conclude Minello, “non è sufficiente a riequilibrare le dinamiche demografiche”. 

 

Foto di copertina: Courtney Kammers, Unsplash