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Ester Gubert è autrice del Working Paper 2WEL 1/2020 “La Cura è di Casa. Una partnership tra pubblico, privato e cittadinanza per l’innovazione del sostegno alla domiciliarità”. In questo articolo ci racconta alcuni degli elementi più rilevanti del suo contributo.


Il ruolo della comunità nel contrasto della solitudine

La Cura è di Casa è un progetto promosso da un ampio e vario partenariato nella provincia del Verbano Cusio Ossola e in sette comuni dell’Alto Novarese per offrire supporto e favorire il benessere della popolazione anziana, in particolare di coloro che sono definiti “anziani fragili”. Essi infatti si trovano spesso soli a dover fare i conti con l’insorgere di limitazioni alla propria autonomia sia per la rarefazione delle reti di supporto familiari, sia perché l’offerta pubblica concentra le sue risorse sulla non autosufficienza. Dal Rapporto Annuale Istat 2018 emerge che proprio nel momento in cui aumentano le difficoltà nello svolgimento delle attività della vita quotidiana (dai 75 anni), cresce il numero degli anziani che sente di non poter contare su nessuno. La presenza di reti di supporto è invece un elemento essenziale per invecchiare a casa propria con una buona qualità di vita e per mantenere quelle abilità sociali, cognitive e motorie che tendono a decadere più velocemente se non sollecitate.

È proprio per prevenire i rischi legati alla solitudine e all’isolamento che La Cura è di Casa ha adottato come strategia il coinvolgimento e l’attivazione della cittadinanza che assume un ruolo di protagonismo nel prendersi cura di bisogni insoddisfatti della propria comunità di appartenenza. Lo slogan del progetto “La comunità per il benessere della persona anziana” esprime in estrema sintesi quello che è uno dei suoi principi cardine: riconoscere e far riconoscere a tutti gli attori del territorio la propria corresponsabilità nella promozione di una maggiore qualità di vita della popolazione anziana. Alla cittadinanza è chiesto di compartecipare secondo le modalità che meglio si adattano alle disponibilità di ognuno, si offre infatti la possibilità o di occuparsi in attività di volontariato o di fare delle donazioni in denaro. A quattro anni dall’avvio del progetto (nel 2016) sono 181 i volontari che si sono prestati nel disbrigo di piccole commissioni, accompagnamenti, ascolto, compagnia e altre attività che non richiedono specifiche competenze professionali ma piuttosto disponibilità di tempo e di aprirsi alla relazione con gli anziani. Rispettivamente al fundraising, considerata come l’altra modalità per prendere parte alla costruzione del progetto, sono stati raccolti più di 490.000 Euro grazie a 1.100 donatori, cifre che i promotori valutano molto soddisfacenti.

In che modo sono stati raggiunti questi risultati? Qual è stata la risposta durante la pandemia da Covid-19 nei primi mesi del 2020? Se ne parla nei prossimi paragrafi, mettendo in luce le principali scelte strategiche adottate e gli apprendimenti che i promotori del progetto sentono di aver raggiunto.  


Progettare allo stesso tavolo

Innanzitutto, si è adottato come metodo di lavoro la partecipazione dei soggetti coinvolti, primi tra tutti le organizzazioni di volontariato di cui tre sono partner e altre nove sono entrate a fare parte delle realtà aderenti alla rete de La Cura è di Casa. È stato quindi creato un tavolo di lavoro ad hoc in cui le strategie, le azioni e gli strumenti sono stati co-progettati e monitorati dai diversi soggetti territoriali coinvolti. Questo ha permesso un’importante contaminazione di idee e competenze, un buon coordinamento delle attività implementate in quanto già condivise e negoziate con i diretti interessati. Inoltre, questa stretta collaborazione ha reso anche più agevole la rimodulazione in itinere delle attività sulla base sia dell’efficacia e dell’efficienza che queste dimostravano, sia per l’insorgere di fattori di contesto esterni, come l’irruente esplosione della pandemia da Covid-19.


La comunicazione

Una delle attività che ha avuto fin da subito particolare rilevanza è quella della comunicazione che, oltre a ricoprire un ruolo centrale nell’intercettazione dei potenziali beneficiari del progetto, è stata anche promossa per far conoscere il progetto e agganciare in tal modo nuove risorse umane e finanziarie. Dopo aver sperimentato la promozione di eventi e iniziative specifiche, si è progressivamente preferito agganciarsi a quelli già presenti e programmati in quanto è risultato più strategico ed efficace creare legami e collaborazioni con gli attori del territorio piuttosto che proporsi in modo isolato. In tal modo si è fatto leva sull’affidabilità che i partner o altri soggetti aderenti alla rete avevano già nella comunità, elemento utile alla presentazione del progetto e alla proposta di sostenerlo economicamente. Inoltre, sia per il people raising che per il fundraising si è valutato che l’efficacia di queste azioni dipendesse dalla capacità di sensibilizzare alla cultura del dono e agli obiettivi del progetto che può essere fatto solo “mettendoci la faccia” e non delegando questa funzione a esperti esterni.

Mettere in rete le risorse

Il progetto lavora sia per attrarre e ingaggiare cittadini che singolarmente vogliono offrire il proprio tempo in attività di volontariato, sia per mettere in rete le associazioni già attive in tal senso sul territorio. Si propone infatti di introdurre delle novità nel contesto ma soprattutto di connettere e mettere a sistema le risorse che vi sono già presenti e che possono agire con maggiore efficienza ed efficacia se adeguatamente coordinate. A tal fine, La Cura di Casa, anziché costituirsi in associazione, si è proposta come una rete alla quale diverse organizzazioni possono aderire in modo tale da rispettare e mantenere le specifiche identità di ognuna. L’attenzione a questa dimensione è stata valutata come un elemento strategico nel coinvolgimento delle diverse realtà associative, allo stesso tempo, però, si è rivelato necessario curare l’appartenenza alla rete, quindi il perseguimento di un progetto comune. Nel corso degli anni sono stati elaborati, sempre in maniera concertata, un metodo e degli strumenti di lavoro comuni allo scopo di definire e strutturare i processi di ingaggio, reclutamento e formazione dei volontari. Dall’altra parte si sono curati momenti di ritrovo, confronto e verifica per rafforzare lo spirito di squadra, la motivazione nel prendere parte al progetto e per dare il giusto riconoscimento per le azioni svolte. Le associazioni che hanno aderito alla rete hanno il vantaggio di fare parte di un progetto che dà loro maggior forza e visibilità sul territorio, apre a nuove opportunità e aiuta nel ricambio generazionale dei volontari, un aspetto molto sentito e critico.


La Covid-19: una prova di resilienza comunitaria

Durante la primavera 2020, le restrizioni adottate per gestire l’emergenza sanitaria causata dalla diffusione della Covid-19 hanno costretto molti anziani ad auto-isolarsi, il progetto a sospendere le attività di aggregazione, incontro e a limitare drasticamente quelle di volontariato, gestite per la maggior parte da soggetti a rischio perché a loro volta anziani. In un momento in cui il bisogno di relazioni e di supporto concreto degli anziani fragili si è fatto più evidente e urgente, La Cura di Casa è stata costretta a ripensare le proprie attività e modalità di azione. I volontari anziani si sono dedicati principalmente a chiamate di compagnia e monitoraggio dando maggior diffusione all’iniziativa di telefonia sociale “Ti chiamo io” già attiva all’interno del progetto per iniziativa di alcuni volontari. Sono stati invece coinvolti e attivati alcuni giovani volontari per la consegna della spesa e dei farmaci a domicilio e si è mantenuta e rafforzata la consegna pasti svolta dagli operatori professionali. Si è poi lavorato per sistematizzare e diffondere le informazioni relative ai servizi di prima necessità rivolti agli anziani con la mappatura “La Cura viene a Casa” in cui erano indicate, per ogni comune, le iniziative di consegna pasti e farmaci a domicilio attivate dalle piccole botteghe e dalle farmacie in collaborazione con le amministrazioni comunali e i volontari. Anche la tecnologia è stata sfruttata per mantenere i legami e ridurre i rischi dell’isolamento e dell’inattività. Ad esempio, è stato creato un gruppo WhatsApp “Giù dal divano”, gestito da professionisti laureati in Scienze Motorie, in cui periodicamente venivano condivisi esercizi di ginnastica dolce e automassaggio per contrastare i danni della sedentarietà. 

Il filo rosso

In questa fitta trama di strumenti, attività, scelte strategiche che il progetto ha adottato per attivare la cittadinanza e renderla essa stessa promotrice di benessere per gli anziani fragili, è possibile individuare un filo rosso: fare rete. Risulta l’elemento chiave dalla progettazione delle azioni, alla comunicazione, così come nell’ingaggio e nella messa a regime delle risorse sul territorio. La stessa reazione di resilienza dimostrata nel primo picco pandemico non ha visto La Cura di Casa come unica protagonista, si è infatti mossa con una rete di attori del territorio ben più ampia del suo partenariato.

Da questa esperienza emerge che per promuovere reti sia necessario adottare come mezzo e metodo di lavoro il “fare rete” con quei soggetti territoriali che, a vario titolo e su diversi piani, possono avere interesse a collaborare nella realizzazione di finalità comuni. A riguardo, uno dei più rilevanti apprendimenti del progetto consiste nell’aver compreso che gli accordi di partnership non sono sufficienti a far funzionare efficacemente una rete territoriale in quanto essa ha bisogno di un costante lavoro di mantenimento, motivazione, attivazione. Questo richiede non solo un importante investimento di tempo – quindi di risorse – ma anche lo sviluppo di specifiche competenze professionali per integrare queste nuove funzioni a livello organizzativo e operativo. 

 

 

 

Riferimenti

ISTAT (2018), Rapporto annuale, Istituto nazionale di statistica