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Cogliendo l’occasione di una ricerca recentemente realizzata dal nostro Laboratorio per il Comune di Como, di seguito proponiamo alcune riflessioni sul tema della policronicità, sul ruolo delle politiche temporali, in particolare dei Piani Territoriali degli Orari, e sugli impatti che esse possono avere sui sistemi di welfare locali.

L’importanza di affrontare la policronicità delle città

A partire dalla proposta di legge di iniziativa popolare del 1989 “Le donne cambiano i tempi”1, in Italia si è affermata con forza la necessità di intervenire per rendere conciliabili i diversi tempi, personali e sociali, di lavoro e di vita, a seguito dei cambiamenti che hanno attraversato il Novecento, tra cui in particolare l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro. L’esigenza è particolarmente sentita nei contesti urbani, dove la pluralità delle attività e la frenesia della vita della città vede moltiplicarsi, e talvolta entrare in conflitto, proprio i tempi che compongono la quotidianità di chi vi abita.

La crescente desincronizzazione degli orari, legata alla trasformazione del tempo notturno in tempo di consumo e alla partecipazione di ciascun cittadino a molte organizzazioni caratterizzate da regimi temporali diversi, si somma alla co-presenza di numerose “popolazioni” portatrici di istanze diverse sul medesimo territorio. Lavoratrici e lavoratori, pensionati, studenti, turisti, pendolari, bambini o molti altri gruppi sociali possono entrare in conflitto non solo per gli scopi differenziati con cui utilizzano lo spazio, ma anche dal punto di vista dei ritmi e degli orari che scandiscono le loro vite.

Governare questa policronicità, all’intersezione tra esigenze legittime ma talora inconciliabili, è un compito evidentemente complesso, che può essere affrontato efficacemente su scala locale. In tal senso le cosiddette politiche temporali – dettando ritmi, vincoli connessi alla mobilità e accessibilità delle opportunità urbane – possono attenuare le diseguaglianze esistenti oppure, al contrario, produrre nuovi svantaggi definiti come vere e proprie diseguaglianze temporali. Il principale strumento per realizzarle è il Piano Territoriale degli Orari (PTO).

Cos’è un Piano Territoriale degli Orari?

A partire dalla Legge n. 53 dell’8 marzo 2000 (“Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e per il coordinamento dei tempi delle città”) tutti i Comuni con più di 30.000 abitanti debbono prevedere l’istituzione di un Ufficio dei Tempi e la predisposizione di un Piano Territoriale degli Orari.

Il PTO è definito dalla norma come uno “strumento unitario per finalità e indirizzi […] relativi al funzionamento dei diversi sistemi orari dei servizi urbani e alla loro graduale armonizzazione e coordinamento”, che può produrre “effetti sul traffico, sull’inquinamento e sulla qualità della vita cittadina degli orari di lavoro pubblici e privati, degli orari di apertura al pubblico dei servizi pubblici e privati” e “delle attività commerciali”. Si tratta, dunque, del principale strumento a disposizione degli enti locali per intervenire su alcuni degli aspetti critici indicati nel precedente paragrafo, intervenendo sugli aspetti temporali che possono influenzare la vita di una città e di chi la vive.

In continuità con un lavoro di ricerca già condotto sul tema delle politiche temporali da Secondo Welfare, nei mesi scorsi abbiamo realizzato una ricerca empirica volta a sostenere il Comune di Como proprio nella elaborazione del suo nuovo PTO. Questa ci ha permesso di individuare alcune dinamiche interessanti che riguardano questo territorio ma che possono essere valide anche per altri contesti.

Politiche temporali all’intersezione tra welfare aziendale, mobilità e conciliazione

La ricerca ha previsto la conduzione di interviste discorsive a numerosi stakeholder sul territorio comasco: attori istituzionali, associazioni di categoria, sindacati, enti del Terzo Settore e gruppi informali di cittadini. La scelta di comporre un campione il più possibile eterogeneo muoveva dall’esigenza di esplorare la pluralità di esigenze e di sguardi che articolano la policronicità. Lo studio è stato inteso in tal senso come un momento di ascolto degli attori sociali locali, cui potrà fare seguito una co-progettazione che valorizzi la ricchezza di prospettive e di risorse presenti sul territorio.

Dai risultati emergenti, astraendo dalle peculiarità del contesto specifico, è possibile individuare interessanti applicazioni delle politiche temporali in almeno tre ambiti: welfare aziendale, mobilità sostenibile e servizi per l’infanzia.

Welfare aziendale

Alcuni interventi di welfare aziendali – come lo smart working, la flessibilità oraria, i congedi parentali addizionali, i servizi di “maggiordomo aziendale” – incidono direttamente sulla gestione del tempo di lavoratori e lavoratrici. Avviare un lavoro culturale in tal senso e istituire tavoli di lavoro multistakeholder per lo sviluppo di misure concrete può essere una leva strategica anche in materia di politiche temporali.

Mobilità sostenibile

Il tempo impiegato negli spostamenti dentro e fuori la città, particolarmente gravoso nelle “ore di punta”, può essere gestito attraverso interventi che incentivino l’uso del TPL e la mobilità ciclo-pedonale, misure di welfare aziendale specifiche per gli spostamenti casa-lavoro e figure dedicate (es. Mobility Manager), nonché patti di mobilità che sperimentino la desincronizzazione degli orari di scuole, aziende e altri che, con le proprie attività, scandiscono i tempi della vita urbana.

Servizi per l’infanzia

La possibilità per le famiglie di disporre di servizi per l’infanzia e l’adolescenza estesi al tempo extra-scolastico rappresenta un indubbio vantaggio anche in termini temporali. La cura di servizi e spazi pubblici a misura di famiglia favorisce non solo la conciliazione vita-lavoro, ma la condivisione di tempo di qualità e il benessere nel vivere attivamente la propria città.

Una opportunità per le policy regionali

Le opportunità sopra delineate potrebbero trovare realizzazione concreta all’interno di iniziative e policy locali che le Regioni, attraverso bandi dedicati alla conciliazione e ad altre misure ad hoc, dovrebbero sostenere e promuovere.

Ad esempio con la legge 28/2004 sulle politiche dei tempi e degli orari delle città la Regione Lombardia si propone di promuovere la diffusione, nelle pubbliche amministrazioni locali, di nuove forme e modalità di intervento per la gestione ed il coordinamento dei tempi attraverso il cofinanziamento di progetti finalizzati o alla predisposizione di Piani Territoriali degli Orari o alla loro attuazione. A tal fine la legge prevede il coinvolgimento di Regione, Province e Comuni, che si devono far carico di articolare le diverse politiche settoriali, tenendo conto della dimensione temporale come variabile rilevante per la qualità della vita dei cittadini.

In particolare “Regione e Province hanno la funzione di orientare e promuovere le politiche temporali attraverso gli atti di programmazione generale e settoriale. Ai Comuni spetta invece l’effettiva realizzazione delle politiche temporali e la predisposizione di Piani Territoriali degli Orari che contengano soluzioni negoziate con tutti i soggetti interessati, sia pubblici che privati.”

 

 

Note

  1. Si trattò di una proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla sezione femminile del Partito Comunista Italiano, sostenuta da Nilde Iotti (allora Presidente della Camera) e da Tina Anselmi (Ministro del Lavoro), che raccolse 300.000 firme. Il ruolo della mobilitazione sociale femminile nel percorso di riconoscimento del tempo come nodo attorno al quale si gioca anche la parità di genere è stato oggetto di un recente intervento di Grazia Labate.
Foto di copertina: Jacek Dylag, Unsplash.com