In Italia, lo sport è da sempre considerato un “affare di Stato”. Le competizioni nazionali e internazionali, come dimostrato dalle recenti Olimpiadi di Milano Cortina e (ahinoi) dalle qualificazioni mondiali di calcio, hanno infatti il potere di mobilitare l’intero Paese, rafforzando il senso di identità collettiva tra i cittadini. Nel bene e nel male.

Dal punto di vista economico, inoltre, il settore ha un peso rilevante: lo sport genera quasi 67 miliardi di euro all’anno, pari al 3,1% del PIL1. In breve, quello sportivo è un pilastro fondamentale per il sistema Paese, che contribuisce a plasmare l’immaginario sociale e influenzare concetti chiave come leadership, competizione e relazioni interpersonali.

Proprio per la centralità che lo sport assume in Italia, le disuguaglianze che lo attraversano assumono un significato ancora più rilevante. Non è infatti necessario guardare alle sole professioniste e campionesse olimpiche per coglierle: anche nella pratica quotidiana, le donne e le ragazze incontrano maggiori difficoltà ad affermarsi rispetto ai coetanei maschi. Dai grandi stadi alle palestre di quartiere, il mondo sportivo continua a essere un contesto in cui la loro libertà e sicurezza sono spesso limitate, impedendo di vivere l’attività fisica con la serenità e la spensieratezza che dovrebbe contraddistinguerla.

In un’ottica di secondo welfare, lo sport non può più essere considerato un settore isolato o limitato alla sola dimensione agonistica, ma visto e interpretato come un ambito capace di generare valore sociale, educativo e relazionale. In questo contesto, possiamo parlare di “welfare sportivo” – un termine ancora poco utilizzato – o di sport come forma di welfare socio-culturale, che può incidere positivamente sul benessere delle persone e delle comunità.

Se adeguatamente supportato da istituzioni pubbliche, organizzazioni del Terzo Settore, fondazioni e realtà associative, lo sport può trasformarsi da luogo di riproduzione di disuguaglianze e stereotipi in una leva strategica di prevenzione primaria, promuovendo relazioni più eque e inclusive fin dall’infanzia. In questa chiave, lo sport diventa un campo privilegiato di intervento per gli attori del secondo welfare, che possono agire concretamente con progetti educativi, pratiche inclusive e iniziative territoriali in grado di contrastare le disparità di genere.

In questo articolo, esploriamo l’ampiezza del fenomeno delle disuguaglianze di genere nello sport e riflettiamo su come gli attori del secondo welfare possano giocare un ruolo cruciale nel cambiare queste dinamiche, contribuendo a creare un ambiente sportivo più inclusivo e equo per tutte le persone.

Le disuguaglianze di genere nello sport: tra scarso accesso, stereotipi e sotto-rappresentazione

Per comprendere il fenomeno sopra introdotto ci pare utile partire da un recente report di ActionAid dedicato al rapporto tra sport e parità di genere: “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale. Addendum sport”.

I dati, raccolti in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia e 2B Research, rivelano come la percezione della sicurezza sia il primo invisibile spartiacque nell’accesso allo sport. Se oltre la metà degli uomini (54,6%) dichiara di non aver mai provato timore nel frequentare strutture sportive, per le donne questa percentuale cala drasticamente. La discrepanza si accentua nei luoghi del “grande sport”: stadi e palazzetti restano territori ad alta asimmetria. Solo il 28,1% delle donne si sente sempre a proprio agio in questi contesti, contro il 43,9% degli uomini. Il dato più preoccupante riguarda quel 46,8% di donne che sceglie di non frequentare affatto questi spazi: non è mancanza di interesse, ma un’auto-esclusione dettata da un ambiente percepito come sessista e aggressivo. Percepire i luoghi di sport come poco sicuri porta a una minore frequentazione di palazzetti e stadi da parte del genere femminile non per mancanza di interesse, ma per timore.

Allo stesso tempo, persistono forti stereotipi culturali che associano alcune discipline al maschile o al femminile. Per questo motivo, molte persone, donne ma anche uomini, rinunciano a praticare lo sport scelto perché considerato “non appropriato” al proprio genere. Questa dinamica può tradursi anche in un abbandono precoce dell’attività sportiva, coinvolgendo ragazzi e ragazze molto giovani, per i quali lo sport rappresenta un elemento fondamentale non solo per la salute, ma anche per lo sviluppo fisico e psicologico. Secondo il report di Actionaid il 31% degli intervistati ritiene ancora che esistano discipline “più adatte” a un genere rispetto all’altro, un pregiudizio più marcato tra gli uomini (37,6%). Questa visione limita concretamente la libertà di scelta: il 20,5% della popolazione ha rinunciato a praticare uno sport perché ritenuto socialmente inappropriato per il proprio genere. Inaspettatamente, sono le nuove generazioni a soffrire di più: la rinuncia riguarda oltre la metà degli uomini della Generazione Z (51,3%). Nonostante una maggiore sensibilità apparente, il timore di non aderire a modelli di maschilità egemone resta una barriera insormontabile, specialmente nei contesti urbani e nel Mezzogiorno.

Queste disuguaglianze vengono infine amplificate da un sistema economico e mediatico sbilanciato. Nel 2024, gli asset sportivi maschili hanno attratto il 56% degli investimenti globali, contro appena l’11% destinato allo sport femminile; la restante quota si distribuisce tra ambiti non direttamente attribuibili a una specifica dimensione di genere. Parallelamente, nel 2025 le donne rappresentavano solo il 26% delle persone citate nelle notizie sportive. Raccontando meno (e peggio) l’atleta donna, i media contribuiscono a naturalizzare l’idea che il successo e la leadership siano qualità esclusivamente maschili e che quindi lo sport praticato dalle donne sia in qualche modo “di serie B”.

Questa dinamica emerge con particolare evidenza nei momenti di massima visibilità, come le recenti Olimpiadi invernali, dove le atlete italiane sono state spesso descritte più come “mamme olimpioniche” che come professioniste. Una narrazione che, pur celebrandone l’impegno, tende a ricondurre il loro valore alla dimensione familiare, confermando come lo sport non sia ancora un ambiente pienamente inclusivo e rivelando la persistenza di modelli di genere tradizionali.

In sintesi, le disuguaglianze di genere sono ancora diffuse nel mondo dello sport e si manifestano in diverse forme e a diversi livelli. Infatti, i dati di ActionAid evidenziano come le disuguaglianze di genere non riguardano solo lo sport professionistico, spesso percepito come distante, ma hanno origine già nello sport “di base”, dove si formano le esperienze di ragazze e ragazzi. Da qui emerge la necessità di un impegno condiviso tra diversi attori del mondo dello sport e non solo per mettere in discussione e superare questi modelli culturali.

Dalle istituzioni al territorio: il secondo welfare come motore di cambiamento

In questo senso, il report di ActionAid ha certamente il merito di indirizzare raccomandazioni cruciali agli alti organi di governo e al Comitato Olimpico. Ma la partita della trasformazione si gioca con altrettanta forza sul terreno del secondo welfare. In questo ambito, attori non pubblici – come fondazioni, ONG e associazioni sportive – diventano potenziali architetti di politiche sociali di prossimità. Un esempio internazionale di rilievo è l’australiana Our Watch, che adotta un approccio “whole-of-sport”, integrando l’uguaglianza di genere in ogni livello, dalla governance alle tifoserie. Our Watch lavora per prevenire la violenza contro le donne in Australia collaborando con organizzazioni sportive per promuovere l’uguaglianza di genere e culture basate sul rispetto. Fornisce strumenti, risorse e standard per aiutare le associazioni a creare ambienti sicuri, con l’obiettivo di intervenire sulle cause strutturali e di genere della violenza.

Anche in Italia, questa spinta trova espressione nello sport di base attraverso iniziative come Fuori Rosa: la violenza di genere non si convoca, promossa dal CSI (Centro Sportivo Italiano) di Milano nell’aprile 2026. Si tratta di una campagna di mobilitazione social inserita nelle “Giornate a Tema” del programma quadriennale del Comitato, con l’obiettivo di sensibilizzare il mondo sportivo su questioni sociali rilevanti e “aprire gli sguardi sul mondo”, costruendo un ragionamento condiviso su temi centrali della quotidianità.

Al centro dell’iniziativa c’è il simbolo del cartellino rosa, pensato per “espellere” la violenza di genere da ogni contesto sportivo. Il significato è forte e immediato e, come spiegano le responsabili del progetto Teresa Bernabè e Giorgia Magni, non è casuale: “Il cartellino rosso sospende la tua partecipazione limitatamente alla partita, il giallo ti avvisa, ma con la violenza di genere dobbiamo essere più decisi: se ti metto fuori rosa, significa che non giochi più. È un gesto di esclusione totale”.

La mobilitazione si traduce in azioni concrete sui campi sportivi: “abbiamo inviato un kit grafico alle società sportive, con il cartellino rosa e il logo, chiedendo a giocatori, arbitri e allenatori di mostrare simbolicamente il cartellino e il logo prima dell’inizio della partita e immortalarlo in uno scatto che poi verrà ripreso sui social”. L’obiettivo è che “questa mobilitazione diventi virale e contamini tutto il mondo dello sport di base, dimostrando che non ci si può chiamare fuori da un argomento del genere”.

Attraverso questa iniziativa, il CSI punta a trasformare i campi sportivi, dagli oratori alle realtà di periferia, in spazi di educazione e prevenzione delle disparità di genere. I primi riscontri sembrano confermare questa direzione: “la mobilitazione comincerà il 7 aprile e durerà circa cinque giorni, ma già nelle settimane precedenti all’inizio le società sportive ci hanno inviato foto delle loro iniziative, segno che il tema è sentito”. Come sottolinea Giorgia, la partecipazione coinvolge tutta la comunità sportiva: “parte da una catena che va dal presidente, all’allenatore, ai dirigenti, fino ad arrivare agli atleti. Se il tema è percepito come importante in primis dagli adulti, la partecipazione cresce e riesce a contaminare anche i giovani atleti in modo capillare”.

In questo senso, la partecipazione attiva delle squadre è centrale: non si tratta solo di aderire simbolicamente, ma di contribuire a costruire una cultura sportiva più consapevole. Come evidenzia Teresa, “lo sport è uno spazio fertile per veicolare questi messaggi, poiché offre un terreno d’incontro tra diversi livelli e attori sociali. È un’opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire”.

Verso un welfare sportivo

In conclusione, perché è così urgente affrontare e smantellare le disuguaglianze di genere nello sport? La risposta risiede nella sua fondamentale funzione educativa. Lo sport non è un settore isolato, ma un ecosistema che gioca un ruolo cruciale nella formazione di giovani e giovanissimi, influenzando profondamente la loro visione del mondo e delle relazioni sociali. Se un giovane cresce in un ambiente sportivo che normalizza disuguaglianze o esclusioni, tenderà a riprodurre quegli stessi schemi nelle sue interazioni quotidiane, sia nel contesto affettivo che professionale.

Promuovere contesti sportivi paritari significa, invece, fornire gli strumenti per immaginare e costruire una società più equa e inclusiva. Lo sport può diventare un potente strumento di cambiamento sociale, ma solo se visto come un ambito che va oltre il semplice “tempo libero”, diventando un vero e proprio servizio di welfare, capace di promuovere salute, sicurezza, diritti e pari opportunità. È necessario, quindi, un impegno collettivo e integrato tra le istituzioni pubbliche, gli attori del Terzo Settore e le organizzazioni sportive per fare in modo che palestre, campi e stadi non siano più luoghi di esclusione, ma spazi di inclusione, espressione e libertà per tutti.

In questa ottica, il welfare sportivo può rappresentare un’opportunità per trasformare il settore sportivo in uno strumento strategico per il benessere collettivo. Solo attraverso questo sforzo comune si potrà realmente passare dalla denuncia delle disuguaglianze alla loro trasformazione, creando un ambiente sportivo che non solo accolga ma promuova l’inclusività, l’uguaglianza di genere e il rispetto reciproco.

 

Note

  1. Eurostat, EU Sport Satellite Account: Research into estimating the economic value of sport in the EU, 2025, p. 70.
Foto di copertina: Alliance Football Club, Unsplash.com