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La bassa fecondità potrebbe persistere e potrebbe rivelarsi positiva per l’economia. Sostenere una tesi come questa nel giorno in cui l’ISTAT certifica, per l’ennesima volta, le difficoltà demografiche dell’Italia potrebbe sembrare un azzardo. L’Istituto, infatti, ha diffuso oggi i dati finali per il 2025 e le stime per parte del 2026.

In breve, le nascite sono ancora in calo (355.772, il 3,8% in meno rispetto al 2024), il numero medio di figli per donna raggiunge un nuovo minimo (1,14) e l’età media al parto registra un lieve ma ulteriore aumento (32,7 anni, da 32,6).

Eppure, La bassa fecondità potrebbe persistere e potrebbe rivelarsi positiva per l’economia non è una frase ottimista e azzardata. È il titolo di uno studio pubblicato dall’autorevole rivista Nature che merita di essere approfondito. E che, al netto delle specificità del nostro Paese, può portare a riflessioni utili per affrontare la questione della denatalità da un punto di vista nuovo, forse più costruttivo.

Figura 1. Le nascite in Italia dal 2008 al 2025

Nati residenti, valori assoluti. Anni 2008, 2013 e 2018-2025. Passa sulle barre per tasso di natalità e variazione

Fonte: elaborazione Percorsi di Secondo Welfare su dati Istat, “Natalità e fecondità della popolazione residente. Anno 2025”, 21 ottobre 2026. Tasso di natalità 2025 stimato

“Serve un cambio di narrazione, non c’è dubbio”, sostiene Daniele Vignoli, professore di demografia all’Università di Firenze e coordinatore del progetto Age-It: Ageing Well in an Ageing Society. “La demografia lavora lentamente, bisogna pensare in termini di generazioni”, sostiene l’esperto, per il quale è inutile preoccuparsi ogni anno per i nuovi record negativi in fatto di nascite, come quello appena raggiunto.

Il punto, in sostanza, è lo stesso da cui parte anche lo studio di Nature, che è stato pubblicato da Guillaume Marois e Wolfgang Lutz ad aprile e che ragiona su tutti gli Stati in cui si fanno pochi bambini, non solo il nostro. “Nei Paesi ad alto reddito la fertilità è ben al di sotto del tasso di sostituzione, e questa tendenza viene spesso considerata motivo di preoccupazione”, scrivono i due professori. Ma è davvero così? Andiamo con ordine.

La bassa fecondità potrebbe fare bene all’economia…

Marois e Lutz mettono in discussione uno dei dogmi della demografia, ossia il tasso di sostituzione che è pari a 2,1 figli per donna e che, scrivono “viene spesso presentato come un ideale, poiché porta a una stabilità a lungo termine in assenza di migrazioni e a una mortalità costante”. Nel dibattito pubblico, quindi, si tende a vedere come automaticamente negativo ogni valore che è inferiore a 2,1 che è ormai da decenni inarrivabile per moltissimi Paesi nel mondo, non solo per quelli più sviluppati.

I due autori, invece, sostengono che “tale livello non massimizza necessariamente il benessere pro capite” e che, secondo i loro calcoli, “il livello di fertilità che massimizza il benessere materiale nei Paesi ad alto reddito è spesso intorno a 1,5 o anche inferiore, a seconda dei costi di capitale e dei modelli di trasferimento intergenerazionale”.

La natalità in Italia è fatta a “U”

Per Marois e Lutz, infatti, più della dimensione conta la struttura della popolazione, in particolare l’equilibrio tra chi genera reddito e chi ne dipende, nonché un livello di istruzione più elevato come motore di produttività e innovazione. “Se una minore fertilità porta a maggiori investimenti per bambino, una maggiore produttività può più che compensare il numero inferiore di futuri lavoratori, soprattutto in un contesto di rapida evoluzione tecnologica”, scrivono in un altro passaggio del loro studio.

“Il nostro messaggio non è che una bassa fertilità sia intrinsecamente positiva o negativa”, ha spiegato Lutz in un’intervista su Newsweek. “Non esiste un unico livello ‘ideale’ di fertilità che garantisca la prosperità. Anziché cercare di riportare i tassi di natalità a un obiettivo arbitrario, i governi dovrebbero concentrarsi sull’adeguamento dei sistemi di previdenza sociale alle mutevoli realtà demografiche e investire massicciamente nell’istruzione e nella produttività. In tali condizioni, le società possono prosperare anche con un numero inferiore di nascite”.

…se solo ci fossero delle condizioni adeguate

Il punto è proprio se queste condizioni esistono o come uno Stato le può creare. E qui l’ottimismo dello studio di Nature si scontra con la dura realtà italiana.

La prima differenza tra lo scenario di Marois e Lutz e quello del nostro Paese sono proprio i dati. Il numero medio di figli per donna nel 2025 è stato pari a 1,14 (da 1,18 nel 2024) e la stima provvisoria relativa al periodo gennaio-luglio 2026 è 1,13. Il tasso di fecondità italiano, quindi, è molto distante dal valore di 1,5 figli per donna indicato nello studio come potenzialmente positivo, e lo è da tempo.

Figura 2. Il numero medio di figli per donna tocca un nuovo minimo

Tasso di fecondità totale. Anni 2008, 2013 e 2018-2025. Clicca sulla legenda per mostrare o nascondere le serie

Fonte: elaborazione Percorsi di Secondo Welfare su dati Istat, “Natalità e fecondità della popolazione residente. Anno 2025”, 21 ottobre 2026. Valori 2025 stimati

La seconda differenza è che l’Italia è molto lontana sia dall’avere le condizioni indicate dai due esperti sia dal raggiungerle nel breve periodo, come spiega Ylenia Brilli, professoressa associata di economia all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

“Innanzitutto, non c’è piena occupabilità: ci sono ancora sostanziali fette della popolazione che non lavorano”, dice riferendosi innanzitutto alle donne e ai NEET, i giovani che non studiano né lavorano. Inoltre, continua la professoressa, l’elevata aspettativa di vita fa sì che “una delle componenti più importanti della spesa pubblica italiana sia quella per le pensioni, seguita da quella in crescita per la long-term care”.

Al contrario, ricorda Brilli, “la nostra spesa per l’istruzione è tra le più basse di tutti i Paesi europei” e anche la nostra produttività è tra le peggiori del continente, “in una fase di stagnazione ormai da due decenni”. Sono due problemi collegati, prosegue la professoressa: “l’aumento della produttività dipende dal capitale umano, che a sua volta dipende dalle competenze che vengono sviluppate sia nel mercato del lavoro sia nel sistema scolastico. Quest’ultimo, però, come dicevamo, non viene proprio considerato una priorità dal decisore pubblico”.

Sembra un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire – e, in effetti, i dati degli ultimi anni lo confermano.

Ma c’è chi prova a proporre nuove strade, o almeno nuove visioni.

Giustizia riproduttiva e miti pronatalisti

“Già sappiamo che anche l’anno prossimo rischiamo di avere un nuovo minimo storico di nascite”, riprende il demografo dell’Università di Firenze Vignoli. A suo avviso, il punto è uscire da questa narrazione di emergenza continua: “non limitarsi a descrivere la situazione come un inverno demografico, ma fare dei passi in più”.

Il primo, a suo giudizio, è porre la questione delle nascite in termini di giustizia riproduttiva. “In un sistema di welfare moderno, le persone dovrebbero essere nelle condizioni di mettere al mondo il numero di figli che vogliono. Il problema è il divario tra desiderio e realizzazione”, sostiene Vignoli che spiega come in alcuni Stati dell’Africa Subsahariana, in media, si fanno più figli di quelli che si vorrebbero. Al contrario, in molti Paesi occidentali, e soprattutto in Italia, se ne fanno meno.

Le vere ragioni della crisi di fecondità nel mondo, e in Italia

Il secondo e consecutivo passo, per Vignoli, è abbandonare il mito pronatalista, e cioè tutti quegli interventi pubblici che hanno l’obiettivo immediato di spingere le famiglie ad avere dei figli. “Non si fa un bambino perché forse dopo ti danno un bonus bebè, ma perché in una coppia ci sono due persone che lavorano e un reddito dignitoso”, dice il professore riferendosi a un ampio corpo di letteratura scientifica sul tema.

Brilli di Ca’ Foscari concorda, ricordando che circa 2 milioni di italiani e italiane hanno detto all’ISTAT di non avere avuto bambini per ragioni economiche: “prima andiamo a colmare queste difficoltà e poi magari ci occupiamo anche di chi preferisce non averli proprio i figli”. Per questo, aggiunge Vignoli, a fronte di un numero di giovani in calo, l’Italia dovrebbe mantenere inalterati gli investimenti loro dedicati: così migliorerebbe la loro indipendenza economica e abitativa, finendo per incidere positivamente anche sulla fecondità.

“Questo – riflette il professore – è un modo di affrontare la demografia in maniera proattiva”.
Anzi, è una vera e propria demografia positiva.

Una prospettiva di cambiamento e adattamento

Quello di demografia positiva è un termine che il progetto Age-It coordinato da Vignoli ha usato come titolo per una recente pubblicazione, fatta in collaborazione con Neodemos: Age-It e la promessa di una demografia positiva.

L’e-book, si legge nella presentazione, adotta “una prospettiva di cambiamento e adattamento, in linea con le principali raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, delle Nazioni Unite e della Commissione Europea”. Parlare di demografia positiva, quindi, non significa ignorare le difficoltà reali legate all’invecchiamento, alla bassa fecondità o alle disuguaglianze sociali. Si tratta, piuttosto, di un invito a cambiare sguardo: a passare dalla paura e dall’allarme alla comprensione e all’azione.

Poche nascite e meno figli per donna: per l’Italia il futuro a bassa fecondità è già qui

Per il nutrito gruppo di professori che ha contribuito al libro, la demografia positiva è una visione che “incoraggia a vedere la trasformazione demografica come una nuova fase nella storia delle nostre società: non necessariamente migliore o peggiore di quelle passate, ma diversa, e ricca di possibilità di rinnovamento”.

In questa transizione, l’Italia si trova in prima linea. “Siccome, ci siamo trovati prima degli altri in questa condizione di bassa fecondità, abbiamo anche una grande opportunità: dobbiamo trovare soluzioni per poi diventare un esempio per gli altri Paesi”, scandisce ambizioso Vignoli. Il compito è arduo e riguarda tutti gli ambiti della nostra società: dalla longevità alla scuola, dalla migrazione alla cura, solo per fare alcuni esempi.

“Dobbiamo prepararci a una struttura del vivere che sarà necessariamente diversa in futuro”, conclude il professore. Del resto, come si legge in un altro passaggio dell’e-book di Neodemos, “il cambiamento demografico non è un destino ineluttabile, ma un ambito di azione politica”.

 

 

Foto di copertina: Kevin Gent, Unsplash