Nel 2025, in Italia, sono nati circa 355.000 bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna ha raggiunto il nuovo minimo storico di 1,14. Il saldo naturale, ossia la differenza tra nascite e decessi, è negativo di circa 296.000 persone (Istat 2026). Questi sono solo alcuni dei numeri che ci ricordano perché la denatalità sia ormai stabilmente al centro del dibattito pubblico e dell’agenda politica.

In Italia, da decenni ormai, nascono pochi bambini e bambine. E le conseguenze di questa trasformazione sono profonde: riguardano l’invecchiamento della popolazione, il mercato del lavoro, la sostenibilità del sistema pensionistico e l’organizzazione dei servizi. 

Concentrare l’attenzione soltanto sui bambini che non nascono rischia, però, di lasciare sullo sfondo le persone, i contesti e le condizioni nelle quali esse vivono, nonché i progetti che cercano (o meno) di realizzare. È su questo punto che si concentra Alessandra Minello, demografa dell’Università di Padova, nel libro Senza figli. Scelte, vincoli e conseguenze della denatalità, pubblicato da Laterza.

L’autrice ci invita a leggere la bassa fecondità come il risultato dell’intreccio tra condizioni economiche, vincoli sociali, trasformazioni culturali e libertà individuali. L’obiettivo è porre chi legge davanti ad un interrogativo: non come far nascere più bambini, ma cercare di capire perché sempre più persone scelgono, o si trovano costrette, ad avere pochi figli/e o a non averne.  

Tra scelte, vincoli e nuove possibilità 

C’è chi non desidera diventare genitore e considera questa decisione parte di un progetto di vita soddisfacente. C’è chi vorrebbe avere figli/e, ma rinvia la scelta a causa della precarietà lavorativa, dei bassi salari, delle difficoltà abitative, dell’assenza di un partner o dell’impossibilità di conciliare lavoro e cura. E c’è chi incontra ostacoli biologici, economici o normativi nei percorsi di procreazione medicalmente assistita e di adozione.

La natalità in Italia è fatta a “U”

I dati sulle intenzioni riproduttive confermano la rilevanza dei vincoli materiali (come abbiamo raccontato qui). Nel 2024 soltanto il 21,2% delle persone tra 18 e 49 anni dichiarava di volere certamente o probabilmente un figlio nei tre anni successivi (Istat 2025). Tra chi non prevedeva figli/e o altri figli/e, un terzo indicava ragioni economiche, il 9,4% condizioni lavorative inadeguate e l’8,6% l’assenza di un partner. La metà delle donne riteneva inoltre che la nascita di un/a figlio/a avrebbe peggiorato le proprie opportunità lavorative, mentre il 59% degli uomini non prevedeva conseguenze su di sé. 

Dunque, le condizioni economiche e lavorative contano molto, ma non spiegano tutto.
A cambiare, infatti, sono anche i progetti di vita e le aspettative nei confronti della vita adulta: la genitorialità non rappresenta più un passaggio obbligato verso la realizzazione personale, ma una possibilità tra le altre (l’abbiamo visto anche qui). 

La diffusione delle vite senza figli/e può essere così, contemporaneamente, il risultato di una maggiore libertà e il sintomo di disuguaglianze ancora irrisolte. Ciò è particolarmente evidente nell’esperienza delle donne: da un lato, hanno maggiori possibilità di istruzione, lavoro e autonomia rispetto al passato. Dall’altro, continuano a svolgere un “doppio” e un “terzo turno”: mentre il “primo turno” è rappresentato dal lavoro retribuito, il secondo è legato al lavoro di cura; il terzo, infine, è legato alla cura del benessere emotivo delle persone che compongono il nucleo familiare – il cosiddetto carico mentale. 

In una recente intervista rilasciata a Percorsi di Secondo Welfare, Minello ha sottolineato come anche nei Paesi dotati di sistemi di welfare più strutturati la fecondità stia diminuendo. I servizi e le politiche familiari rimangono fondamentali, ma non possono ripristinare automaticamente un modello nel quale avere figli/e era parte quasi inevitabile del percorso di vita.

Questo significa che occorre chiarire quale obiettivo attribuiamo al welfare.

Tre obiettivi delle politiche familiari

La prospettiva proposta da Minello aiuta a distinguere almeno tre obiettivi che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposti e che, sebbene possano convergere, non necessariamente devono farlo:

  • sostenere le famiglie che hanno già figli/e, riducendo i costi economici e organizzativi della cura;
  • permettere a chi desidera diventare genitore di farlo, rimuovendo gli ostacoli che impediscono di realizzare i propri progetti;
  • aumentare il numero complessivo delle nascite, perseguendo un obiettivo demografico ritenuto desiderabile per la collettività.

Un servizio educativo accessibile può migliorare significativamente la vita delle famiglie senza produrre un aumento immediato della fecondità. Un congedo di paternità più lungo può favorire una distribuzione più equa della cura anche se non nascono più bambini. Una politica abitativa rivolta ai giovani può sostenere l’autonomia e la formazione di nuovi nuclei familiari senza determinare automaticamente nuove nascite.

Giudicare l’efficacia di queste misure soltanto sulla base dei loro effetti demografici rischia di far apparire fallimentari politiche e interventi che producono importanti benefici sociali.

Il paradosso non è solo economico, ma profondamente culturale. […] Chi non rientra nel modello della coppia eterosessuale coniugata, con occupazione stabile e reddito sufficiente, viene sistematicamente escluso o ostacolato nei percorsi genitoriali, siano essi naturali o adottivi. Così l’Italia si mostra in tutta la sua contraddizione: invoca più nascite, ma non amplia realmente l’accesso alla genitorialità.
(Minello 2025: 80-81)

La domanda da porre non dovrebbe essere “questa misura farà nascere più bambini?”, ma piuttosto “questa misura aumenterà le possibilità di scelta delle persone e ridurrà le disuguaglianze?

Da un welfare family friendly a uno care friendly: il ruolo del secondo welfare 

Imprese, enti locali, fondazioni, organizzazioni del Terzo Settore e reti comunitarie intervengono già in molti ambiti collegati alla genitorialità: servizi educativi, conciliazione, welfare aziendale, sostegni economici, politiche abitative e accompagnamento delle famiglie.

Questi interventi sono fondamentali perché possono ridurre alcuni degli ostacoli incontrati dai genitori (e dagli aspiranti tali). Minello, tuttavia, ci suggerisce di porci un’ulteriore domanda: quale idea di famiglia e di vita adulta sostengono queste misure?

Natalità: la Legge di Bilancio 2026 è un’altra occasione persa

Come abbiamo sottolineato discutendo l’aumento dei fringe benefit riservato ai lavoratori con figli/e, legare i vantaggi alla sola presenza di figli/e rischia di ridurre il welfare a un incentivo economico e di allontanarlo dalla sua funzione principale: rispondere ai bisogni sociali delle persone e delle famiglie. Un piano di welfare aziendale che concentra benefici e agevolazioni esclusivamente su dipendenti con figli/e può aiutare concretamente i genitori, ma rischia anche di produrre disparità nei confronti di chi non ha figli/e. 

Il passaggio da compiere potrebbe essere quello da un welfare semplicemente family friendly a uno più ampiamente care friendly: capace di sostenere chi ha figli/e e, allo stesso tempo, di riconoscere le diverse relazioni di cura che accompagnano le persone nel corso della vita. 

Questo approccio non mette sullo stesso piano bisogni differenti, né nega i costi specifici della crescita dei bambini. Invita piuttosto a costruire interventi a partire dalle necessità concrete, evitando di assumere che le responsabilità di cura coincidano con la genitorialità e si esauriscano all’interno della famiglia nucleare.

Rimuovere gli ostacoli alla genitorialità è dunque necessario per permettere alle persone di avere i figli e le figlie desiderate, ma potrebbe non essere sufficiente a invertire rapidamente una tendenza demografica costruita nel corso di decenni.

Accanto agli interventi per sostenere la genitorialità (riducendo precarietà, disuguaglianze di genere e carenza di servizi), occorre quindi preparare il welfare a una società con meno giovani, più anziani e reti familiari più piccole. L’aumento delle persone senza figli/e o con familiari lontani e poco disponibili a garantire assistenza continuativa avrà conseguenze anche sull’organizzazione dell’assistenza, poiché diventerà ancora meno sostenibile un sistema che affida una parte consistente dell’assistenza al lavoro gratuito delle famiglie e, soprattutto, delle donne.

Le vere ragioni della crisi di fecondità nel mondo, e in Italia

Serviranno servizi territoriali più solidi, politiche per la non autosufficienza e reti di prossimità capaci di accompagnare anche chi non dispone di una rete familiare tradizionale. Il secondo welfare può contribuire sperimentando nuove risposte e mettendo in relazione istituzioni pubbliche, soggetti privati e organizzazioni sociali: non dovrebbe, però, sostituire il welfare pubblico o trasformare bisogni collettivi in responsabilità esclusivamente familiari.

Le misure che hanno avuto effetti più duraturi – in Francia e nei paesi nordici – sono quelle che hanno saputo combinare trasferimenti economici, servizi pubblici accessibili e una visione culturale capace di legittimare la genitorialità come scelta libera e sostenuta. […] È per questo che l’illusione natalista non regge: perché parte dal presupposto che oggi basti offrire un incentivo per indurre un cambiamento profondo, esistenziale, carico di senso. Ma le decisioni riproduttive sono mosse da desideri, paure, valori e si confrontano ogni giorno con un mondo che spesso rende difficile anche solo immaginare la possibilità di un figlio.
(Minello 2025: 157-158)

Sostenere le scelte, non prescrivere le vite

Senza figli solleva una questione scomoda ma necessaria: la risposta alla denatalità non può consistere nel trasformare la genitorialità in una prestazione richiesta ai cittadini per garantire la sostenibilità futura del welfare.

Le politiche possono rimuovere gli ostacoli, redistribuire i costi della cura e consentire a chi desidera figli/e di averli senza subire penalizzazioni economiche, professionali e sociali. E al contempo riconoscere anche la piena legittimità delle vite senza figli/e. 

Le politiche pubbliche giocano un ruolo cruciale non tanto nel “convincere” le persone ad avere figli, ma nel creare le condizioni affinché chi lo desidera possa farlo senza compromettere altre dimensioni fondamentali della propria vita.
(Minello 2025: 87).

Per il secondo welfare questo significa ampliare lo sguardo. Non abbandonare il sostegno alla genitorialità, ma inserirlo in una prospettiva più ampia, che tenga conto dei fattori legati a autonomia, parità di genere e riconoscimento delle diverse relazioni di cura. 

Il numero delle nascite continuerà a essere un indicatore importante, ma non può essere l’unica misura del successo delle politiche. Accanto ai dati demografici occorre osservare la qualità delle vite e la possibilità concreta di scegliere se, quando e come diventare genitori.

Ci meritiamo un cambiamento di prospettiva in cui per rispondere alle paure si ripensano le politiche e non i corpi. In cui la retorica della scarsità non diventi un alibi per sminuire il lavoro di cura. In cui le tutele, l’autodeterminazione, la scelta abbiano una dimensione globale.
(Minello 2025: 176)


Foto di copertina: Grégoire Bertaud, Unsplash