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La sanatoria per gli immigrati irregolari, l’ottava in Italia dal 1986 (senza contare i decreti flussi), si è conclusa con 207.000 domande presentate. Molti hanno gridato al “flop della sanatoria”, sia dal versante pro-immigrati, sia da quello opposto. Va riconosciuto che lo scopo inizialmente inalberato, quello di fornire manodopera legale all’agricoltura, è stato raggiunto solo in parte: poco più di 30.000 domande, pari al 15% del totale. Del resto, prima ancora della travagliata definizione del decreto governativo, le organizzazioni agricole avevano dichiarato che la sanatoria non avrebbe risolto i loro problemi di reperimento di braccia. Imprenditori interessati ad assumere braccianti per alcune settimane, si può aggiungere, difficilmente avrebbero accettato di sobbarcarsi i costi relativi alla procedura di emersione.

È stato ancora una volta confermato invece il grande e silenzioso contributo che gli immigrati (e soprattutto le immigrate) forniscono ai precari equilibri delle famiglie italiane, sovraccaricate di compiti assistenziali che non riescono più ad assolvere con le loro forze. Nello stesso tempo, le quasi 178.000 domande riferite al settore testimoniano l’ampia e altrettanto silenziosa tolleranza verso l’immigrazione irregolare, quando opera al servizio delle famiglie italiane.

Chi invece sperava che la sanatoria prosciugasse il bacino dell’immigrazione irregolare era destinato ad andare incontro a una delusione. La stessa impostazione del decreto governativo limitava la portata della manovra: era l’esito di uno stentato accordo tra forze politiche che sull’immigrazione hanno tenuto per anni posizioni contrastanti. Almeno due limiti erano appariscenti.

In primo luogo, il decreto replicava il tradizionale impianto delle sanatorie all’italiana: l’emersione non è un diritto della persona immigrata, ma una concessione che passa attraverso un rapporto di lavoro, benché informale, e richiede la disponibilità del datore di lavoro a farsi carico della procedura, assumendo il lavoratore straniero. Questo approccio è stato ribadito anche al tempo del COVID, quando avrebbe avuto senso far emergere tutti gli immigrati soggiornanti in Italia per poterli monitorare. Abusi, ricatti, ricorso a datori di lavoro fittizi o solidali, sono le conseguenze purtroppo prevedibili di questa impostazione. Capita sistematicamente ad ogni sanatoria che alcuni immigrati pur avendo un lavoro non riescano a regolarizzarsi; altri vengano regolarizzati da un altro datore di lavoro o in un altro settore, per esempio come domestici anche se lavorano come muratori; altri ancora riescano a regolarizzarsi pur non avendo un lavoro stabile; moltissimi paghino gli oneri previsti al posto dei datori di lavoro.

Il secondo limite si riferiva alla scelta di ammettere solo i lavoratori di alcuni settori, sostanzialmente agricoltura e servizi alle famiglie, scartando tutti gli altri: tra loro, addetti alle pulizie o fattorini che avevano lavorato per assicurare servizi essenziali durante il COVID e si sono trovati esclusi, a meno che non siano riusciti a travestirsi da collaboratori domestici trovando un datore di lavoro compiacente. L’unico scopo di una siffatta limitazione era quello di soddisfare la pretesa del Movimento 5 Stelle di non regolarizzare troppi immigrati.

Sostenere che la sanatoria è fallita perché non ha legalizzato i 600.000 immigrati irregolari, conteggiati da stime di dubbia fondatezza, è dunque poco sensato. La sanatoria non aveva affatto l’obiettivo di sradicare l’immigrazione irregolare. Si confronta inoltre un dato ipotetico – i presunti 600.000 soggiornanti senza permesso – con un dato effettivo: le 200.000 domande presentate.

Propongo dunque una valutazione diversa e più equilibrata della misura di emersione. La carenza di braccia per l’agricoltura ha rappresentato la leva politica per realizzare, in tempi di COVID, una manovra che dovrebbe alla fine conferire uno status legale a circa 200.000 persone, aprendo loro le porte di una vita dignitosa in Italia: un risultato pressoché impensabile, da parte di un governo diviso e di un parlamento largamente ostile agli immigrati, tanto da aver approvato a suo tempo a larga maggioranza i decreti-sicurezza di Salvini. Un risultato simile non si è realizzato in nessun paese dell’UE, tranne in qualche misura in Portogallo. Non è dato sapere se la ministra Bellanova abbia agito in modo strategico, usando l’argomento della manodopera agricola per arrivare a questo risultato, ma di fatto l’ha conseguito.

Per chi avrà ottenuto il permesso di soggiorno, e auspicabilmente un contratto di lavoro autentico, la partita non è ancora vinta. Si apre il percorso di un’integrazione sociale non più condizionata dalla paura di essere intercettati, trattenuti ed espulsi. È una sfida per gli immigrati, ma anche un compito per una società civile solidale e inclusiva. Una questione che coinvolge tutti.