“Il mondo non ha mai conosciuto una perturbazione dell’approvvigionamento energetico di tale portata”, ha dichiarato in un’intervista Fatih Birol, il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, commentando le conseguenze della guerra in Medio Oriente. “Si tratta – ha aggiunto – di uno sconvolgimento di enorme portata per l’economia”. Ma anche le conseguenze sociali di questa situazione saranno forti e i sistemi di welfare nel mondo ne risentiranno probabilmente a lungo.
In alcuni Paesi asiatici, maggiormente dipendenti dalle forniture energetiche che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, i tagli al welfare sono già diventati realtà. In Europa non ancora, ma è verosimile che nei prossimi mesi arrivi l’onda lunga di quanto sta succedendo in Iran e nel Golfo Persico. E a pagarne il prezzo potrebbero essere anzitutto le persone più deboli.
“Chi è già in una situazione di fragilità, vulnerabilità e povertà rischia di sperimentare un ulteriore deterioramento della propria condizione”, mette in guardia Franca Maino, direttrice scientifica di Percorsi di Secondo Welfare e professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano.
I fronti da osservare sono soprattutto due e riguardano quelle che vengono definite povertà energetica e povertà dei trasporti. La situazione internazionale ha riportato l’attenzione su questi due fenomeni e, più in generale, ha riacceso l’interesse verso i nessi che esistono tra politiche ambientali e sociali.
“Ci troviamo in una fase di cambiamento”, commenta Vittorio Cogliati Dezza, ex presidente di Legambiente, oggi attivo nel Forum Disuguaglianze Diversità. “E questo cambiamento oggi non può che riportare in auge il Green Deal, frettolosamente e prematuramente messo da parte dall’Unione Europea”.
Dalla povertà energetica…
La guerra in corso farà aumentare i prezzi dell’energia, come già successo dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Costerà di più riscaldare le case in inverno, così come rinfrescarle nei prossimi mesi estivi e questo inciderà sulle tasche, e sulle vite, degli italiani con diverse intensità.
“Le famiglie più povere spendono l’8-9% del proprio reddito per l’energia, quelle più benestanti il 3-4%”, ha spiegato a Buone notizie del Corriere della sera Luciano Lavecchia, economista della Banca d’Italia e membro dell’Osservatorio italiano sulla povertà energetica.
Nel nostro Paese vive in povertà energetica il 9% delle famiglie, circa 5,6 milioni di persone. Si è in questa condizione se si spende troppo per l’energia per la propria casa e si ha una capacità di spesa complessiva bassa. Ci sono poi le famiglie in povertà energetica ‘nascosta’, quelle con basso reddito e con spesa per il riscaldamento pari a zero, che in pratica neanche possono spendere per pagare l’energia necessaria.
Il fenomeno si registra ovunque, dalle Alpi alle isole ed è solo in parte collegato alla povertà relativa o assoluta. “La differenza la fa in particolare il grado di efficienza energetica della propria abitazione”, precisa Lavecchia.
… alla povertà dei trasporti
Anche il prezzo dei carburanti è cresciuto da quando Usa e Israele hanno attaccato l’Iran a fine febbraio. E questo incide sulla povertà dei trasporti. Si tratta, spiega la Fondazione Sviluppo Sostenibile, di “una forma di vulnerabilità sociale ancora poco conosciuta che si declina nell’incapacità di sostenere i costi del trasporto pubblico o privato e nella mancanza o l’accesso limitato ai trasporti necessari”.
Povertà di trasporti: tra volontà politica e costruzione dell’informazione
Del resto, conferma Franca Maino, “la mobilità rappresenta a tutti gli effetti un’infrastruttura abilitante del welfare”. “La possibilità di spostarsi in modo sicuro, accessibile e sostenibile condiziona infatti l’accesso a diritti fondamentali – lavoro, istruzione, salute, partecipazione – e influenza la capacità delle persone di sfruttare effettivamente le opportunità offerte dalle politiche pubbliche”, aggiunge la direttrice scientifica del nostro Laboratorio.
Sempre secondo la Fondazione Sviluppo Sostenibile, “in Italia oltre 7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà dei trasporti”. Circa 1,2 milioni di famiglie si trovano contemporaneamente in una condizione di rischio povertà e sostengono costi di mobilità particolarmente elevati mentre 7,3 milioni di cittadini risiedono in aree caratterizzate da un’offerta di trasporto pubblico insufficiente. Il divario territoriale è marcato: a livello regionale, la quota più elevata di famiglie vulnerabili si registra in Calabria, dove supera il 10%, mentre il dato scende sotto il 2% in Trentino-Alto Adige.
Le “vecchie” misure prese dal Governo finora
Energia e trasporti sono stati anche i due settori sui quali si sono concentrate, finora, le misure prese dal Governo italiano per fronteggiare le conseguenze della guerra in Iran. Il nostro, ovviamente, non è stato l’unico Paese a correre ai ripari, ma lo sta facendo secondo logiche già adottate in passato e che non hanno funzionato al meglio.
“Nel 2022, ai tempi della crisi del gas russo, molti governi europei tentarono di risolvere una crisi di offerta agendo sui prezzi”, ha scritto il think tank ISPI. “In quel caso si trattò principalmente di iniziative come tagli delle tasse su carburanti e elettricità, o l’introduzione di tetti ai prezzi. Il risultato fu una mitigazione solo temporanea degli effetti dello shock, una maggiore emorragia di capitali verso i paesi esportatori di energia e (nel caso delle tante misure “a pioggia”) un beneficio concentrato nella metà più ricca della popolazione. Oggi, 4 anni e una crisi energetica più tardi, buona parte del mondo sta compiendo scelte simili”. Secondo l’analisi di ISPI, infatti, “misure generalizzate come tagli di tasse sui carburanti restano ancora molto diffuse” e sono già state annunciate in 22 Paesi in tutto il mondo.
Politiche energetiche e sviluppo: una transizione “giusta” è ancora possibile?
L’Italia, come detto, è tra questi. A marzo, il Governo Meloni ha abbassato il prezzo dei carburanti riducendo temporaneamente le accise, cioè le imposte fisse. La misura è in vigore fino al primo maggio, ed è costata circa un miliardo di euro, tra tagli alle spese dei Ministeri (527 milioni), ricavi dell’IVA sui carburanti (200 milioni) e proventi delle aste ETS (Emission Trading System), il sistema europeo che obbliga le aziende più inquinanti a pagare per le loro emissioni di anidride carbonica (300 milioni).
Il taglio delle accise era stato approvato anche nel 2022, da marzo a dicembre ed era costato oltre 9 miliardi di euro. In quell’occasione, secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio riportati dal Sole 24 Ore, il 68% del mancato gettito per lo Stato, cioè più di 6 miliardi, si era “tradotto in risparmio per gli italiani che appartengono ai cinque decili di reddito più alti”. Più nel dettaglio, all’ultimo decile, cioè ai più poveri, la misura ha garantito un risparmio da poco meno di 250 milioni, mentre al primo decile, quello dei redditi più alti, hanno evitato una spesa da 1,6 miliardi: cioè 6,5 volte tanto.
Ad inizio aprile, poi, è stato approvato anche il cosiddetto “decreto bollette” che, tra diverse misure, introduce anche un contributo straordinario di 115 euro per la fornitura di energia elettrica per utenze domestiche alle famiglie con un ISEE non superiore a 9.796 euro, oppure fino a 20.000 euro per le famiglie con almeno quattro figli. Il provvedimento, inoltre, introduce la possibilità che i fornitori di energia concedano, in cambio di un’attestazione, uno sconto annuale per le famiglie con un ISEE non superiore a 25.000 euro che non accedono al bonus sociale.
Il welfare eco-sociale come strada alternativa
Per Cogliati Dezza del Forum DD, entrambe le mosse del Governo vanno nella direzione sbagliata, perché cercano di “mantenere a tutti i costi lo status quo”. Questa ennesima crisi, invece, a suo giudizio dovrebbe essere una nuova occasione per cambiare paradigma, sia dal punto di vista ambientale sia da quello sociale.
Su questo secondo fronte, ci spiega, “il welfare che ha a che fare con i rischi sociali provocati dalla crisi energetico-ambientale deve essere preventivo, e non riparativo come è stato in maniera prevalente il welfare del Novecento”. Per esempio, per mettere le persone più fragili in condizione di affrontare le ondate di calore, servono rifugi climatici, forestazione urbana, abitazioni più efficienti dal punto di vista energetico. In pratica, bisogna intervenire prima, altrimenti quando arriva l’estate e le temperature iniziano a salire in maniera abnorme, non si può che tamponare la situazione in maniera costosa e inefficace e non mirata a chi ha più bisogno. “È quello che ha fatto il taglio delle accise”, attacca l’ex presidente di Legambiente.
Per Cogliati Dezza, in Italia, “manca una politica pubblica che spinga in questa direzione”. La strada per cambiare le cose potrebbe essere quella del welfare eco-sociale, ovvero un approccio di politica pubblica che integra obiettivi ambientali e sociali mirando a una “transizione giusta” che combatta i cambiamenti climatici – e in questo caso gli effetti energetici di un’azione umana molto più immediata – riducendo le disuguaglianze. Lo spazio ci potrebbe essere, come hanno testimoniato anche le due edizioni del Barometro eco-sociale curato da Percorsi di secondo welfare per Fondazione Lottomatica (con la terza in arrivo nelle prossime settimane).
Sfide e scenari delle transizioni eco-sociali: un sistema di welfare sostenibile è possibile?
Al netto della cruciale assenza di una strategia nazionale, però, il quadro non è completamente negativo. Cogliati Dezza, che per il Forum DD organizza molti interventi in tutto il Paese, vede anche segnali positivi. “Vedo nei soggetti della cittadinanza attiva una nuova attenzione per intrecciare la dimensione sociale con le condizioni energetico-climatiche. Si stanno rompendo gli argini di quei compartimenti stagni in cui anche il Terzo Settore era chiuso. E questo è un elemento importante perché fa circolare orizzontalmente sensibilità, attenzioni e proposte nei territori”, dice.
Anche gli enti locali stanno iniziando a muoversi in questa direzione. “Non solo i piccoli”, sostiene Cogliati Dezza, citando gli esempi di Roma e Bologna, il primo con la creazione di Comunità energetiche rinnovabili (sai cosa sono? ndr) nelle periferie e il secondo con l’efficientamento energetico delle case di edilizia residenziale pubblica. A suo parere, si tratta di un “sommovimento” che, però, senza una forte guida nazionale, “non è ancora in grado di fare sistema”.