La povertà che cambia
Chi lavora nel welfare ha visto cambiare la povertà sotto i propri occhi. Chi fa ricerca lo ha certificato: dal 2008 in poi, con la crisi finanziaria, la pandemia e la policrisi in cui ci muoviamo oggi, la povertà in Italia si è trasformata in profondità, al punto che Caritas Italiana ha coniato l’espressione “normalizzazione della povertà” per descrivere un fenomeno che ha smesso di essere emergenziale e si è sedimentato come condizione strutturale per fasce crescenti di popolazione1. Vale la pena fermarsi su tre elementi di questa trasformazione che mettono sotto pressione il welfare e chi ci lavora.
Il primo è la multidimensionalità. La povertà che arriva ai servizi non è mai solo mancanza di reddito: è intreccio di fragilità materiali, relazionali, abitative, sanitarie, educative. Secondo il Rapporto Caritas Italiana 2025, la maggioranza delle persone che si rivolgono ai servizi — il 56,4% — presenta due o più fragilità combinate, e una quota significativa, il 30%, ne cumula tre o più. Una dinamica che si ritrova anche a livello territoriale, come documentato in un precedente articolo sul caso reggiano pubblicato da secondowelfare.it.
Il secondo elemento è la trasmissione intergenerazionale. Quasi sei persone su dieci che si rivolgono al circuito Caritas vivono una condizione di precarietà in continuità con la propria famiglia di origine2. La povertà si trasmette e si sedimenta.
Il terzo elemento — forse il più trascurato nel dibattito pubblico — è la dimensione relazionale. Il primo numero di Nessi, la nuova rivista di Percorsi di Secondo Welfare dedicata proprio a questo tema, ci ricorda che essere poveri di relazioni significa non disporre di quella trama di legami che garantisce protezione, fiducia, appartenenza, reciprocità, capacità di progettare il futuro. La povertà relazionale non è un effetto collaterale della povertà materiale: è una dimensione autonoma, che quando si intreccia con le altre produce forme di vulnerabilità cumulativa particolarmente difficili da sciogliere.
Questi tre elementi – multidimensionalità, trasmissione intergenerazionale, dimensione relazionale – sommati all’aumento quantitativo della povertà degli ultimi anni, hanno messo e continuano a mettere sotto pressione il sistema di welfare e chi ci lavora, rendendo sempre più evidenti i limiti degli approcci tradizionali.
Quando l’aiuto non basta più
Di fronte a questi cambiamenti sono diventati evidenti i limiti dell’approccio prevalente nel welfare sia pubblico che del privato sociale. Un approccio centrato sul professionista come detentore della competenza e della soluzione, in cui la persona in difficoltà tende a restare destinataria passiva di interventi pensati e decisi da altri. Chi chiede aiuto viene classificato secondo categorie di bisogno, soglie di accesso, criteri di eleggibilità e poi servito.
La risposta è standardizzata. Il bisogno, quasi mai.
Questo modello ha una sua logica interna, e per anni ha dato l’impressione di funzionare (o di funzionare abbastanza). I limiti c’erano già: la dipendenza che rischiava di crearsi, la persona che restava passiva, la risposta preconfezionata che non incontrava la storia specifica. Ma quando la povertà era più circoscritta, questi nodi potevano essere ignorati o compensati. La trasformazione che abbiamo descritto povertà ha reso quei nodi molto più difficili da aggirare.
Una strada diversa: il Relational Social Work
È in questo quadro che la Caritas diocesana di Reggio Emilia ha iniziato a interrogarsi su come cambiare il proprio modo di lavorare. La domanda era concreta e pressante: come accompagnare le persone e i nuclei in difficoltà in modo da rompere il circolo vizioso della povertà che si trasmette? Come sostenere operatori e volontari a lavorare in modo meno assistenziale e più relazionale?
La risposta è arrivata attraverso l’incontro con il Relational Social Work (RSW), un approccio teorico e operativo sviluppato in Italia da Fabio Folgheraiter3 e radicato nella sociologia relazionale di Pier Paolo Donati. Al centro di questo approccio c’è un’idea semplice ma esigente: l’aiuto nasce dalla relazione, non dalla prestazione. Non esiste un esperto che risolve e un utente che riceve. Esistono persone che, insieme, cercano di fronteggiare una difficoltà, mettendo insieme competenze esperte, competenze esperienziali e care condivisa.
Questo comporta un cambiamento di prospettiva su tre punti. Il primo riguarda il ruolo del professionista: nessun operatore può eliminare unilateralmente i problemi nella vita altrui. I problemi possono trovare soluzioni, ma non possono essere risolti dall’esterno. Il secondo riguarda la persona in difficoltà: nell’approccio relazionale non è un destinatario passivo ma un soggetto attivo, portatore di competenze e risorse che il processo di aiuto deve riconoscere e mobilitare. Il terzo riguarda la rete: il benessere non si produce nella diade operatore-utente ma in un insieme più ampio di relazioni (familiari, amicali, di comunità) che il RSW chiama rete di fronteggiamento, e che il professionista ha il compito di connettere e facilitare, per stimolare la riflessione e l’azione condivisa.
Cosa è successo a Reggio Emilia
L’incontro con il RSW a Reggio Emilia ha generato un cambio di impostazione nei servizi grazie a un progetto di ricerca-azione che ha trasformato concretamente tre servizi della Caritas diocesana: la mensa, il centro di ascolto e il dormitorio.
La mensa centralizzata è diventata una rete di mense diffuse presso le parrocchie, dove il pasto diventa strumento per costruire relazioni e non il fine della relazione stessa. Il centro di ascolto a sportello si è trasformato in un ascolto diffuso e informale, capace di incontrare le persone nei luoghi dove già si trovano. Il dormitorio ha lasciato il posto a una locanda di accoglienza: non un posto dove dormire, ma una struttura residenziale, un luogo abitato, dove le persone accolte e le persone accoglienti condividono la quotidianità e creano una piccola comunità.
In ciascuno di questi passaggi il cambiamento non è stato solo organizzativo. È cambiata la cultura organizzativa e soprattutto il modo di stare con le persone, la distribuzione del potere nella relazione di aiuto, il senso stesso del servizio. Non più soggetti che erogano una prestazione, ma persone che costruiscono insieme ad altre persone percorsi di fronteggiamento. Questo slittamento, che non finisce mai davvero perché va rinegoziato ogni giorno, ha richiesto tempo, supervisione continuativa, spazi di riflessione condivisa. Non è stato nemmeno esente da tensioni e nodi critici.
Un’esperienza che mostra, pur nella sua complessità, la possibilità concreta di cambiare sguardo e postura nei servizi e di fare dell’incontro con la povertà non solo un momento di erogazione e risoluzione unilaterale, ma un processo di costruzione condivisa.
Note
- Per approfondire: Caritas Italiana (2020), Gli anticorpi della solidarietà. Rapporto 2020 su povertà ed esclusione sociale in Italia, Roma, Edizioni Palumbi.
- Caritas Italiana (2022), L’anello debole. Rapporto 2022 su povertà ed esclusione sociale in Italia, Roma, Edizioni Palumbi.
- Si veda: Folgheraiter F. (2007), La logica sociale dell’aiuto. Fondamenti per una teoria relazionale del welfare, Trento, Erickson.