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Questo autunno il Paese scrive le proprie regole: quelle del voto, con la nuova legge elettorale, e quelle dei conti, con l’ultima manovra della legislatura. Alle spalle c’è l’estate più calda in Italia dal 1950, davanti una lunga campagna elettorale. In queste settimane tutto parla la lingua dei vincoli: margini, saldi, soglie, coalizioni. È una lingua necessaria, ma da sola non dice dove vogliamo andare.

Manca una parola: immaginazione. Non l’utopia disincarnata, ma la facoltà che, come insegnava Paul Ricoeur, dà forma al desiderio di ciò che ancora non c’è e lo trasforma in volontà. Senza immaginazione la politica si riduce ad amministrare l’esistente; senza azione, l’immaginazione si consuma come brace senza fiamma. Tenerle insieme è il compito politico, nel senso più alto, dell’economia sociale.

A dieci anni dalla legge delega di riforma del Terzo settore, e con il Piano nazionale per l’economia sociale approdato in luglio in Consiglio dei ministri, il riconoscimento è arrivato. Si apre il terzo tempo, ed è un tempo di scelta. Da una parte la normalizzazione silenziosa: diventare fornitori efficienti di servizi disegnati altrove e dall’altra un processo istituente, capace di generare istituzioni nuove e di tornare a essere il luogo in cui il desiderio collettivo prende forma.

È una scelta che riguarda l’intero Paese, come mostrano le questioni centrali di questa stagione, che di seguito è utile ricordare.

Democrazia. Nei sondaggi un italiano su tre si colloca tra indecisi e astenuti. Il deficit democratico non si colma solo con nuove regole elettorali: la democrazia si rigenera dove le persone decidono insieme, nelle assemblee delle cooperative, nelle comunità energetiche, nella coproduzione con le amministrazioni che la Corte costituzionale ha riconosciuto con la sentenza 131 del 2020. Il compito dell’economia sociale non è celebrare la democrazia, ma generarla.

Disuguaglianze. L’Istat stima 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, tra cui quasi 1,3 milioni di minori, e 2,5 milioni di occupati a rischio di povertà. Se si lavora e si resta poveri, redistribuire a valle non basta. Serve la giustizia contributiva: riconoscere e abilitare la capacità di ciascuno di contribuire al bene comune.

Economia. Con margini di bilancio stretti, la tentazione è il bonus. L’economia sociale, che conta quasi 400mila organizzazioni e oltre un milione e mezzo di addetti, propone investimenti che generano lavoro e coesione nei territori. Rendere operativo il Piano nazionale, con risorse e strumenti adeguati, è una scelta di sviluppo, non di assistenza: significa riconoscere che la coesione è un fattore produttivo.

Clima. L’adattamento non si farà solo con le grandi opere, ma anche nelle economie di luogo: comunità energetiche, cura dei territori fragili, presidi di prossimità. Sono le infrastrutture sociali della transizione, quelle che permettono ai territori di non subirla ma di governarla, trasformando la vulnerabilità in capacità collettiva.

Intelligenza artificiale. Chi presidia i dati presidia il futuro. L’alternativa è tra un’intelligenza estrattiva, che cattura attenzione e opinioni, e un mutualismo aumentato, con dati e infrastrutture digitali governati come beni comuni. Le regole europee possono slittare, la sfida no: riguarda il lavoro, la cura e la qualità del dibattito pubblico.

Nessuna di queste sfide si vince da soli. Le esperienze più innovative esistono già, ma restano spesso isolate: preziose e irrilevanti insieme. Per questo serve un movimento. Non una lobby né un cartello, non contro qualcuno ma per qualcosa. Un immaginario condiviso che attraversa forme e settori: cooperative e associazioni, volontari e imprese sociali, fondazioni e investitori sociali, amministrazioni, università, imprese che vogliono contribuire e non solo competere.

Le Giornate di Bertinoro hanno scelto quest’anno un’immagine: una pietra sospesa, tenuta da una rete di fili. Ogni filo è una relazione, ogni relazione una scelta, ogni scelta un atto di immaginazione che diventa azione. È ciò che l’economia sociale può essere oggi: non un settore da tutelare, ma la trama che tiene insieme il Paese. La speranza, scriveva Chesterton, è una virtù militante: non aspetta che le cose accadano, le fa accadere.