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Che cosa resta della capacità trasformativa del Terzo Settore in un contesto segnato da disuguaglianze crescenti, crisi ricorrenti del welfare e pressioni sempre più forti verso la standardizzazione degli interventi? È la domanda al centro de L’invenzione nel terzo settore. Per un lavoro sociale trasformativo (Il Mulino, 2026)1, il nuovo volume di Sebastiano Citroni, professore associato di Sociologia dei processi culturali all’Università degli Studi dell’Insubria.

La tesi del libro è tanto semplice da enunciare quanto controcorrente: nelle “rovine del sociale” in cui opera, il Terzo Settore è costretto a inventare per poter lavorare in modo dignitoso e sperare di incidere sui problemi di cui si occupa. Ma questa invenzione – diffusa, quotidiana, spesso decisiva – rimane in larga parte sommersa, perché stride con un contesto che dagli enti esige interventi certi, pianificati, misurabili e rendicontabili in ogni dettaglio.

La struttura del volume riflette questa impostazione. Dopo un’introduzione che presenta la posta in gioco, il primo capitolo ricostruisce l’origine della ricerca in un’etnografia dei legami di vicinato nel quartiere comasco di San Rocco, da cui emerge l’enigma di una capacità trasformativa che va oltre la relazione educativa. I capitoli secondo e terzo mettono a fuoco il concetto: che cosa significa inventare, quale sensibilità lo alimenta e quali ostacoli – onerosità, illegittimità della discrezionalità, carattere preriflessivo – lo rendono oggi indicibile. Il quarto capitolo individua nell’eccedenza delle pratiche rispetto ai loro contenitori linguistici, giuridici e organizzativi l’indicatore empirico dell’invenzione. Gli ultimi tre capitoli ne esplorano infine la dimensione storica e politica, in dialogo con Danilo Dolci, Michel de Certeau e Alberto Melucci: dall’appiattimento contemporaneo dei mezzi d’azione della società civile fino a un’idea di azione politica del Terzo Settore come “manutenzione di società aperte”, irriducibile all’advocacy.

Inventare non è innovare

Il primo merito del volume è di ordine concettuale. Citroni distingue nettamente l’invenzione dall’innovazione, categoria quest’ultima ormai onnipresente nelle politiche sociali europee e nel lessico dell’economia sociale. Se l’innovazione è oggi una necessità strutturale – al punto che diventa difficile capire quando le novità segnino reali discontinuità e quando invece siano funzionali alla riproduzione dello status quo – l’invenzione rimanda alla sua etimologia latina: invenire, trovare. Non un creare dal nulla, ma un “farsi incontro” attento e ricettivo verso le persone con cui si opera, che fa emergere soluzioni dalle relazioni concrete e dai materiali – umani, organizzativi, territoriali – effettivamente disponibili.

L’immagine che l’autore propone è quella del falegname povero, che fa il mobile con il legno che ha: il Terzo Settore non sceglie la materia con cui lavora, siano esse persone, bisogni, capacità o dipendenze. Il suo inventare è quindi un’operazione artigianale, incerta nel suo svolgimento e indeterminata nei suoi esiti. A fronte di un’innovazione concepita come “scalabile”, l’invenzione non è mai del tutto controllabile: non può essere realizzata a piacimento, né del tutto evitata.

Guardare da vicino il lavoro sociale

Il secondo merito è metodologico. Citroni invita a spostare lo sguardo dagli aspetti generali del contesto – il minutaggio delle prestazioni, la progettazione per obiettivi predefiniti, la rendicontazione burocratica – al modo in cui operatori e volontari li declinano concretamente nelle pratiche. Come fa un’operatrice sociosanitaria a rispettare il minutaggio e, al contempo, preservare l’umanità che dà senso al suo intervento? Come lavora un’educatrice con un ragazzo autistico che non riesce nemmeno ad arrivare a scuola? Che cosa si inventano gli operatori di una cooperativa quando il progetto pianificato incontra circostanze del tutto diverse da quelle previste?

Guardato da lontano, sostiene l’autore, il Terzo Settore appare condannato a riprodurre le condizioni di crisi in cui opera. Guardato da vicino, attraverso i numerosi casi studio che attraversano il volume – dall’etnografia dei legami di vicinato in un quartiere comasco alle vicende di dirigenti scolastici, dalle reti torinesi contro l’esclusione anagrafica alle esperienze storiche come la riduzione del danno o la deistituzionalizzazione di basagliana memoria – il quadro cambia: emergono pratiche che eccedono i contenitori linguistici, giuridici e organizzativi che dovrebbero rappresentarle e realizzano cambiamenti profondi, per quanto sottili.

Un libro che parla a chi opera nel (secondo) welfare

Il volume dialoga in modo diretto con i temi al centro della riflessione sul secondo welfare. Da un lato, mette in guardia dalle ambivalenze dell’istituzionalizzazione del Terzo Settore come attore economico e di welfare: una crescita che ha come rovescio della medaglia la contrazione delle sue forme associative, il rischio di trasformarsi in una “burocrazia del disagio sociale” e una crescente disaffezione nei suoi confronti.

Dall’altro lato, evita ogni nostalgia: la pianificazione, il controllo e la stessa istituzionalizzazione non sono presentati come nemici dell’inventare, ma come sue paradossali condizioni di possibilità. È dall’equilibrio – mai pacificato – tra apertura e chiusura, trasparenza e opacità, che l’invenzione prende forma.

In questa prospettiva, il libro offre anche una risposta originale alla domanda su ciò che rende “terzo” il Terzo Settore. La sua terzietà rispetto a Stato e mercato non risiede nell’efficienza performativa né nella logica burocratico-universalistica, ma in quella che Citroni chiama “sensibilità all’indisponibilità”: la capacità di lavorare con ciò che non è pienamente controllabile, riconoscendone il valore anziché rimuoverlo. Una chiave che parla direttamente a chi – enti filantropici, imprese, amministrazioni locali, organizzazioni sociali – costruisce quotidianamente partnership e interventi nel welfare di prossimità, e che invita a ripensare le metriche con cui se ne valuta l’impatto. Legittimare la parziale controllabilità dell’intervento sociale significa, in ultima analisi, permettere al Terzo Settore di dispiegare e rivendicare pienamente la capacità trasformativa che già, di fatto, spesso esprime.

 

Note

  1. Il volume, realizzato nell’ambito del progetto NODES finanziato dal MUR su fondi PNRR – NextGenerationEU, è disponibile in open access sulla piattaforma Darwinbooks