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Il 16 aprile scorso l’auditorium Paganini Congressi di Parma ha ospitato il seminario “Invisibili. Se il lavoro non basta”, in cui è stato messo a tema il lavoro povero, ovvero quella condizione per cui il lavoro non è sufficiente a uscire o restare fuori da una condizione di povertà.

Promosso da Fondazione Cariparma in collaborazione con Percorsi di Secondo Welfare, l’evento si è proposto di approfondire dinamiche di cui si sente parlare con sempre maggiore frequenza, ma che non non ancora pienamente entrato nel dibattito pubblico. Oggi, infatti, aumentano le persone che pur avendo un’occupazione non sono in grado di di condurre una vita dignitosa e provvedere alle proprie esigenze e a quelle della propria famiglia. Eppure la sensibilità per affrontare queste situazioni appaiono ancora molto limitate.

Ma andiamo con ordine.

Capire meglio il lavoro povero

L’iniziativa Invisibili ha riunito ricercatori, studiosi e operatori per analizzare le diverse dimensioni del lavoro povero.

La mattinata si è aperta con i saluti istituzionali del presidente di Fondazione Cariparma Franco Magnani e del consigliere Guglielmo Cacchioli. Insieme al professor Fabio Landini, dell’Università di Parma, gli oratori hanno disegnato i contorni dell’evento: un’occasione per affermare il valore umano del lavoro e i valori costituzionali (con chiaro riferimento al primo articolo della Costituzione). Ma anche per invitare tutti gli attori del territorio a interrogarsi seriamente sul fenomeno del lavoro povero e sulle misure da intraprendere per contrastarlo.

I lavori, condotti dal giornalista Giulio Sensi, si sono aperti con le relazioni introduttive delle ricercatrici Chiara Lodi Rizzini, ricercatrice senior di Percorsi di Secondo Welfare, ed Eleonora Costantini, ricercatrice della Fondazione Marco Biagi, che hanno evidenziato la natura multidimensionale del lavoro povero. Non si tratta solo di bassi salari, ma di un intreccio di fattori individuali, familiari e strutturali: precarietà occupazionale, condizioni familiari, luogo di residenza e trasformazioni economiche contribuiscono a determinare situazioni di fragilità anche tra chi lavora. Come sottolineato da Lodi Rizzini, in sostanza, non tutti i lavoratori a basso salario sono poveri, e viceversa.

La natura invisibile e intersezionale del lavoro povero

Il momento centrale della mattinata è consistito in un panel di esperti moderato da Elisabetta Cibinel, referente dell’Area Filantropia di Percorsi di Secondo Welfare, che ha visto gli interventi dei ricercatori Alessandro Chiozza e Tommaso Vaghi e dalla professoressa Anna Mori. I relatori hanno approfondito specifici aspetti del fenomeno, dalle disuguaglianze di genere alle dinamiche migratorie, fino alle criticità del lavoro nei servizi di cura. Dagli interventi è emersa con chiarezza la natura intersezionale e spesso invisibile del lavoro povero. Questo fenomeno riguarda una vasta gamma di gruppi sociali, e, spesso, continua a rimanere sotto il radar delle politiche pubbliche.

Alessandro Chiozza, ricercatore dell’INAPP, ha proposto una analisi di genere in cui ha messo in luce l’importanza di considerare le specificità dell’esperienza lavorativa femminile: i contratti atipici, la discontinuità occupazionale dovuta alle responsabilità di cura, e il predominio di settori meno valorizzati sono fattori che rendono le donne più vulnerabili alla povertà lavorativa. Inoltre, Chiozza ha evidenziato che il lavoro povero delle donne rischia di essere vittima di una doppia invisibilità: i principali indicatori statistici relativi alla povertà prendono come unità di misura di riferimento il nucleo familiare. È la “media del pollo” di Trilussa: la condizione economica familiare presa nel suo complesso può nascondere una condizione individuale di lavoro povero. Il fatto che questa condizione non emerga chiaramente nei dati statistici non significa che non abbia impatti significativi sul piano economico e previdenziale, per esempio. Ma anche – e innanzitutto – in termini di giustizia sociale.

Le condizioni dei lavoratori stranieri e dei giovani, due gruppi particolarmente colpiti dalla povertà lavorativa, sono stati invece al centro dell’intervento di Tommaso Vaghi, ricercatore della Bocconi e del think tank Tortuga. La scarsa conoscenza della lingua italiana, il mancato riconoscimento dei titoli di studio esteri e le limitate reti sociali (essenziali per la ricerca del lavoro) sono alcuni dei fattori che contribuiscono a mantenere questi gruppi spesso al di sotto della soglia di povertà, nonostante l’occupazione. In questo contesto, le politiche dovrebbero intervenire su più fronti: dall’apprendimento della lingua al riconoscimento delle qualifiche estere, passando per la promozione di percorsi di integrazione che coinvolgano scuole, università e mondo del lavoro.

Infine Anna Mori, docente dell’Università degli Studi di Milano, ha analizzato il paradosso del lavoro di cura in Italia: pur essendo sempre più centrale nelle dinamiche demografiche, economiche e sociali, è ancora poco riconosciuto sia sul piano sociale che economico. La crescente centralità dei servizi di cura, in particolare nei settori della prima infanzia e della non autosufficienza, si accompagna a un deterioramento delle condizioni di lavoro dovuto alla frammentazione contrattuale e alla logica di Mercato applicata agli appalti pubblici. Mori ha evidenziato la necessità di un ripensamento delle politiche pubbliche in questo settore, con l’obiettivo di migliorare la qualità del lavoro e la sostenibilità economica del settore.

Il ruolo delle fondazioni nel dibattito filantropico

Come sottolineato dai relatori, la sfida per affrontare queste situazioni si fonda innanzitutto sulla capacità di acquisire consapevolezza del fenomeno del lavoro povero. Senza conoscenza adeguata è infatti impossibile mettere in campo azioni incisive e interventi concreti. In tal senso, la collaborazione tra attori locali, come università, fondazioni e istituzioni pubbliche, può rivelarsi fondamentale per immaginare soluzioni che rispondano in modo efficace ai cambiamenti del mondo del lavoro.

È proprio su questo piano che emerge il contributo specifico della filantropia. Le fondazioni sono attori radicati nei territori e, proprio per questo, possono svolgere una funzione che va oltre la semplice erogazione di risorse. Il dibattito filantropico ha da tempo riconosciuto il loro ruolo strategico nel promuovere conoscenza, attivare reti e orientare l’attenzione su questioni emergenti. Il seminario Invisibili rappresenta un esempio significativo in questa direzione: anche in ambiti rispetto ai quali l’azione diretta di una fondazione è limitata, essa può contribuire a costruire consapevolezza, favorire il confronto tra attori diversi e aprire spazi di riflessione collettiva.

Come ha dichiarato il presidente Magnani, il seminario del 16 aprile “rappresenta un punto di partenza per rafforzare reti, sostenere sperimentazioni e contribuire a costruire risposte concrete, capaci di intercettare queste nuove fragilità prima che si radichino in modo irreversibile”. Questo approccio permette di affrontare le fragilità emergenti in modo articolato, mettendo in luce le cause strutturali e proponendo risposte a più livelli.