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All’inizio di febbraio l’Istat ha diffuso i dati sull’occupazione nel nostro Paese. Il report, di cui si è molto parlato sui social network e sui quotidiani, contiene numeri impressionanti: a dicembre 2020, rispetto al mese precedente, l’Istat ha registrato 101mila persone occupate in meno. Di queste, 99mila (più del 98%) sono donne. Questa flessione ha interrotto un trend positivo che – dopo lo scoppio della pandemia e una primavera difficile – ha visto una crescita ininterrotta dell’occupazione tra luglio e novembre. Bisogna peraltro sottolineare che il trend mensile dell’occupazione e della disoccupazione ha conosciuto un andamento irregolare nel corso di quest’anno: in alcuni mesi è cresciuta l’occupazione per entrambi i generi, in altri è cresciuta per le donne e diminuita per gli uomini e viceversa. E, nonostante il calo di dicembre, il livello dell’occupazione nel trimestre ottobre-dicembre 2020 è superiore di 0,2 punti percentuali a quello del trimestre precedente (luglio-settembre 2020), con un aumento di 53mila unità.

Le variazioni su base annuale indicano comunque un cambiamento che va nella stessa direzione: l’occupazione registrata a dicembre 2020 è più bassa di quella registrata un anno prima (-1,9%). La riduzione dell’occupazione corrisponde, in valori assoluti, a 444mila persone occupate in meno; di queste, 312mila sono donne (poco più del 70%). A gennaio 2020 l’Istat aveva registrato il tasso di occupazione femminile più alto di sempre: 50%. 

I lavori delle donne durante la pandemia

Non è la prima volta che, dall’inizio della pandemia, si apre un “caso” intorno ai numeri dell’occupazione femminile: a maggio 2020, all’inizio della cosiddetta “Fase 2”, molti giornali riportavano in prima pagina che su 10 persone rientrate al lavoro più di 7 erano uomini. Come ricostruito da un articolo e da una puntata del podcast de Lavoce.info nella “Fase 1” uomini e donne sono stati similmente impegnati nel lavoro fuori di casa: la distribuzione di genere nei settori essenziali (quelli che hanno continuato a operare durante il lockdown) è sostanzialmente equilibrata. Mentre, analizzando i codici ATECO delle attività che sono state autorizzate a riaprire per prime a maggio, risulta un’elevata concentrazione della componente maschile.

Il lato nascosto di questo dato è il lavoro domestico e di cura, specialmente nei confronti dei figli: come sappiamo fino all’inizio dell’estate non è stato possibile organizzare opportunità ricreative, ludiche o formative per bambini e ragazzi, mentre le scuole sono ripartite a singhiozzo a settembre. La fase 2 ha dunque comportato per molti genitori una conferma del carico di cura e accompagnamento dei figli, che si era moltiplicato nella fase 1 con la chiusura delle scuole e la permanenza forzata in casa: questo carico è ricaduto principalmente sulle donne, un po’ per le caratteristiche del mercato del lavoro italiano e un po’ per le decisioni di policy assunte nel quadro della pandemia (dalla scelta dei settori non essenziali ma prioritari alle decisioni nel campo della scuola). Va sottolineato che, in Italia, la condivisione del lavoro di cura è sempre stata segnata da radicati stereotipi e da politiche di conciliazione non sempre attente a promuovere la parità di genere e pari opportunità di cura per mamme e papà: tali misure sono spesso disegnate per incentivare più o meno indirettamente le donne a essere maggiormente coinvolte sul fronte della cura e/o a rinunciare a ore di lavoro retribuito a favore del lavoro non retribuito. Ad aggravare la situazione è venuto meno anche il supporto dei nonni a favore dei nipoti, maggiormente vulnerabili al Covid ma al tempo stesso considerati una risorsa essenziale a sostegno della gestione familiare (concezione confermata dalla controversa decisione dell’INPS di permettere la retribuzione dei nonni attraverso i bonus baby-sitter predisposti per fronteggiare la chiusura delle scuole).

Perchè parlare di “lavori” delle donne? Alcune interessanti analisi, riportate da Caroline Criado Perez nel suo libro “Invisibili”, chiariscono il punto: sebbene le statistiche ufficiali relative all’occupazione e alle ore lavorate evidenzino un maggior impegno degli uomini, di fatto sono le donne ad avere le giornate lavorative più lunghe. Semplicemente buona parte del loro lavoro è invisibile, dato per scontato dai loro partner e dalla società, non contabilizzato, non retribuito.

Abbiamo un piano?

La condivisione squilibrata del lavoro di cura espone le donne a un più elevato rischio di povertà nel corso di tutta la vita e a una maggior vulnerabilità nel mondo del lavoro (in termini di occupazione, retribuzione, discriminazione). Senza contare che l’occupazione femminile e la disponibilità e qualità di servizi di cura, accudimento e istruzione rappresentano una tutela anche verso il rischio di povertà infantile (come vi abbiamo raccontato qui e qui). Abbiamo un piano per fronteggiare queste criticità storiche del nostro sistema, ulteriormente aggravate dalla pandemia?

Un segnale incoraggiante era arrivato dall’ormai quasi dimenticato “Piano Colao”: il documento licenziato a giugno individuava tre assi di rafforzamento per il nostro Paese, di cui uno espressamente dedicato alla parità di genere e all’inclusione. Il piano prevedeva poi sei aree di azione, a loro volta suddivise in sotto-aree e proposte operative. Una specifica sotto-area sulla parità di genere conteneva azioni articolate – per quanto abbozzate – volte a sostenere e sviluppare l’occupazione femminile, combattere stereotipi e discriminazione, contrastare la violenza di genere, favorire la conciliazione tra vita e lavoro anche grazie allo sviluppo di nidi pubblici e privati e alla condivisione dei carichi di cura.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), comunemente chiamato Recovery Plan, non sembra però aver raccolto l’eredità del Piano Colao da questo punto di vista. Il PNRR rappresenta uno strumento nazionale di programmazione delle risorse di provenienza europea che saranno erogate – a fondo perduto e sotto forma di prestiti a condizioni privilegiate – per aiutare i paesi membri a fronteggiare le conseguenze della pandemia (risorse prevalentemente provenienti dal fondo Next Generation EU). Il PNRR dovrà essere presentato alla Commissione Europea entro la fine di aprile 2021. Nel frattempo, a partire dalla fine dell’autunno, sono circolate diverse bozze e, tra il 12 e il 13 gennaio, il Governo ha approvato un documento indicativo che dovrà essere discusso e perfezionato con il Parlamento.

La bozza di PNRR è stata giudicata severamente da osservatori italiani ed europei (oltre a essere la causa dichiarata dell’attuale crisi di governo). Il documento è criticato per la scarsa concretezza delle proposte e per la portata poco innovativa e riformista delle stesse. Inoltre, come denunciato da diverse organizzazioni, il tema delle donne ha perso centralità nel piano di ripresa: sebbene la parità di genere sia indicata tra le tre priorità trasversali del PRNN (insieme a giovani e Sud), sono pochissime le indicazioni più dettagliate sul tema. Il documento prevede sei missioni suddivise a loro volta in componenti e nessuna missione o componente è dedicata espressamente a questioni legate alla parità di genere. Questo tema è citato nella missione “Inclusione e coesione” (dove ci si propone di sostenere l’imprenditoria femminile) e, essendo trasversale alle varie misure, è citato di sfuggita in diversi altri punti (istruzione, transizione ecologica, lavoro). In questi ultimi casi tuttavia il PNRR si limita a esprimere alcune semplici conseguenze auspicate degli interventi descritti.

Giusto mezzo: perchè il PNRR #noncibasta

Diverse organizzazioni hanno lanciato in questi mesi il movimento “Giusto Mezzo”, per portare finalmente le donne al centro dell’intervento pubblico nel nostro Paese. Il movimento – composto da politiche italiane ed europee, economiste, studiose, attiviste, mamme – ha redatto una lettera rivolta al Governo in cui si chiedono per le donne “politiche integrate e investimenti moltiplicatori” a scapito di bonus e interventi non strutturali. Il movimento, che ha organizzato diversi eventi informativi, flash mob e la campagna social #noncibasta, è stato audito presso la Camera nell’autunno scorso. La richiesta è semplice: giusto mezzo, metà delle risorse del Recovery Plan siano destinate alle donne. Le firmatarie dell’appello chiedono interventi strutturali per i servizi di cura della persona dall’infanzia alla terza età (anziani e non autosufficienti), per l’occupazione femminile, contro la disparità di genere. Nella lettera le firmatarie indicano anche alcune proposte concrete per raggiungere questi obiettivi. Il movimento chiede infine che le donne siano maggiormente coinvolte nel processo e più rappresentate negli organi istituzionali che porteranno alla stesura finale del piano. Altrimenti il Recovery Plan rischia di non raggiungere tutte, e #noncibasta