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Una migliore conoscenza dei bisogni e informazioni più accessibili possono avvicinare ai servizi sanitari le persone, anche quelle più fragili. Lo abbiamo spiegato nel primo dei due articoli che dedichiamo al lavoro dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà (INMP). 

Dati e comunicazione, però, non bastano. Resta un passaggio decisivo per garantire davvero a tutti il diritto alla salute: trasformare l’orientamento in accesso effettivo e in continuità della presa in carico. Per le persone straniere o in condizioni di fragilità, ostacoli amministrativi, linguistici, culturali e organizzativi possono infatti interrompere il percorso tra il primo contatto con il sistema e la prosecuzione delle cure.

L’esperienza dell’INMP mostra che indirizzare le persone verso una struttura non basta: servono interventi che raggiungano chi ha difficoltà ad accedere ai servizi, accompagnamento nei momenti più complessi e collegamenti stabili tra sanità, istituzioni e Terzo Settore.

Raggiungere e accompagnare le persone

Per ridurre le barriere di accesso, l’INMP usa due modalità complementari: la mediazione di sistema e l’outreach.

La mediazione di sistema parte dall’accesso diretto ai servizi. Nel poliambulatorio dell’Istituto a Trastevere, ad esempio, le persone possono presentarsi per un pre-triage, dove vengono registrate, ricevono aiuto per le procedure amministrative e fanno una prima valutazione medica. In base ai bisogni individuati, vengono poi indirizzate verso il percorso di cura più adatto.

Tra le procedure possibili ci sono, ad esempio, il rilascio del tesserino STP e il riconoscimento dell’ENI. Quando necessario, intervengono anche un mediatore transculturale e un antropologo medico, che non si occupano solo della lingua ma accompagnano la persona durante tutto il percorso assistenziale e sociale.

Conoscere i bisogni per rendere il SSN più accessibile a persone straniere o vulnerabili

L’outreach funziona in modo diverso: sono gli operatori che raggiungono le persone che il sistema sanitario fatica a contattare. Con unità mobili attrezzate, l’INMP offre valutazioni sanitarie, prevenzione e orientamento nei territori, con esperienze che vanno da Roma a contesti come il Biellese, sempre in collaborazione con le aziende sanitarie locali. A queste si aggiungono le esperienze di San Ferdinando (RC), Macerata e, per le attività di odontoiatria, Lanciano-Vasto-Chieti, oltre agli interventi realizzati a Caivano (NA). Per il 2026-2027 sono inoltre programmate ulteriori attività di outreach nei territori dell’ASL Viterbo e Roma 6 (Lanuvio, Ardea, Pomezia) e in Emilia-Romagna. Come ha spiegato Napoli, “siamo noi che andiamo alla ricerca dei pazienti attraverso interventi di medicina di prossimità”.

Le attività si svolgono insieme alle aziende sanitarie locali. Accanto alle prestazioni offerte sul posto, quando necessario, l’ASL prende in carico la persona e attiva i servizi territoriali. L’obiettivo non è creare un percorso parallelo, ma aiutare la persona a continuare il proprio percorso nel sistema ordinario.

Prossimità non vuol dire quindi solo essere vicini fisicamente, ma anche costruire un rapporto di fiducia e raggiungere chi, per motivi amministrativi, linguistici, sociali o materiali, ha più difficoltà ad accedere ai servizi da solo.

Mettere in rete servizi e territori

La continuità dell’assistenza dipende anche dalla capacità degli attori territoriali di lavorare insieme. ASL, servizi sociali, amministrazioni e realtà del secondo welfare, tra cui molti enti del Terzo Settore, intervengono spesso sugli stessi bisogni, ma non sempre riescono a coordinarsi.

Secondo Napoli, il problema non è la mancanza di soggetti attivi: nei territori ci sono molte organizzazioni che svolgono “un lavoro incredibile dal punto di vista sociale e assistenziale”; il rischio è che gli interventi restino separati, si sovrappongano o creino passaggi inutili.

Per questo motivo, l’INMP1 cerca quindi di svolgere una funzione di mediazione istituzionale. L’obiettivo è entrare “in punta di piedi nei territori” e mettere in relazione soggetti che, anche a causa delle urgenze e dei carichi di lavoro, non sempre riescono a coordinarsi. Come dice Napoli, si tratta di “fungere da collante”, favorendo procedure condivise e riducendo il rischio che alcune attività vengano duplicate mentre altri bisogni rimangono senza risposta.

Oltre lo screening: migrazione, salute e accesso alle cure

In questa prospettiva, l’Istituto lavora attraverso convenzioni quadro con le Regioni e protocolli operativi con le aziende sanitarie, costruendo le attività in base alle necessità locali. Ad esempio, un’ASL può avere bisogno di rafforzare gli screening dermatologici, un’altra di sviluppare interventi sulla salute mentale. In questi casi, l’INMP offre supporto e mette in comunicazione servizi sanitari e sociali, senza sostituirsi alle competenze già presenti.

In questo contesto, anche il Terzo Settore svolge una funzione rilevante. Napoli lo definisce “una ricchezza peculiare del nostro Paese” e uno degli attori centrali nei percorsi di co-progettazione. A partire da un obiettivo condiviso e da una procedura pubblica di selezione, l’Istituto e gli enti coinvolti definiscono infatti insieme come tradurre un’idea in attività concrete.

La co-progettazione consente così di integrare le competenze del privato sociale e di adattare gli interventi alle caratteristiche dei diversi contesti. La presenza di più soggetti, tuttavia, non è sufficiente a costruire una rete effettiva: servono ruoli definiti, procedure condivise e modalità di collaborazione stabili.

Portare il modello nei territori

Questo approccio viene applicato su scala più ampia nel Programma Nazionale Equità nella Salute (PNES), rivolto alle sette Regioni del Mezzogiorno e finanziato con fondi UE. Il Programma si concentra su questi territori per ridurre le disuguaglianze nell’accesso ai servizi sanitari nelle Regioni in cui si registrano maggiori difficoltà nel garantire livelli adeguati di assistenza. In questo quadro, nell’area dedicata al contrasto della povertà sanitaria, l’INMP svolge il ruolo di organismo intermedio e accompagna 38 aziende sanitarie nell’applicazione del proprio modello assistenziale.

L’iniziativa  sostiene ambulatori ad accesso diretto, unità mobili attrezzate e altri interventi di prossimità. I progetti vengono elaborati dalle aziende sanitarie e adattati alle esigenze locali, con l’obiettivo di trasferire strumenti sperimentati dall’INMP senza riprodurli in modo identico in territori differenti. Complessivamente, l’area dedicata al contrasto della povertà sanitaria comprende 272 progetti, di cui 266 a regia e 6 a titolarità INMP, e prevede, tra gli interventi, il potenziamento degli ambulatori di prossimità e delle attività di outreach, anche attraverso 76 motorhome clinici e 38 motorhome odontoiatrici. 

L’UE invecchia: perché le migrazioni contano sempre di più

Per Napoli, il PNES rappresenta al meglio il lavoro dell’Istituto, perché mostra come un modello nato in una struttura nazionale possa essere applicato dai servizi regionali. La sua efficacia però dipende dal collegamento con le reti locali: senza il passaggio verso la presa in carico ordinaria, gli interventi di prossimità rischiano di restare episodi isolati.

L’obiettivo non è quindi quello di un centro che “vuole controllare i territori”: come ha sottolineato Petrelli, l’approccio si basa sull’idea di “fare le cose insieme”.

Dai bisogni alla presa in carico

La continuità delle cure riguarda sia chi vive già nei territori sia le persone intercettate nelle fasi di arrivo e accoglienza. In quest’ultimo caso, secondo Napoli, la valutazione sanitaria non dovrebbe limitarsi a stabilire se una persona sia idonea alla permanenza in un centro, ma individuarne le necessità e attivare le risposte appropriate: “non bisogna chiedersi semplicemente se un soggetto sia idoneo o non idoneo, ma quali siano le sue necessità”. In questa prospettiva, anche alla luce delle nuove procedure previste dal Patto europeo su migrazione e asilo, la vulnerabilità non dovrebbe essere considerata un motivo di esclusione, ma un elemento da riconoscere per attivare, con il supporto dei servizi territoriali, le risposte assistenziali necessarie.

Per chi vive già nei territori, la sfida consiste invece nell’intercettare i bisogni prima che confluiscano nei servizi di emergenza e nel rendere più accessibili le alternative. Per intervenire occorre quindi rafforzare l’informazione e favorire, quando possibile, l’accesso ai servizi territoriali.

Tuttavia, raggiungere una persona o individuare un bisogno non basta: è necessario accompagnarla e collegare il primo intervento ai servizi che possono proseguire la presa in carico. L’esperienza dell’INMP mostra così che la medicina di prossimità può produrre effetti duraturi quando è integrata nell’organizzazione ordinaria dei servizi e sostenuta da reti territoriali capaci di condividere responsabilità, coordinare gli interventi e adattare le risposte ai bisogni.

Note

  1. L’INMP ha sede a Roma, nel quartiere Trastevere, dove si trovano gli uffici e il poliambulatorio dell’Istituto, e conta circa 120 persone.
Foto di copertina: Hush Naidoo Jade Photography, Unsplash