Quando si parla di declino demografico, spesso ci si concentra solo sul calo delle nascite. Tuttavia, il terzo Demography Report della Commissione europea invita a guardare anche ad altri aspetti: non solo quante persone vivranno nell’Unione nei prossimi decenni, ma anche come cambieranno i rapporti tra le generazioni e quali effetti ci saranno su lavoro, servizi e sistemi di protezione sociale.
È in questo contesto che Dubravka Šuica, commissaria europea per il Mediterraneo e responsabile per la demografia, ha definito la migrazione “una sfida, ma allo stesso tempo una necessità”. La commissaria ha indicato la migrazione ben gestita come una delle risposte alla crescente domanda di manodopera in alcuni settori e territori.
Le migrazioni non possono fermare l’invecchiamento della popolazione europea, ma possono ridurne alcuni effetti, come la diminuzione della forza lavoro. La questione, quindi, non è se le migrazioni possano invertire il declino demografico, ma in quale misura possano attenuarne gli effetti e in quali condizioni il loro contributo possa diventare stabile. Per questo motivo, i canali legali di ingresso diventeranno sempre più importanti nelle politiche con cui l’Unione e gli Stati membri cercheranno di adattarsi ai cambiamenti demografici.
Un cambiamento già in corso
Secondo le proiezioni EUROPOP20251, la popolazione dell’UE dovrebbe raggiungere un picco di 453,3 milioni di abitanti nel 2029. Da lì, si prevede una lenta diminuzione: circa 445 milioni nel 2050 e 398,8 milioni alla fine del secolo. Questi non sono dati certi, ma scenari che mostrano come potrebbe cambiare la popolazione se le attuali ipotesi su nascite, decessi e migrazioni si avverassero.
Il numero totale di abitanti mostra però solo una parte del cambiamento: nel 2025, l’età mediana della popolazione dell’UE era di 44,9 anni e dovrebbe arrivare a 51,5 entro il 2100. Nello stesso periodo, il rapporto tra chi ha almeno 65 anni e chi ha tra 15 e 64 anni passerebbe da circa 34 a oltre 60 ogni 100 persone.
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Questo squilibrio crescente tra le fasce d’età avrà effetti sul mercato del lavoro e sulla domanda di pensioni, di servizi sanitari e di assistenza. Il problema demografico non riguarda quindi solo la diminuzione della popolazione, ma anche la capacità di adattare i sistemi economici e sociali a una società più anziana.
In questo scenario, l’Italia è già in una posizione particolarmente delicata. Nel 2025 aveva l’età mediana più alta dell’Unione, pari a 49,1 anni. Questo dato dimostra che alcune delle trasformazioni descritte nel rapporto non sono solo future, ma sono già presenti nel nostro Paese.
Quanto pesano le migrazioni
Dal 2012, nell’Unione europea, i decessi superano le nascite. Negli anni, la crescita della popolazione è stata dovuta al saldo migratorio positivo, cioè un numero di arrivi superiore a quello delle partenze. Nel 2024, ad esempio, sono entrate nell’UE 4,2 milioni di persone provenienti da Paesi extra-UE, mentre 1,6 milioni hanno lasciato uno Stato membro per trasferirsi fuori dall’Unione. All’inizio del 2025, le persone nate fuori dall’UE e residenti in uno dei suoi Paesi erano 46,7 milioni, pari al 10,4% della popolazione totale.
Per capire l’importanza di questi movimenti, il rapporto della Commissione europea confronta questa situazione con uno scenario in cui il saldo migratorio netto sia zero. In quel caso, nel 2100 l’Unione avrebbe circa 130 milioni di abitanti in meno e il rapporto tra anziani e popolazione in età lavorativa sarebbe più alto di 12 punti percentuali.
Questa differenza emerge con particolare chiarezza guardando al mercato del lavoro. Difatti, tra il 2025 e il 2050 la popolazione europea tra i 15 e i 64 anni dovrebbe diminuire, in media, di 1,2 milioni di persone ogni anno; senza migrazioni, la riduzione annuale arriverebbe a 2,4 milioni. Gli ingressi dall’estero non eliminano dunque la contrazione, ma ne riducono sensibilmente l’intensità.
Il contributo delle migrazioni ha comunque dei limiti: l’arrivo di persone mediamente più giovani può rallentare l’invecchiamento della popolazione, ma non fermarlo. Inoltre, quando si stabiliscono nel nuovo Paese, i loro livelli di fecondità tendono a diventare simili a quelli della popolazione locale.
Dai dati ai canali legali
La migrazione è soltanto una delle leve indicate dalla Commissione per contrastare gli effetti della contrazione della popolazione. Risulta infatti necessario aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, investire nella formazione e sostenere la produttività. Non si tratta quindi di scegliere tra la valorizzazione delle persone già presenti e i nuovi ingressi, ma di combinare strumenti diversi di fronte alla progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa.
In questa direzione vanno le Talent Partnerships, sviluppate con Tunisia, Marocco, Egitto, Bangladesh e Pakistan per unire mobilità lavorativa, formazione e sviluppo delle competenze, e l’EU Talent Pool, la piattaforma europea in fase di sviluppo che metterà in contatto i datori di lavoro degli Stati partecipanti con persone qualificate che vivono fuori dall’Unione. Si tratta, tuttavia, di strumenti ancora in fase di sviluppo: molte partnership si sono finora concentrate sulla definizione dei settori prioritari e delle modalità operative, mentre l’EU Talent Pool dovrebbe diventare pienamente operativo entro la fine del 2027.
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Il punto, quindi, non è soltanto attrarre nuovi lavoratori, ma valorizzare quelli già presenti: circa il 40% dei cittadini extra-UE con un titolo universitario svolge già un lavoro al di sotto del proprio livello di qualificazione. Difficoltà linguistiche, ostacoli al riconoscimento dei titoli e discriminazioni limitano le opportunità professionali e riducono il contributo che le persone già presenti potrebbero offrire.
Emerge così una contraddizione: mentre cerca nuovi talenti all’estero, l’Unione europea non riesce sempre a valorizzare quelli che già vivono nei suoi territori. Una politica migratoria collegata ai fabbisogni del mercato del lavoro dovrebbe quindi occuparsi non soltanto del reclutamento, ma anche del riconoscimento delle qualifiche, della formazione e dell’incontro tra le competenze e la domanda delle imprese.
L’integrazione passa dai territori
È qui che la questione demografica incontra quella del welfare. Lo stesso rapporto sottolinea che gli effetti economici positivi della migrazione dipendono dall’integrazione lavorativa e sociale. In questo quadro, Šuica ha definito l’integrazione un aspetto “fondamentale”, richiamando il ruolo delle autorità nazionali e locali nel creare le condizioni necessarie affinché le persone possano inserirsi nelle comunità di destinazione.
Un canale legale di ingresso e un contratto di lavoro rappresentano soltanto il primo passo. La continuità dell’occupazione e la possibilità di costruire un progetto di vita stabile dipendono infatti anche dall’accesso a un’abitazione accessibile, dall’apprendimento della lingua, dal riconoscimento delle competenze e dalla disponibilità di servizi sanitari, scolastici e sociali.
Il problema, nei territori, non è soltanto garantire singoli interventi, ma metterli in relazione. Politiche del lavoro, formazione, politiche abitative e accesso ai servizi fanno spesso capo a soggetti e livelli istituzionali differenti, mentre i bisogni delle persone si presentano in modo strettamente intrecciato. È qui che il secondo welfare può offrire un contributo, favorendo la costruzione di reti e il coordinamento tra amministrazioni pubbliche, imprese, parti sociali, Terzo Settore e altri attori locali.
Il cambiamento demografico rende quindi sempre più difficile separare le politiche migratorie da quelle occupazionali e sociali. I flussi migratori possono contribuire ad attenuare le carenze di manodopera, ma il loro apporto dipende dal riconoscimento delle competenze, dall’accesso ai servizi e dall’integrazione nei territori. La sfida, in altre parole, non sarà soltanto attrarre nuove persone, ma creare le condizioni affinché possano e vogliano restare.
Per approfondire:
- Commissione Europea (2026), Demographic transformation in the EU: understanding change and adapting to its consequences, Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2026.
- Eurostat (2026), EU received 4.2 million immigrants in 2024, news articles, 27 febbraio 2026
- Opening speech by Commissioner Šuica at the Launch of the 3rd Demography Report, 14 luglio 2026
Note
- EUROPOP2025 è la più recente serie di proiezioni demografiche di lungo periodo elaborata da Eurostat. Riguarda il periodo 2025-2100 e include i 27 Stati membri dell’Unione Europea, oltre a Islanda, Norvegia e Svizzera. Nel Demography Report 2026 è utilizzata per delineare i possibili scenari demografici di lungo periodo.