6 ' di lettura
Salva pagina in PDF

Quando si parla di persone migranti, la distanza tra riconoscimento formale del diritto alla salute e possibilità concreta di accedere ai servizi è uno dei nodi centrali. Non basta che una prestazione sia prevista dal sistema sanitario: occorre che sia raggiungibile, comprensibile e inserita in un percorso di cura.

È qui che la salute diventa una questione di welfare, perché interroga non solo il sistema sanitario, ma anche il modo in cui i servizi sociali, territoriali e di prossimità riescono a intercettare bisogni diversi.

Il Patto UE: la salute nella fase di arrivo e screening

L’entrata in vigore del Patto UE su migrazione e asilo1 ha introdotto una cornice comune per la gestione delle procedure di frontiera, dell’accoglienza, della protezione internazionale, dello screening2, dei rimpatri e relative alla banca dati biometrica Eurodac3. In Italia, una prima attuazione è arrivata con il decreto-legge 12 giugno 2026, n. 100 (Capo II). Nel decreto, la salute è menzionata soprattutto in relazione alla fase di arrivo in Italia e il riferimento principale non è alla presa in carico continuativa, ma ai primi controlli previsti durante l’identificazione e allo screening.

Le persone rintracciate alla frontiera o soccorse in mare possono infatti essere accompagnate nei punti di crisi4 (o hotspot), dove ricevono prima assistenza e dove vengono effettuati controlli sanitari, valutazioni delle vulnerabilità, controlli di sicurezza e rilevamenti identificativi. Si tratta di un passaggio importante, perché consente di individuare precocemente bisogni sanitari e condizioni di fragilità. Allo stesso tempo, però, si apre un interrogativo più ampio: cosa accade dopo? I controlli possono rimanere infatti un elemento della procedura di arrivo e identificazione, oppure diventare l’avvio di un percorso di orientamento e presa in carico.

Il rischio è che rimangano un momento isolato, anche perché le norme del Patto UE su migrazione e asilo sono considerate problematiche per quanto i diritti dei migranti da parte di diverse istituzioni internazionali e da numerose organizzazioni non governative.

Dallo screening alla presa in carico

Proprio su questo punto relativo alla salute si inserisce un appello promosso da numerose realtà del mondo sanitario, giuridico e della società civile sulla necessità di distinguere con chiarezza le attività sanitarie dalle funzioni di controllo migratorio e di pubblica sicurezza. Secondo i promotori, le nuove procedure rischiano infatti di inserire gli accertamenti sanitari e la valutazione delle vulnerabilità dentro percorsi legati all’ingresso, al trattenimento, all’asilo e all’espulsione. In questo modo, potrebbero essere compromessi il consenso informato, la neutralità dell’atto medico e la relazione di fiducia tra personale sanitario e persona migrante.

Le procedure di screening possono rappresentare un’occasione importante per individuare precocemente bisogni sanitari e condizioni di vulnerabilità, ma solo se mantengono una chiara finalità di cura. È proprio su questo punto che si concentra la preoccupazione dei firmatari: se gli accertamenti vengono svolti in spazi legati alla Pubblica Sicurezza e inseriti dentro procedure orientate a trattenimento, confinamento o rimpatrio, la valutazione sanitaria rischia di perdere la propria autonomia e di essere percepita come parte del dispositivo di controllo migratorio. Per questo, secondo l’appello, gli screening dovrebbero avvenire all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, con personale qualificato, mediazione linguistico-culturale, riservatezza, consenso informato e continuità della cura. Solo in questo modo lo spazio sanitario può essere riconosciuto dalla persona come un luogo di tutela, e non come un ulteriore passaggio della procedura di frontiera.

Migrazione e salute oltre l’emergenza

Il tema dello screening si inserisce però in un quadro più ampio. Il Patto UE riguarda solo una piccola percentuale delle persone migranti che arrivano in Europa ogni anno e, come abbiamo visto, la tutela della loro salute è un tema che tocca molti aspetti della loro presenza, anche tempo dopo l’ingresso in UE.

La salute delle persone migranti, quindi, non è una questione emergenziale. Lo ha ricordato di recente un editoriale di The Lancet intitolato proprio Migrazione: una realtà, non un’emergenza. Il testo dell’autorevole rivista scientifica è uscito insieme a The UCL–Lancet Commission on Migration and Health: review of the state of progress5. Entrambi i contributi sottolineano come la salute delle persone migranti sia influenzata non solo dall’organizzazione dei sistemi sanitari, ma anche dalle politiche migratorie, dal lavoro, dall’abitare, dalla protezione sociale e dalle condizioni di inclusione nei Paesi di arrivo.

Le politiche migratorie, infatti, non incidono solo sui percorsi di ingresso e soggiorno, ma anche sulle condizioni di salute delle persone: possono favorire protezione, accesso e inclusione, oppure produrre incertezza, esclusione e vulnerabilità. Tempi lunghi di attesa, incertezza amministrativa, isolamento, difficoltà di ricongiungimento familiare, assenza di informazioni o paura dei controlli possono avere effetti sulle condizioni di salute fisica e mentale. Allo stesso modo, politiche del lavoro che espongono le persone migranti a informalità, bassi salari, ricattabilità e mancata protezione sociale possono aumentare il rischio di malattia, infortunio, esclusione e mancato accesso ai servizi.

Dal diritto all’accesso effettivo ai servizi

La presenza di cittadini stranieri e con background migratorio è già parte della vita sociale, economica e territoriale del nostro Paese. Secondo Istat, al 1° gennaio 2026 i residenti con cittadinanza straniera erano 5 milioni e 560mila, pari al 9,4% della popolazione complessiva. Questo dato aiuta a collocare il tema della salute oltre la dimensione emergenziale: non riguarda solo chi arriva, ma anche persone che vivono, lavorano e costruiscono percorsi di inclusione nei territori. La salute, infatti, non si promuove solo dentro ambulatori e ospedali, ma anche nelle condizioni materiali in cui le persone abitano, lavorano e accedono alle reti di tutela.

In Italia il diritto alla salute delle persone straniere è riconosciuto attraverso diversi strumenti: l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale per chi ha un regolare permesso di soggiorno e il codice STP per le persone non in regola, che consente l’accesso a cure urgenti o essenziali, anche continuative. Inoltre, l’accesso alle strutture sanitarie non comporta, salvo specifici obblighi di legge, la segnalazione alle autorità.

I recenti sviluppi in materia di migrazione non cancellano questo quadro di tutela, ma rendono più delicato il rapporto tra salute e procedure di controllo. Il rischio, come visto, è che gli accertamenti sanitari e la valutazione delle vulnerabilità vengano percepiti anche come parte dei dispositivi di identificazione e allontanamento, invece che come strumenti orientati alla cura.

Resta poi il problema dell’accesso effettivo ai servizi. Barriere linguistiche e informative, assenza di un medico di riferimento, condizioni lavorative o abitative precarie e timori legati alla propria posizione amministrativa possono rendere difficile curarsi anche quando il diritto è formalmente riconosciuto. È in questo spazio, tra tutela prevista e possibilità concreta di accesso, che si misura la capacità del welfare di non lasciare sole le persone nel rapporto con i servizi.

Rendere i servizi sanitari più accessibili

Per questo, la questione dell’accesso ai servizi sanitari non può essere affrontata solo attraverso i controlli nella fase di arrivo, né attraverso il riconoscimento formale del diritto alla salute. Occorre chiedersi se i servizi siano effettivamente raggiungibili, comprensibili e capaci di accompagnare le persone oltre la prima assistenza. In questa prospettiva, mediazione linguistica e culturale, orientamento, raccordo tra sanitario e sociale, servizi di prossimità e collaborazione con il Terzo Settore sono condizioni che permettono al diritto di tradursi in cura.

Il punto, quindi, non è costruire percorsi separati per le persone migranti, ma rendere il welfare più capace di riconoscere bisogni diversi e di garantire continuità. Guardare alla migrazione attraverso la salute permette così di spostare l’attenzione dall’emergenza alla programmazione: non solo cosa accade al momento dell’arrivo, ma quali possibilità concrete di accesso, orientamento e tutela vengono costruite dopo.

 

 

Per approfondire:

Note

  1. Il Patto UE su migrazione e asilo è l’insieme di regole, adottate nel 2024, con cui l’UE ha riformato il sistema comune di gestione dell’asilo e della migrazione. Le misure riguardano diversi aspetti, tra cui l’identificazione delle persone in ingresso, lo screening alle frontiere, le procedure di protezione internazionale, l’accoglienza, i rimpatri e la ripartizione delle responsabilità tra Stati membri.
  2. Lo screening è una procedura preliminare a cui sono sottoposti alcuni cittadini di Paesi terzi arrivati alle frontiere esterne o soccorsi in mare. Comprende identificazione, controlli di sicurezza, prima verifica dello stato di salute e delle vulnerabilità e rilevamento dei dati biometrici. Serve a indirizzare la persona verso un percorso di protezione internazionale, di accoglienza o di rimpatrio.
  3. Eurodac è la banca dati biometrica dell’Unione europea per asilo e migrazione. Istituita originariamente per confrontare le impronte digitali nell’ambito delle procedure di asilo, è stata riformata dal Regolamento (UE) 2024/1358, adottato nel quadro del nuovo Patto UE su migrazione e asilo. Il sistema è stato ampliato per includere, oltre ai richiedenti protezione internazionale, anche altre categorie di persone, tra cui chi attraversa irregolarmente le frontiere o è trovato in soggiorno irregolare, e raccoglie dati biometrici e identificativi come impronte digitali e immagini del volto.
  4. I punti di crisi sono strutture previste dal Testo unico sull’immigrazione in cui possono essere condotte le persone straniere rintracciate alla frontiera o soccorse in mare per esigenze di soccorso, prima assistenza e identificazione.
  5. La review 2026 della UCL-Lancet Commission on Migration and Health aggiorna il rapporto del 2018 e richiama la necessità di leggere la salute delle persone migranti non solo come accesso ai servizi sanitari, ma come esito di politiche migratorie, condizioni di lavoro, protezione sociale, inclusione e tutela dei diritti.
Foto di copertina: Corey Young, Unsplash.com