Per garantire davvero il diritto alla salute, non è sufficiente che i servizi esistano. Il sistema sanitario deve riconoscere le disuguaglianze, capire i bisogni dei territori e offrire informazioni chiare su diritti, prestazioni e modalità di accesso a tutte le persone, soprattutto quelle più fragili.
L’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà (INMP) prova a fare proprio questo. E la sua esperienza mostra come sia possibile intervenire su due livelli complementari: conoscere meglio i bisogni e le disuguaglianze nei territori e aiutare le persone a orientarsi tra i servizi disponibili.
In questa direzione, l’Istituto ha sviluppato un sistema di monitoraggio che restituisce dati utili alla programmazione e un’applicazione che aiuta le persone a orientarsi nel Servizio Sanitario Nazionale. Pur agendo su piani diversi, i due strumenti contribuiscono allo stesso obiettivo: ridurre la distanza tra il riconoscimento del diritto alla salute e la possibilità di esercitarlo.
L’INMP e l’equità nell’accesso alla salute
L’INMP è un ente pubblico nato nel 2007, parte del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) dal 2012, che si occupa della salute delle persone migranti e di chi vive in condizioni di fragilità sociale. Dal 2019 è anche Centro Collaboratore dell’OMS1 per l’evidenza scientifica e lo sviluppo delle competenze in materia di salute dei migranti.
La sua missione, ci ha spiegato il direttore sanitario dell’istituto Christian Napoli, è “supportare il Servizio Sanitario Nazionale nel garantire l’equità dell’accesso alle cure per tutta la popolazione, con particolare attenzione alle persone più vulnerabili”. Tra queste rientrano anche le persone straniere, a qualsiasi titolo presenti sul territorio. Sono quindi comprese, nei casi previsti dalla legge, anche quelle che non hanno ancora un titolo valido per il soggiorno.
Gruppi diversi possono infatti avere bisogni e modalità di accesso differenti. Per questo, sapere quante persone vivono in un territorio, quante sono giovani o anziane e quante hanno un background migratorio non basta: questi dati non dicono, per esempio, se alcuni gruppi hanno maggiori problemi di salute o incontrano più difficoltà nell’accedere alle cure. Per individuare queste differenze servono quindi, da un lato, informazioni sullo stato di salute e sull’effettivo utilizzo dei servizi sanitari e, dall’altro, strumenti che aiutino le persone a conoscere e utilizzare i servizi disponibili.
Conoscere i bisogni: il portale di monitoraggio
Nel 2015 l’INMP ha avviato una collaborazione con dieci amministrazioni territoriali – otto Regioni e due Province autonome – per costruire un sistema di indicatori sulla salute e sull’assistenza sanitaria della popolazione immigrata. La produzione dei dati è iniziata nel 2016 e, da marzo 2026, i risultati sono consultabili attraverso un portale interattivo.

Questo strumento usa circa 80 indicatori per confrontare la popolazione immigrata con quella italiana in settori come la salute materno-infantile, i ricoveri, il pronto soccorso e l’assistenza territoriale. L’obiettivo è trovare differenze nell’accesso e nell’uso dei servizi che possano indicare problemi o disuguaglianze.
Il portale aiuta chi si occupa di politiche sanitarie a confrontare i territori, riflettere sulle differenze e trovare interventi replicabili. Come ha detto Alessio Petrelli, direttore dell’UOC di Epidemiologia dell’INMP, il confronto permette di capire “chi fa le cose e come”, collegando gli indicatori all’organizzazione dei servizi. In altre parole, permette di individuare i territori in cui determinati livelli di assistenza registrano risultati migliori e di capire quali pratiche organizzative possano contribuire a migliorare i servizi anche altrove. La dashboard, inoltre, non è pensata solo per gli addetti ai lavori, ma anche per operatori, Terzo Settore, media e cittadini. La scelta di rendere i dati accessibili attraverso il portale risponde proprio alla volontà di restituire le informazioni raccolte, affinché possano essere utilizzate per la programmazione. Come ha detto Napoli, “una volta elaborato questo patrimonio informativo, abbiamo il dovere di restituirlo alla collettività, perché altrimenti il sistema epidemiologico è destinato a morire”.
La partecipazione non è obbligatoria: la trasmissione dei dati dipende dalla scelta delle amministrazioni di aderire al progetto; come ha spiegato Petrelli, “le Regioni non sono obbligate a trasmetterci i dati, ma partecipano al monitoraggio perché condividono l’interesse a conoscere meglio le criticità presenti nei propri territori”. Il monitoraggio non si estende quindi ancora a tutto il territorio nazionale: per questo, come abbiamo visto, attualmente il sistema coinvolge dieci amministrazioni territoriali – otto Regioni e due Province autonome – nei cui territori risiede il 72,1% della popolazione straniera residente in Italia. La capacità di costruire una rete così ampia rappresenta quindi un punto di forza, anche se la mancata partecipazione di alcuni territori non consente ancora di ottenere un quadro completo del Paese.

I dati raccolti permettono comunque di far emergere differenze significative nell’utilizzo dei servizi. Un esempio riguarda il pronto soccorso: secondo Petrelli, tra le persone straniere si registra una quota più elevata di accessi in codice verde e potenzialmente non necessari rispetto alla popolazione italiana. Questo risultato apre alcune domande sulla conoscenza dei servizi territoriali, sulla presenza di alternative accessibili e sulla capacità del sistema di intercettare i bisogni prima che arrivino all’emergenza.
Orientare le persone: l’app “La tua salute”
Mentre il portale è rivolto soprattutto a chi programma e organizza i servizi, l’app La tua salute nasce per aiutare direttamente le persone a orientarsi tra diritti e strutture sanitarie.
Anche se un servizio è disponibile, non è detto che gli utenti sappiano come accedervi; come ha ricordato Napoli, infatti, “orientarsi all’interno del sistema sanitario può essere complesso per chiunque”. Per le persone straniere, oltre alle difficoltà comuni, si aggiungono spesso una conoscenza limitata del SSN e ostacoli linguistici, amministrativi e culturali.
Sviluppata nell’ambito della Joint Action Health Equity Europe2 e riconosciuta dall’OMS come best practice, l’app è gratuita e multilingue. Al suo interno, gli utenti trovano informazioni sull’accesso al SSN, sui principali servizi sanitari e sulla prevenzione, oltre a strumenti più pratici: un glossario dei termini sanitari e amministrativi e una sezione “Sul tuo territorio”, che fornisce indicazioni per orientarsi nell’accesso ai servizi a livello regionale. Orientarsi non significa infatti solo scegliere una struttura; come ha spiegato Napoli, un sintomo fisico può essere legato a difficoltà psicologiche, cambiamenti nelle abitudini alimentari, differenze culturali o situazioni legate all’inserimento sociale. Per questo, l’app cerca di indirizzare le persone verso servizi in grado di rispondere a bisogni complessi, indicando ad esempio le strutture in cui è disponibile un mediatore transculturale.

Indicazioni più chiare possono essere utili anche alle aziende sanitarie. Secondo Napoli, l’app ha ricevuto riscontri positivi sia dagli utenti sia dalle ASL, che ne hanno sottolineato l’utilità nell’orientare le persone verso i servizi più adatti ai loro bisogni, evitando accessi a strutture non appropriate. Sapere a quale servizio rivolgersi può infatti ridurre tentativi ripetuti e percorsi frammentati all’interno di un sistema che può essere difficile da comprendere.
L’applicazione rappresenta quindi una porta d’accesso in più al SSN, offrendo informazioni in diverse lingue. Tuttavia, non elimina tutte le barriere e non può sostituire il lavoro degli operatori, la mediazione o l’accompagnamento nei passaggi più complessi.
Dai dati all’accesso effettivo
Come abbiamo visto, portale e app intervengono su due livelli complementari. Il primo aiuta principalmente a riconoscere le disuguaglianze e a leggere i bisogni nei territori; la seconda cerca di rendere il sistema più comprensibile a chi deve utilizzarlo. Nessuno dei due strumenti porta però a un cambiamento automatico: i dati devono guidare le decisioni e le informazioni devono essere aggiornate, chiare e accompagnate da servizi in grado di rispondere ai bisogni individuati.
In questo contesto, l’accessibilità dipende non solo dalla capacità delle persone di orientarsi, ma anche dal livello di conoscenza che il sistema sanitario possiede sulla popolazione, dal riconoscimento delle differenze tra territori e dalla chiarezza dei percorsi di accesso. L’esperienza dell’INMP mostra quindi come conoscenza, programmazione e informazione possano contribuire a ridurre la distanza tra bisogni di salute e accesso ai servizi, senza che nessuno di questi strumenti, da solo, possa garantire l’equità nell’accesso.
Note
- I Centri Collaboratori OMS sono istituzioni designate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per svolgere attività a supporto dei suoi programmi in specifici ambiti di competenza.
- La Joint Action Health Equity Europe (JAHEE) è un progetto europeo dedicato al contrasto delle disuguaglianze di salute, finanziato nell’ambito del Terzo Programma Salute dell’UE (2014-2020). Al suo interno, l’INMP ha coordinato per l’Italia le attività dedicate alla salute dei migranti.