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Ogni mese Secondo Welfare cura un’inchiesta su Buone Notizie del Corriere della Sera per approfondire i grandi cambiamenti in atto nel nostro Paese sul fronte del welfare. Nell’approfondimento del 20 luglio 2021 ci siamo occupati di asili nido. Di seguito Chiara Agostini riflette sul ruolo educativo che occorre riconoscere ai nidi, mentre qui Paolo Riva ci aiuta a contestualizzare la questione con dati e opinioni di esperti del tema.

L’educazione è il mezzo più potente che abbiamo per contrastare le disuguaglianze intergenerazionali. Ed è la strada per spezzare il legame che purtroppo esiste fra la condizione socio-economica della famiglia di origine e i redditi ottenuti dai figli una volta diventati adulti.

L’accesso a servizi educativi di qualità fin dalla primissima infanzia ha infatti un impatto rilevante sulle opportunità di sviluppo futuro dei bambini: per questo le esperienze educative extra familiari precoci sono importanti per tutti, ma diventano fondamentali nel caso dei bambini svantaggiati, economicamente e/o socialmente. Durante i primi anni di vita, lo sviluppo delle reti neurali (che costituiscono l’architettura cerebrale e le basi delle competenze) avviene a una velocità elevatissima, che non si riprodurrà mai più nel corso della vita. In altre parole, prima agiamo per dare a tutti i bambini le medesime opportunità di apprendimento, più chance avremo di evitare l’acuirsi delle disuguaglianze che derivano dall’appartenere a famiglie con background socio-economici differenti.

Povertà materiale e povertà educativa generano infatti un circolo vizioso in cui i bambini che provengono da famiglie svantaggiate hanno meno possibilità di partecipare ad attività sociali, culturali e ricreative, di svilupparsi emotivamente e di realizzare il proprio potenziale, ottenendo quasi sempre risultati scolastici peggiori della media. Una volta diventati adulti, questi bambini incontreranno così maggiori difficoltà ad attivarsi nella società e a trovare lavori di qualità. Questo spiega perché, secondo alcuni studi, i bambini appartenenti a famiglie povere che possono frequentare servizi educativi nella prima infanzia ottengono migliori risultati nel prosieguo della loro vita, sia durante gli studi che nel mercato del lavoro, rispetto ad altri bambini che hanno lo stesso background socioeconomico ma non hanno questa possibilità. Inserendosi in un asilo nido o in un altro servizio educativo i bambini svantaggiati hanno dunque l’opportunità di rompere il circolo vizioso e garantirsi un futuro meno fosco.

Nonostante queste evidenze, nel nostro Paese la dimensione educativa è spesso drammaticamente sottovalutata e i servizi per l’infanzia sono concepiti perlopiù come servizi di conciliazione, incentrati più sulle esigenze dei genitori che su quelle dei più piccoli. Un esempio sono le graduatorie comunali per l’accesso ai nidi. Queste normalmente tengono conto della condizione lavorativa di mamme e papà e, in molti casi, portano a escludere i bambini che hanno un genitore non occupato, favorendo intrinsecamente i nuclei che hanno un reddito superiore alla media e membri più istruiti. E, quindi, nei fatti penalizzano i bimbi che hanno genitori che non lavorano e hanno presumibilmente una peggiore condizione economica. Alimentando l’effetto negativo a cui si faceva riferimento poco sopra.

In questo quadro, anche grazie alla spinta del PNRR, è auspicabile un vero cambio di paradigma che ponga al centro il valore educativo dei nidi e riconosca l’educazione fin dalla prima infanzia come un diritto di tutti i bambini. Si tratta di una questione centrale se vogliamo davvero combattere le disuguaglianze che sono ora esacerbate dalla crisi pandemica.

Questo articolo è stato pubblicato su Buone Notizie del Corriere della Sera il 20 luglio 2021 ed è qui riprodotto previo consenso dell’autore.