Il recente Rapporto Censis “Invecchiare nell’Italia della longevità” restituisce il punto di vista delle persone con più di 65 anni sull’invecchiamento: più di un terzo si percepisce fragile pur essendo, nella grande maggioranza dei casi, autosufficiente, mentre le reti familiari che tradizionalmente coprono i bisogni assistenziali si assottigliano. Un quadro che interroga direttamente le politiche pubbliche di long term care e il ruolo del secondo welfare.

L’Italia è il primo Paese dell’Unione europea per incidenza di anziani, davanti a Portogallo, Bulgaria, Grecia e Finlandia. Nel 2026 sono oltre 14,8 milioni le persone che hanno superato la soglia dei 65 anni, il 25,1% della popolazione residente, e le proiezioni demografiche indicano che entro il 2050 questa quota salirà al 34,6%.

È il punto di partenza del nuovo Rapporto Censis, che sceglie un taglio particolare: non limitarsi ai dati strutturali, ma dare voce direttamente ai longevi, ricostruendone bisogni, percezioni e strategie di vita attraverso un’indagine dedicata. Ma andiamo con ordine.

Il nodo: più anni di vita, non necessariamente in buona salute

La speranza di vita alla nascita è salita a 83,7 anni, ma la speranza di vita in buona salute si ferma a 59,1 anni, e chi arriva a 65 anni può contare in media su appena 10,7 anni senza limitazioni funzionali. Attorno ai 76 anni si concentra, in media, il momento in cui il rischio di perdita dell’autosufficienza diventa concreto: quasi esattamente l’età (76,7 anni) che gli stessi longevi indicano, in media, come soglia di ingresso nella vecchiaia, ben lontana dai 65 anni della convenzione statistica.

È in questo spazio – tra la vita “lunga” e la vita “in salute” – che secondo il Censis si genera la domanda sociale di supporto destinata a crescere nei prossimi decenni, in un Paese dove peraltro nel 2024 il 79,2% degli over 65 risultava già affetto da almeno una patologia cronica.

Una “fragilità minuta” ancora poco raccontata

Il contributo più originale della ricerca riguarda quella che il Censis definisce un’area grigia, finora sottovalutata: oltre un terzo degli anziani italiani (il 36,6%) si dichiara consapevole di non riuscire più a gestire in piena autonomia le attività quotidiane. Il confronto con un’indagine analoga del 2006 è netto: allora il 78,8% degli intervistati dichiarava di farcela da solo in tutto; oggi questa quota è scesa al 62%, mentre è più che raddoppiata (dal 14,9% al 31,7%) la quota di chi ha bisogno di un aiuto puntuale su alcune attività.

È proprio quel 31,7% il nucleo del fenomeno: non si tratta, in questi casi, di non autosufficienza conclamata – che riguarda l’1,4% degli intervistati, cui si aggiunge un 4,9% che dichiara parecchie difficoltà – ma di difficoltà minute: pratiche burocratiche, gestione digitale, piccoli adempimenti che generano comunque ansia e domanda di supporto, soprattutto tra le donne e nelle fasce più anziane.

Coerentemente, la paura più diffusa tra i longevi non è la morte (33,5%) ma la dipendenza dagli altri, temuta dall’82,8% degli intervistati trasversalmente a genere, età e territorio.

Le reti familiari reggono, ma sono sempre più sotto pressione

Per il sistema di welfare italiano, il dato forse più rilevante riguarda le fonti di assistenza a cui i longevi dichiarano di rivolgersi in caso di bisogno: il 52,7% conta sui figli, il 49,6% su coniugi o conviventi, appena l’1,9% su assistenti domiciliari o infermieri pubblici. Le reti informali restano dunque il pilastro pressoché esclusivo della long term care di prossimità in Italia, mentre l’offerta pubblica di servizi territoriali resta marginale nella percezione dei diretti interessati.

Allo stesso tempo, il Rapporto ricorda che i longevi non sono solo destinatari di cura ma produttori di welfare familiare: il 37,9% dei nonni si prende cura direttamente dei nipoti, il 36,4% offre supporto economico a figli e nipoti, oltre la metà si rende disponibile per pratiche burocratiche o piccoli lavori domestici.

Ma è un modello che il Censis, come la letteratura in materia, ritiene sempre meno sostenibile nel tempo: quasi un anziano su due tra gli over 85 vive solo, la dimensione media delle famiglie si riduce insieme alla natalità, e il 62,3% dei longevi dichiara di sperimentare, con diversa frequenza, sentimenti di solitudine (il primo numero della nostra Rivista Nessi era dedicato proprio al tema della solitudine).

Perché interessa il secondo welfare, e cosa può fare

Il Rapporto si chiude con un’indicazione che investe direttamente il perimetro d’azione del secondo welfare. Da un lato un welfare pubblico che stenta a garantire assistenza sociosanitaria capillare sui territori; dall’altro reti familiari erose dalla contrazione dei nuclei, dall’aumento degli anziani soli e dal sovraccarico della cosiddetta generazione sandwich. In mezzo, una fragilità di massa che si concentra proprio nell’area grigia tra autonomia piena e non autosufficienza, dove i bisogni sono minuti, discontinui e raramente tradotti in domanda esplicita di servizi.

Prevedere, e governare, le nuove fragilità richiede un’infrastrutturazione di supporto più ampia e articolata (ne abbiamo di recente parlato in questa ricerca internazionale), e insieme un cambio di logica: dal welfare di attesa, che risponde a chi sa chiedere, a un welfare di iniziativa capace di intercettare i segnali precoci di fragilizzazione. Richiede cioè comunità longeve, intese non come contenitori di servizi ma come infrastrutture sociali fatte di luoghi accessibili, relazioni di fiducia e figure-ponte in grado di connettere persone, famiglie e servizi.

È il terreno su cui imprese sociali, Terzo Settore, welfare aziendale e nuove forme di prossimità territoriale sono già chiamati a intervenire e lo saranno sempre più: accanto alle famiglie e non al loro posto, e a integrazione, non in sostituzione, di una responsabilità pubblica che resta condizione di equità e sostenibilità sociale.



Foto di copertina: Kagan Karatay, Pexels