“Lo dico continuamente ai miei studenti: le buone idee sono facili, ce le hanno tutti. Ma riuscire a rendere un’idea reale nel mondo, farle aggiungere valore, renderla qualcosa di positivo — quello è tutt’altra cosa, molto più difficile”. Michael Sherraden, fondatore e condirettore del Center for Social Development della Washington University in St. Louis, negli Stati Uniti, è l’ideatore del modello di asset building universale e permanente.
La sua buona idea, Sherraden l’ha avuta esattamente 35 anni fa, quando ha pubblicato il volume Assets and the Poor: New American Welfare Policy, che proponeva un nuovo approccio alle politiche sociali, mirato a rafforzare le risorse economiche, sociali e personali degli individui, specialmente quelli in condizioni di vulnerabilità. Era il 1991 e, da allora, quell’idea è diventata reale, con progetti e politiche negli Usa e in molti altri stati del mondo, Italia compresa.
Una delle realtà che ha più concretamente realizzato il concetto di asset building nel nostro Paese è la Fondazione Ufficio Pio, come abbiamo raccontato in più occasioni e come spiegato anche nel volume Investire nel futuro: asset building e disuguaglianze educative. Il libro, appena pubblicato da Egea, è al centro di un convegno promosso dalla stessa Fondazione e dalla Fondazione Compagnia di San Paolo. L’ospite d’onore è proprio Sherraden, che in occasione dell’incontro, ha rilasciato un’intervista a Percorsi di Secondo Welfare.
L’importanza della filantropia

Guardando indietro, alla sua carriera e all’evoluzione dell’idea di asset building, il professore ci tiene a mettere in chiaro subito un aspetto che ritiene importante: “Tutte queste cose non accadono semplicemente perché una persona ha un’idea. Ci sono moltissimi attori, moltissime partnership, moltissime persone che aggiungono valore, e qualche altra che cerca di metterti i bastoni tra le ruote. È un processo grande e complesso. E questo richiede moltissime partnership”. Tra queste, si sono rivelate fondamentali quelle con la filantropia statunitense, e in particolare con alcune fondazioni.
“Sono state estremamente importanti”, dice Sherraden ricordando il finanziamento della Charles Stewart Mott Foundation grazie al quale ha creato il Center for Social Development, attivo ancora oggi. “La maggior parte delle fondazioni finanziano determinate attività per alcuni anni e poi dicono: ‘beh, lo abbiamo fatto, ora proviamo qualcos’altro’. È normale. Ma loro sono rimasti con noi per circa 30 anni. Anzi, più di 30 anni, a dire il vero. E ci sostengono ancora, aiutandoci nella ricerca”, spiega il professore.
Alla continuità garantita nel tempo dalla Charles Stewart Mott Foundation si è affiancata poi la maggiore capacità di spesa della Ford Foundation. Grazie ai suoi finanziamenti, sono stati creati i primi programmi di asset building, sui quali è stata fatta “molta ricerca”. “Lavoravamo in modo sperimentale — cercavamo di fare ricerca rigorosa con i metodi delle scienze sociali, trattamento e controllo. E quindi avevamo raccolto risultati positivi per l’asset building, il che è stato un grande aiuto”, ricorda Sherraden. In quella fase, vengono testati degli interventi dedicati a persone adulte a basso reddito e ne vengono misurati gli effetti positivi: “ottenevano più istruzione, si prendevano meglio cura della propria casa, e c’erano anche alcuni effetti socio-psicologici — si sentivano meglio con sé stessi, sentivano di avere un futuro, quel genere di cose”.
Oklahoma: la scelta giusta
Per trasformare le intuizioni accademiche in politiche pubbliche, Sherraden sottolinea anche l’importanza delle partnership istituzionali. E, nel suo caso, è stata “essenziale” quella siglata con l’Oklahoma nel 2007 per una politica universale di asset building dedicata a tutti i bambini dello Stato e pensata per ridurre le disuguaglianze educative e patrimoniali.
La scelta era tra questo Stato piccolo e conservatore del centro degli Stati Uniti e la grande e celebre California. Alla fine, ha prevalso la prima opzione: “Erano interessati a farlo e sentivamo che avrebbero davvero prestato attenzione, perché per loro sarebbe stato qualcosa di importante; in California non se ne sarebbe accorto nessuno. E quella è stata una delle nostre migliori decisioni, perché da allora abbiamo lavorato molto bene con l’Oklahoma”.
“Quando si gestisce un esperimento di policy – prosegue il professore -, è lo Stato che eroga effettivamente la politica. Non possiamo farlo noi. Devono farlo loro, e richiede molto lavoro da parte loro. Sono stati messi alla prova”, con ottimi risultati. Il programma lanciato nel 2007 col nome di SEEDS OK è ancora oggi in vigore e ha coinvolto tutti i bambini e le bambine nati da quell’anno in poi: “sono 19 anni e i primi partecipanti stanno finendo il liceo e si preparano al primo anno di università”, dice Sherraden con orgoglio.
Il professore è soddisfatto anche del lavoro svolto dal suo Center for Social Development nell’ambito del programma: “Abbiamo usato metodi di ricerca eccellenti: assegnazione casuale, trattamento e controllo su tutto lo Stato”, dice. “La qualità dei metodi di ricerca, nel lungo periodo, non è solo una questione accademica”, aggiunge, spiegando l’importanza di poter stabilire un nesso di causalità tra gli interventi di asset building e il miglioramento delle condizioni di vita delle famiglie dei minori coinvolti. “Sappiamo che è stato il nostro intervento a produrre questa differenza”, spiega.
Una politica per tutti gli Usa?
Anche sulla base delle evidenze raccolte in Oklahoma e in altri progetti locali, Sherraden auspica da anni l’introduzione, a livello federale, di una misura di asset building strutturale in tutti gli Stati Uniti. E ora qualcosa di simile potrebbe vedere la luce sotto la presidenza di Donald Trump.
Si chiamano Trump accounts e, come spiega il Corriere della Sera, sono un’iniziativa per la quale “ogni nuovo nato riceverebbe un conto finanziario intestato a suo nome, con un versamento iniziale garantito dallo Stato e la possibilità di contributi aggiuntivi da parte di famiglie, imprese e grandi donatori privati. Le somme verrebbero investite sui mercati e resterebbero vincolate per anni, utilizzabili in età adulta per spese considerate «strategiche», come istruzione, avvio di un’attività o acquisto della prima casa”.
Sherraden racconta di aver avuto alcune interlocuzioni con funzionari pubblici incaricati di concretizzare l’iniziativa, il cui lancio è imminente. Ma ci tiene anche a sottolineare le differenze con l’idea di asset building che lui ha sempre promosso.
I Trump accounts nascono dalla visione di “alcuni gestori di fondi d’investimento, secondo i quali non tutti beneficiano della crescita degli investimenti”. “Non è il nostro modo di pensare, che invece è incentrato su come gli individui possano migliorare grazie alle opzioni di investimento. Noi siamo teorici di politica sociale, il che significa che pensiamo a cosa si può fare perché tutti possano avere la possibilità di costruire asset”. Quindi, secondo Sherraden, i programmi proposti dal Center for Social Development e i Trump accounts “non sono esattamente la stessa idea”.
Spazi aperti per sperimentare in Europa
In questi trenta e più anni, però, l’idea dell’asset building non si è diffusa solo negli Stati Uniti d’America. Sherraden, per esempio, cita Singapore come un Paese molto interessante per l’uso di queste politiche, ma esempi concreti esistono anche in Israele o Kazakistan.
Nel nostro continente, il Regno Unito è stato il caso più interessante. Nel 2005, il governo laburista di Tony Blair, grazie al supporto del Center for Social Development, ha lanciato un programma nazionale di asset building per tutti i nuovi nati che, però, è stato interrotto nel 2010 per ragioni politiche e mai più ripreso. “Da allora abbiamo lavorato in molti posti, ma poco in Europa”, commenta Sherraden.
Eppure, qualcosa si sta muovendo. In più di un Paese sono in corso discussioni su progetti locali o su vere e proprie politiche nazionali. “La Germania è dove la discussione mi sembra più seria e avanzata”, spiega il professore, riferendosi alla scelta del governo tedesco guidato da Friedrich Merz di dotare tutti i nuovi nati di un proprio conto di risparmio in vista della pensione.
Gli spazi di azione e miglioramento, però, rimangono ampi: in Europa occidentale, quello dell’asset building, secondo Sherraden, “è un campo molto aperto” su cui, a suo parere, sarebbe bello vedere l’Italia muoversi. “Vedo interesse intellettuale, osservo interesse filantropico e spero che questa conferenza possa contribuire ad alzare l’attenzione sul tema”, dice. Del resto, i motivi di interesse non mancherebbero.
Meno sono i bambini, più è prezioso il loro sviluppo
Per Sherraden, infatti, è utile collocare l’asset building nella prospettiva di due cruciali fenomeni della contemporaneità. Il primo è il calo demografico che tocca un numero crescente di Paesi in tutto il mondo tra cui, in particolar modo, l’Italia. “Se abbiamo meno figli, dobbiamo davvero sviluppare ciascuno di loro”, ragiona il professore: “Il mondo non è ancora del tutto arrivato a questo punto di vista ma, con il calo delle nascite, ogni bambino è sempre più prezioso. E quindi dovremmo lavorare sull’accumulazione di asset affinché ognuno di loro possa svilupparsi al meglio”.
Il secondo fenomeno è l’arrivo delle intelligenze artificiali e il loro impatto sul mondo del lavoro e sulla nostra vita quotidiana. E qui il ragionamento è più ampio, articolato e parte da lontano. “Sappiamo che la vita finanziaria di ogni soggetto ha due parti: una è il flusso, l’altra sono gli stock”, dice. Per usare i termini dei bilanci delle imprese, la prima è il conto economico, la seconda è lo stato patrimoniale. “Queste due parti, i soldi che entrano ed escono, sono collegate e quindi tutto il lavoro sull’asset building vuole sottolineare che ogni entità, compresa ogni famiglia e ogni individuo, deve pensare a entrambe: i flussi e gli stock. Bisogna pensare sia al conto economico sia allo stato patrimoniale”.
Le politiche sociali dei Paesi occidentali (e, in particolare, quelle statunitensi studiate da Sherraden), hanno sempre spinto ad occuparsi dello stato patrimoniale soprattutto le famiglie non povere, grazie a detrazioni fiscali sui mutui o piani di accumulo previdenziale. “Questi benefici non sono disponibili per i poveri. L’accumulazione di asset è supportata per una parte della popolazione, ma non per i poveri. Anzi, aspetto ancora più sorprendente quando ci si riflette, se i poveri iniziano ad accumulare qualche asset, vengono spesso penalizzati perché finiscono per perdere o vedere ridotti i sussidi che percepiscono”, spiega il professore.
L’asset building nell’era dell’IA
Sherraden definisce “dualistica” questa impostazione delle politiche sociali e teme che, man mano che usciamo dall’era industriale ed entriamo nell’era dell’informazione e delle intelligenze artificiali, questo dualismo possa acuirsi ulteriormente.
“Si acuisce perché il reddito da lavoro diventa sempre meno stabile, e con il vero ingresso nell’era dell’intelligenza in cui ora ci troviamo, molti lavori a bassa qualifica potrebbero sparire”, argomenta.
“Non sappiamo davvero cosa accadrà durante questa transizione ma, data la nostra visione molto limitata, sarà probabilmente meglio preparare le persone in modo che siano un po’ più flessibili nell’adattarsi a un futuro mercato del lavoro. E uno dei modi per farlo è non limitarsi a dare loro un sostegno al reddito, ma metterle in condizione di avere qualche asset, in modo che possano fare più formazione, che possano trasferirsi in un altro posto e prendere un’occupazione diversa”, sostiene il professore. “Non è una previsione, è solo buon senso”.