In Italia, nel 2024, le persone in povertà assoluta sono 5,7 milioni, quasi il 10% della popolazione, un dato sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente. È un fenomeno strutturale e preoccupante, a cui le misure introdotte dal Governo Meloni non sono in grado di dare risposte.
È urgente un cambio di rotta, che parta dal modo di concepire, misurare e raccontare il fenomeno per arrivare fino a politiche diverse, più in linea con il contesto europeo e con la reale situazione in cui si trovano le persone in povertà e i servizi loro dedicati.
È questo quanto emerge dal rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media”, che l’Alleanza contro la povertà in Italia ha presentato oggi a Roma in un incontro organizzato in collaborazione con IREF – Istituto di Ricerche Educative e Formative e Percorsi di Secondo Welfare (qui è possibile rivedere l’evento).
L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media
“Come Alleanza contro la Povertà riteniamo che il Paese abbia bisogno di una nuova stagione di politiche sociali: politiche costruite non sull’onda dell’emergenza o del consenso immediato, ma su una visione condivisa di giustizia sociale. Una visione che riconosca la povertà come una questione centrale per la tenuta democratica del Paese, non come un tema residuale da affrontare a margine”, spiega Antonio Russo, portavoce dell’Alleanza.
“Avere reintrodotto il principio della categorialità è stato un grande passo indietro e si è creata troppa confusione tra politiche sociali e per il lavoro”, aggiungono Franca Maino e Chiara Agostini di Percorsi di Secondo Welfare, che hanno contribuito alla stesura del Rapporto.
La povertà è un processo
Dopo il suo insediamento nell’ottobre 2022, il Governo guidato da Giorgia Meloni ha introdotto Assegno di Inclusione (ADI) e Supporto per la Formazione e il Lavoro (SFL), che hanno preso il posto di Reddito e Pensione di Cittadinanza (RdC/PdC) partire rispettivamente da gennaio 2024 e settembre 2023.
Ora che entrambe le misure sono entrate pienamente a regime, l’Alleanza contro la Povertà in Italia ha voluto fare il punto della situazione, con una pubblicazione in quattro capitoli dedicato alla definizione del fenomeno, alla sua misurazione statistica, al racconto che i media ne fanno e, soprattutto, all’implementazione di ADI e SFL, raccontata dal punto di vista di operatori e operatrici che lavorano direttamente con le persone in povertà. A firmare quest’ultimo contributo è stato il nostro laboratorio con Franca Maino e Chiara Agostini insieme a Rosangela Lodigiani, professoressa ordinaria di Sociologia dei processi economici e del lavoro presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Dalla pubblicazione1 , emergono tre messaggi chiave, legati l’un l’altro.
Il primo è che la povertà è un processo, non uno stato. “Si costruisce nel tempo e può coinvolgere, in forme diverse, ampie fasce della popolazione esposte a fragilità lavorative, abitative e relazionali”, si legge nella parte introduttiva del rapporto.
Il secondo riguarda le misure statistiche e le politiche pubbliche, che selezionano ciò che è visibile. “Ogni indicatore e ogni requisito istituzionale rende governabili alcuni aspetti della povertà, ma ne lascia in ombra altri: la dimensione biografica, il ruolo delle reti, l’importanza dei diritti effettivamente esigibili”, si legge in un altro passaggio del documento.
Infine, “la narrazione del fenomeno è un elemento costitutivo del fenomeno stesso” e, quindi, il modo in cui media, politica e istituzioni costruiscono la legittimità del bisogno influenza chi è riconosciuto come povero e chi, invece, rimane privo di voce pubblica.
Misure inadeguate
Per capire come ADI e SFL sono stati implementati, le ricercatrici hanno realizzato focus group e interviste in profondità a testimoni privilegiati. Maino, Agostini e Lodigiani hanno coinvolto 49 persone da tutta Italia, tra assistenti sociali, operatori dei servizi per l’impiego e dei servizi per il lavoro, operatori di CAF e patronati. Sono figure professionali che lavorano a diretto contatto coi beneficiari di ADI e SFL, le cui testimonianze sono la base su cui è stato scritto il terzo capitolo del Rapporto dell’Alleanza, “L’implementazione di ADI e SFL: una prima valutazione a due anni dall’introduzione”.
Il quadro che emerge è preoccupante, e conferma sia le critiche sollevate all’approvazione delle due misure, sia i dati quantitativi pubblicati in questi anni sui beneficiari, che sono molto inferiori rispetto a quelli del Reddito di Cittadinanza. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’INPS relativi al periodo che va dall’introduzione delle misure alla fine dello scorso anno, i beneficiari dell’ADI sono stati 2,2 milioni e quelli del SFL quasi 230.000. Nel 2021, l’anno in cui Reddito e Pensione di Cittadinanza hanno raggiunto il numero massimo di persone, i beneficiari sono stati quasi 4 milioni. La platea, quindi, si è ristretta e questo, spiega il terzo capitolo, ha portato ad avere beneficiari con “casi più complessi spesso caratterizzati da vulnerabilità multiple” e misure poco efficaci.
L’Assegno di Inclusione e il contrasto alla povertà: un ritorno al passato
“Molti operatori riferiscono che, nonostante l’erogazione del beneficio e la regolarità della presa in carico, le condizioni di vita dei beneficiari restano sostanzialmente immutate dopo 18 mesi di ADI”, spiega Agostini. “Dalla nostra ricerca emerge come questa misura garantisce stabilità economica ma fatica a generare percorsi di emancipazione duratura”, aggiunge Maino. Lodigiani, invece, sottolinea come i beneficiari di SFL siano “raramente occupabili e ancor più raramente lo sono nel breve periodo. Per non dire che, spesso, hanno fragilità che rendono irrealistico l’inserimento lavorativo e hanno soprattutto necessità di essere affiancati, accompagnati a recuperare competenze di base, motivazione e fiducia”.
Complessivamente, quindi, il giudizio è netto: l’ADI e il SFL non rispondono adeguatamente all’obiettivo di contrastare la povertà nel nostro Paese: “il sistema attuale di contrasto alla povertà appare debole”, scrivono le tre esperte. “Emerge la necessità di una misura di reddito minimo capace di andare oltre le logiche categoriali, adottando il principio dell’universalismo selettivo, e di abbandonare una concezione workfarista e colpevolizzante della povertà, che riduce i percorsi di inserimento lavorativo a un obbligo adempimentale o a un deterrente verso comportamenti opportunistici, invece che a un investimento nella costruzione di competenze del beneficiario e di percorsi effettivamente personalizzati di emancipazione dalla condizione di bisogno”, concludono.
Potenziare i servizi
Nel loro capitolo del rapporto dell’Alleanza contro la povertà, Maino, Agostini e Lodigiani avanzano anche alcune proposte per provare a migliorare la situazione, a cominciare da “un potenziamento strutturale e duraturo dei servizi sociali e per il lavoro”.
Lodigiani, per esempio, ci spiega che se il SFL vuole essere efficace come politica di attivazione “ha bisogno di tempi più lunghi e maggior personalizzazione dei percorsi, non schiacciandoli sulla sola formazione che non per tutti è la risposta migliore”. A suo parere, per una quota rilevante di beneficiari, i bisogni non sono riferibili solo alla dimensione occupazionale e richiedono una presa in carico integrata. “Operativamente, è necessario però investire sia nelle competenze degli operatori, sia nella piena interoperabilità̀ delle piattaforme informatiche. Serve un ‘ecosistema informativo integrato’ in grado di garantire la condivisione dei dati tra i servizi di diversa natura per una presa in carico effettivamente unitaria e continuativa del percorso del beneficiario”, spiega.
La povertà nei territori italiani: un focus su analisi, modelli e specificità locali
Le tre esperte chiedono anche una cabina di regia nazionale permanente per ADI e SFL (con Ministero del Lavoro, Inps, Regioni, Comuni e le parti sociali) e linee guida nazionali periodicamente aggiornate. Per Maino e Agostini, inoltre, andrebbero “valorizzate le reti locali, come tavoli di coordinamento, équipe interistituzionali, partenariati territoriali. I territori, a loro giudizio, hanno fatto grandi progressi da quando il tema della povertà ha assunto maggiore rilevanza e si è iniziato a immaginare il Reddito di Inclusione (la misura precedente al Reddito di Cittadinanza) circa una decina di anni fa. La situazione però rimane molto disuguale.
Rischi per il futuro
“La governance – si legge nel Rapporto – consegna un quadro in cui laddove esistono reti collaborative e di coordinamento istituzionale consolidate, l’attuazione delle misure funziona in modo più fluido e coerente; altrove, la gestione si riduce a un insieme di pratiche episodiche, dipendenti dalla buona volontà, dalle competenze dei singoli operatori e dalla loro disponibilità a collaborare”.
Questa frammentazione territoriale è un rischio preoccupante, se in futuro il quadro non dovesse cambiare. Le persone in povertà che vivono nei territori più fragili finirebbero, infatti, per soffrire di un’implementazione peggiore delle misure loro destinate e quindi sarebbero, di fatto, doppiamente svantaggiate.
Non è l’unico rischio dal quale l’Alleanza mette in guardia. Secondo Maino, un momento critico sarà quando nel 2027 i primi beneficiari dell’ADI arriveranno alla fine del periodo massimo di fruizione della misura, pensata per 18 mesi rinnovabili per altri 12. “Allora il problema potrebbe esplodere”, dice la professoressa.
Il portavoce dell’Alleanza Russo, invece, ragiona in maniera ancora più ampia. “Se non si cambia, il rischio è che le persone che sono in un limbo, cioè in condizioni di povertà relativa, scendano verso la povertà assoluta”, dichiara. “Per questo – conclude – chiediamo che vi sia una misura unica universalistica che possa riguardare tutti i soggetti che si trovano in una situazione di fragilità sociale ed economica e che stanno al di sotto di una certa soglia di povertà”.
Note
- Cui hanno contributo anche Cecilia Ficcadenti, Leonardo Piromalli, Remo Siza, Paola Villa e Gianfranco Zucca, oltre a Chiara Agostini, Rosangela Lodigiani e Franca Maino