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La diffusione del welfare aziendale nel settore pubblico in Italia sembra essere ancora in una fase embrionale, ben lontana da quella a oggi presente nel settore privato. Allo stesso tempo però la normativa che regolamenta i beni e i servizi destinati ai dipendenti delle imprese non pone nessun paletto circa la loro applicazione anche nel comparto pubblico.

Nel novembre 2016 Governo e sindacati siglarono un accordo per il rinnovo dei contratti pubblici nel quale si richiamava l’impegno “a sostenere la graduale introduzione anche nel settore pubblico di forme di welfare contrattuale, con misure che integrano e imple­mentano le prestazioni pubbliche, di fiscalità”, ma quell’intento è rimasto sostanzialmente sulla carta.

Le ragioni sono da ricercare anzitutto nelle difficoltà degli attori pubblici di stanziare risorse economiche per il welfare aziendale a causa delle misure di contenimento della spesa della PA: i margini di manovra in questo campo sono quindi molto stretti, soprattutto per gli enti locali. Inoltre occorre ricordare che la normativa fiscale che regolamenta il welfare aziendale è stata pensata su misura per il settore privato e, quindi, gli sgravi previsti sia per il Premio di Risultato sia per la conversione in welfare non si applicano al settore pubblico (per saperne di più).

Questa situazione potrebbe cambiare grazie a un comma della Legge di Bilancio 2021 e, soprattutto, a seguito del “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e della coesione sociale” siglato da Governo e sindacati il 10 marzo.

Nella Legge di Bilancio una nuova opportunità di finanziamento

Il comma 870 dell’articolo 1 della Legge di Bilancio riporta che “le risorse destinate […] a remunerare le prestazioni di lavoro straordinario […] non utilizzate nel corso del 2020, nonché i risparmi derivanti dai buoni pasto non erogati nel medesimo esercizio […], possono finanziare nell’anno successivo, nell’ambito della contrattazione integrativa […] i trattamenti economici accessori correlati alla performance e alle condizioni di lavoro, ovvero agli istituti del welfare integrativo”.

In questo modo molte Pubbliche Amministrazioni avrebbero quindi la possibilità di sperimentare e/o rafforzare forme di welfare aziendale utilizzando risorse legate al lavoro straordinario e ai buoni pasto non percepite a causa della pandemia.

Il Patto per l’innovazione: nuovi spazi per welfare aziendale e smart working

A fare davvero la differenza, tuttavia, potrebbe essere il "Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e della coesione sociale", sottoscritto dal Presidente del Consiglio, Mario Draghi, il Ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta e i Segretari generali Maurizio Landini (Cgil), Luigi Sbarra (Cisl) e Pierpaolo Bombardieri (Uil).

Il Patto – nel solco dell’azione di rilancio nel Paese che ruoterà intorno al PNRR e che sarà alimentata dalle risorse di Next Generation EU – intende potenziare la Pubblica Amministrazione attraverso la semplificazione dei processi e un massiccio investimento nel capitale umano. Azioni, si legge sul sito della Presidenza del Consiglio ritenute fondamentali per attenuare le storiche disparità del Paese, per ridurre il dualismo fra settore pubblico e privato, nonché per fornire risposte ai nuovi e mutati bisogni dei cittadini”.

A questo scopo, le parti concordano sulla necessità di implementare forme e azioni di welfare contrattuale, con particolare riferimento al sostegno alla genitorialità e all’estensione al pubblico impiego di agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato, relative alla previdenza complementare e ai sistemi di premialità. Inoltre, l’intento è di ridefinire nuove linee di intervento sullo smart working che possano andare oltre l’emergenza pandemica, adattando alle esigenze delle diverse funzioni forme di lavoro agile che, laddove ben organizzate, hanno consentito la continuita? di importanti servizi pubblici.

Perché il welfare aziendale è possibile (e auspicabile) anche nel settore pubblico

L’auspicio è, ovviamente, che queste nuove opportunità per il welfare aziendale nel comparto pubblico possano presto concretizzarsi. Prevedere forme di integrazione salariale che abbiano un concreto ritorno sul piano sociale potrebbe infatti rappresentare un punto di svolta per inquadrare seriamente il tema del benessere organizzativo anche nel pubblico impiego.

Introdurre strumenti di welfare aziendale nel comparto pubblico – un settore nevralgico per il nostro Paese non solo da un punto di vista funzionale ma anche occupazionale con oltre 3 milioni lavoratori – potrebbe essere cruciale per perpetuare un’innovazione concreta nell’organizzazione del lavoro del comparto con effetti positivi che sono già stati sperimentati nel campo privato.