4 ' di lettura
Stampa articolo

Il 15 dicembre 2020 si è svolto il webinar “Più bisogni, quali risorse?“, parte del nostro percorso di ricerca verso il Quinto Rapporto sul secondo welfare, che sarà presentato nell’autunno 2021. All’incontro, insieme a Francesco Profumo (Presidente di Acri) e Tiziano Treu (Presidente del Cnel) era stata invitata anche Livia Turco (Presidente della Fondazione Nilde Iotti) che purtoppo per problemi tecnici non ha potuto portare il proprio contributo su uno dei temi centrali del nostro confronto: il welfare di prossimità. Come promesso, abbiamo ricontattato la Presidente Turco – che ringraziamo per la disponibilità – chiedendole di rispondere alle domande che avremmo voluto farle nel corso dell’incontro. Ecco cosa ci ha risposto.


Nel 2000 la legge 328, di cui lei fu firmataria, disegnò un sistema dei servizi sociali molto articolato e fortemente radicato nei territori, grazie anche a un forte coinvolgimento del Terzo Settore. A 20 anni di distanza che bilancio possiamo fare di quel provvedimento?

In questi vent’anni si è sviluppato un welfare a due dimensioni: una locale e una nazionale. La 328 ha seminato molto nei territori perché ha aiutato a costruire un welfare locale; basti pensare che è stata recepita da tutte le Regioni (attraverso specifiche leggi regionali) e che i piani di zona sono un’esperienza che si è diffusa e consolidata nei territori. Purtroppo però la 328 non è stata applicata dal livello nazionale, in particolare rispetto alla definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) che sono un caposaldo di questo intervento normativo. Si tratta di una grave lacuna. I LEP sono fondamentali e questo lo ha dimostrato anche la pandemia che ha portato in primo piano il drammatico bisogno di una rete di servizi sociali.


Quali sono i fattori che, a suo avviso, hanno ostacolato la definizione dei LEP?

Contrariamente a quanto si pensa comunemente, la mancata definizione dei LEP non è imputabile alla riforma che Titolo V dato che questa prevede un sistema di governance basato sui LEP. Direi piuttosto che i LEP non sono stati applicati perché, negli anni successivi alla fine della XIII legislatura, è prevalsa l’idea di un welfare basato sul dono e sulla carità. Di conseguenza, gli interventi messi in campo si sono concretizzati in trasferimenti monetari e bonus piuttosto che in servizi sociali. Una visione, questa, che non ha nulla a che vedere con la cultura della 328, ma che poi non è stata contrastata neanche dai successivi Governi di centro-sinistra.


Cosa caratterizza questa “cultura della 328”?

In primo luogo, l’idea della 328 era quella di dar vita a un terzo pilastro del welfare. Accanto al pilastro sanitario e pensionistico si voleva dare corpo a un sistema integrato di servizi in grado di rispondere ai bisogni sociali tenendo conto di tutte le stagioni della vita; dall’infanzia fino all’età anziana. La costruzione di questo sistema era – ed è tuttora – compito del Pubblico, che potrebbe fare la sua parte fino in fondo mettendo in campo risorse e definendo i LEP. Su questo, come detto, è stato fatto troppo poco perché oggi abbiamo un sistema di servizi che è debole.

In secondo luogo, la 328 puntava anche sulla valorizzazione del Terzo Settore. Nel quadro di questo intervento normativo, infatti, il Terzo Settore è riconosciuto come soggetto attivo della progettazione sociale, coinvolgibile nella programmazione degli interventi e con un ruolo specifico all’interno dei piani di zona. Oggi siamo ben lontani da  questa idea. In molti contesti il Terzo Settore non è considerato come una realtà che può lavorare insieme al Pubblico, ma piuttosto come una componente che supplisce le carenze in una “logica a ribasso”, che mira solo al contenimento dei costi.

A vent’anni di distanza mi sembra che la “cultura della 328” si sia affermata nei territori e fra gli operatori, ma purtroppo non nella politica. Quello che vedo è uno scarto fra un mondo sociale che ha fatto propri i valori della 328 e un mondo politico che invece ancora fatica a riconoscere il ruolo e il valore dei servizi sociali.


Pensa che la pandemia possa incentivare lo sviluppo definitivo di un modello di welfare che rifletta la “cultura della 328”? 

Certamente me lo auguro e direi che la situazione attuale pone la necessità di andare in questa direzione. La pandemia ci chiede di realizzare un vero welfare di prossimità, un welfare che valorizzi le competenze degli attori e le reti che essi possono costituire. E ci chiede di realizzare nuovi percorsi di cittadinanza attiva e di rendere quindi i destinatari degli interventi protagonisti del loro benessere. In sostanza, credo che la pandemia abbia dimostrato che il welfare di prossimità deve essere il modello per il welfare del futuro.


Dove crede sia importante agire per realizzare concretamente un welfare di questo tipo?

In questa fase, sarebbe utile partire dal welfare locale che c’è; che ha resistito e che ha saputo rinnovarsi seppur nelle sue difformità. A livello territoriale, il Pubblico dovrebbe agire come “sollecitatore di responsabilità” verso tutti gli attori economico-sociali. E in questo senso credo che sia fondamentale l’integrazione e il raccordo fra i tre sistemi di welfare oggi presenti: pubblico, aziendale e filantropico.

Inoltre, a distanza di vent’anni, non mi limiterei più ai Piani di zona ma immaginerei la realizzazione di “Patti territoriali per il benessere sociale”, che mettano attorno a un tavolo non solo il sociale, il sanitario, il lavorativo – quindi tutti i pezzi del welfare pubblico – e permettano di costruire relazioni stabili con il welfare aziendale e con quello filantropico. Dal mio punto di vista, ovviamente, queste altre forme di welfare non possano e non debbono sostituirsi al welfare pubblico, ma perché questo rischio sia evitato occorre coordinamento.

In altre parole, oggi abbiamo un welfare pubblico dei servizi sociali che è misero e che va assolutamente potenziato. Perché questo accada, a mio avviso, la politica deve cogliere l’occasione per investire ingenti risorse nelle politiche sociali e definire, finalmente i LEP. Ma questo non basta. È necessario infatti che il Pubblico instauri un dialogo con le altre forme di welfare che ci sono sui territori, sviluppando una condivisione sinergica degli obiettivi e definendo accordi con il welfare aziendale e filantropico. Se non fa questo il welfare pubblico rimane miope.