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Secondo Welfare cura inchieste per Buone Notizie del Corriere della Sera in cui approfondisce i cambiamenti sociali in atto in Italia e le loro conseguenze sul sistema di welfare. Nel numero del 27 settembre 2022 abbiamo parlato di Workers Buyout (Wbo) e sulla loro diffusione nel nostro Paese. Nell’articolo che segue, Paolo Riva descrive la situazioni dei Wbo in Italia attraverso il contributo di diversi esperti, sottolineando i benefici ma anche le difficoltà. Nel suo commento, invece, Francesco Gaeta indiviuda  i punti chiave su cui intervenire per creare condizioni che agevolino lo sviluppo dei Wbo.

Quando c’è crisi, ci sono i Workers Buyout (Wbo). È successo con la grande recessione. E anche con la pandemia. Un’azienda di servizi per l’agricoltura in provincia di Mantova nel 2020, una fonderia sull’Appennino emiliano nel 2021 e un’impresa elettronica in Calabria lo scorso maggio. Tutte stavano chiudendo. Tutte sono state salvate dai lavoratori, grazie a un Wbo.

Cosa sono i Workers Buyout

«Un Wbo – spiega Euricse in una ricerca – è un’acquisizione o un salvataggio di un’impresa convenzionale da parte dei dipendenti», che spesso si costituiscono in una cooperativa e investono risorse proprie (generalmente indennità di disoccupazione e Tfr).  I Wbo, prosegue la ricerca, «sorgono soprattutto nei periodi di crisi economica, svolgendo una funzione anticiclica». Mauro Frangi, presidente di CFI, la partecipata dal Ministero dello sviluppo economico che sostieni i Wbo, conferma: «pur rimanendo ancora un fenomeno di nicchia e sottoutilizzato rispetto alle sue potenzialità, la pandemia ha visto un incremento dei Wbo».

I Workers Buyout, che nel 2019 erano stati 6 per 62 addetti totali, nel 2021 hanno riguardato 11 aziende, per un totale di 272 lavoratori. Numeri in salita, ma comunque limitati. La sfida quindi è crescere. Anche perché queste imprese recuperate, ha scritto Aldo Viapiana su lavoce.info, garantiscono «coesione sociale, reddito, occupazione, recupero e integrazione delle catene di fornitura».

Per farli crescere, Cfi cerca di far conoscere il più possibile i Wbo. Nel mondo della cooperazione non ce n’è praticamente bisogno, dal momento che le tre principali centrali cooperative sono state tra i fondatori di Cfi e sostengono con forza questa pratica da sempre. «Stiamo lavorando con le associazioni dei professionisti delle crisi di impresa: manager, consulenti del lavoro, commercialisti…», riprende Frangi. E poi ci sono i sindacati, che per il presidente di Cfi sono «fondamentali».

 

Il ruolo dei sindacati

«I Wbo sono uno strumento positivo, ma non tutti i lavoratori li conoscono, compresa una parte dei delegati sindacali che operano in prima linea», dice Maurizio Lunghi, segretario generale della Camera del lavoro di Bologna.

Nel capoluogo emiliano, a marzo, è nato un Osservatorio congiunto tra cooperative e sindacati sui Workers Buyout, per individuare il prima possibile le aziende in crisi che potrebbero beneficiarne. Non è l’unico segnale incoraggiante che viene dai territori, dopo che nel gennaio 2021 Agci, Confcooperative, Legacoop e Cgil, Cisl, Uil hanno siglato un accordo nazionale per promuovere i Wbo.

«Le aziende recuperate necessitano di stare sul mercato come tutte le imprese, ma hanno un valore sociale che va riconosciuto: per questo l’alleanza tra cooperative e sindacati è importante», commenta Francesco Lauria, ricercatore del centro studi Cisl che ha seguito alcuni progetti internazionali sui Wbo. «Il sindacato – prosegue – può avere due ruoli diversi e complementari: uno interno di supporto ai lavoratori della cooperativa e uno esterno di cerniera col territorio».

Il futuro dei Wbo e l’incognita della crisi energetica

Il rapporto con le comunità è un punto importante dei Workers Buyout, tanto è vero che in alcuni casi si è arrivati a dei veri e propri community buyout, grazie al sostegno dato alle imprese recuperate da istituzioni, organizzazioni filantropiche e cittadini. «Gli esempi positivi di coinvolgimento delle comunità esistono, penso alla cartiera Pirinoli in provincia di Cuneo o al centro commerciale Olimpo a Palermo», elenca Frangi.

«I Wbo – aggiunge Lauria – sono uno strumento di politica attiva ed economica che va nell’interesse dei lavoratori, ma anche delle istituzioni e delle comunità. Coinvolgere queste ultime è un tassello importante per dei Wbo di successo». Non è l’unico. Per far sì che un’azienda rinasca da una crisi e resista nel tempo i fattori da tenere in considerazione sono molti. Le competenze dei lavoratori e la loro motivazione, lo stato di salute dell’impresa, i suoi prodotti, il mercato in cui opera, solo per citarne alcuni. E poi ci sono i costi, che oggi non si possono non considerare, soprattutto quelli energetici.

Ad inizio settembre, la cartiera Pirinoli ha fermato la produzione a causa del costo del gas e ha avviato la cassa integrazione, per la prima volta da quando è rinata. Non è un caso isolato. La maggior parte dei Wbo è nel settore industriale, spesso in ambiti energivori. La situazione attuale potrebbe, da un lato, mettere in difficoltà quelle imprese che un Wbo l’hanno già effettuato e, dall’altro, far crescere il numero di aziende in crisi, interessate a farlo. «Aumenteranno le possibilità di provarci, ma i Wbo diventeranno maledettamente più difficili da far funzionare», prevede Frangi di Cfi.

«Questa crisi è diversa dalle precedenti», ragiona Lunghi della Cgil. Un conto è fare un Wbo quando un’azienda rischia la chiusura per una delocalizzazione o per una cattiva gestione, un altro conto è tentarlo quando i costi di produzione sono insostenibili. «Oggi – riprende Lunghi – mancano le normali basi di partenza. I lavoratori investono la loro disoccupazione e il loro Tfr nei Wbo, ma chi garantisce loro che i prezzi dell’energia si abbasseranno?».

 

 

Questo articolo è stato pubblicato su Buone Notizie del 27 settembre 2022 ed è qui riprodotto previo consenso dell’autore.