Quando si parla di bambini, adolescenti e digitale, la domanda più frequente è quasi sempre la stessa: quanto tempo passano davanti agli schermi? È una domanda comprensibile, ma insufficiente. Il tempo d’uso è solo la parte più visibile di una realtà molto più ampia.

Un bambino o un’adolescente non incontra il digitale nel vuoto. Lo incontra dentro una casa, una classe, una squadra sportiva, una chat dei genitori, un gruppo di pari, un quartiere. Lo incontra, soprattutto, dentro una comunità adulta più o meno capace di offrire regole, esempi, alternative e significati.

Per descrivere questa dimensione proponiamo il concetto di “adultosfera digitale”: l’insieme dei modelli comportamentali, le abitudini, le conoscenze e le pratiche digitali adottate da genitori, educatori e comunità adulte che influenzano, in modo diretto e indiretto, la crescita e lo sviluppo dei bambini e dei ragazzi (0–18 anni) e la loro relazione con l’ambiente digitale. Non riguarda soltanto madri e padri, ma anche insegnanti, educatrici ed educatori, allenatrici e allenatori, pediatre e pediatri, biblioteche, associazioni, servizi e amministrazioni locali.

La domanda, quindi, cambia. Non è più soltanto “quanto usa lo smartphone mio figlio?”, ma “in quale ambiente adulto mio figlio impara a vivere il digitale?”.

Il digitale come questione di welfare

Da tempo sappiamo che salute e benessere non dipendono solo dalle scelte individuali. Contano il reddito, l’istruzione, la casa, il quartiere, l’accesso ai servizi e la qualità delle relazioni. Sono i cosiddetti determinanti sociali della salute (World Health Organization 2008; Braveman et al. 2011).

Nella società digitale dobbiamo chiederci se anche l’ambiente digitale mediato dagli adulti non sia diventato un determinante sociale emergente per la crescita. È un’ipotesi da esplorare con prudenza, senza trasformarla in una nuova etichetta. Tuttavia, è difficile ignorare che il modo in cui gli adulti usano, regolano, subiscono o trasformano il digitale contribuisca a definire il contesto in cui crescono bambini e adolescenti.

Figura 1. Il benessere digitale dei minori come esito di interventi su adulti, minori e contesti. Fonte: elaborazione degli autori.

Questa influenza passa dall’esempio quotidiano degli adulti sempre connessi, dalla presenza o dall’assenza di regole familiari, dalle chat scolastiche, dalle scelte delle società sportive, dalle pratiche delle scuole e dalla capacità dei territori di offrire esperienze significative fuori dallo schermo. La prospettiva ecologica dello sviluppo ricorda, infatti, che la crescita dipende dall’interazione tra persona e ambienti di vita: famiglia, scuola, comunità, istituzioni e cultura (Bronfenbrenner 1979). Oggi il digitale attraversa tutti questi livelli.

Per questo il benessere digitale non può essere trattato soltanto come una questione privata, affidata alle singole famiglie. È anche una questione educativa, sociale e culturale. In altre parole, è una questione di welfare: riguarda la capacità di costruire contesti che sostengano scelte favorevoli al benessere e rendano meno solitaria la responsabilità educativa.

Dalle informazioni alle reti sociali

Molti interventi sul digitale raggiungono soprattutto chi è già sensibile: i genitori più attenti, le scuole più organizzate, gli insegnanti più disponibili. Conferenze, webinar e incontri serali possono essere utili, ma spesso intercettano solo una parte della comunità. Se il tema è quello della prevenzione universale, occorre raggiungere anche gli adulti che si sentono in difficoltà, che faticano a tradurre le proprie intenzioni in regole coerenti, che affrontano questi problemi senza un adeguato sostegno o che non ne riconoscono ancora pienamente la rilevanza.

Per farlo non basta offrire informazioni. Bisogna entrare nei luoghi in cui le persone già vivono e si incontrano: classi, nidi, scuole, squadre, biblioteche, oratori, centri estivi, associazioni e servizi territoriali. Soprattutto, bisogna lavorare sulle reti sociali attivando quelle alleanze territoriali di prossimità (Terzo Settore, associazionismo, privato sociale) che sono il cuore del secondo welfare.

Le scelte educative legate al digitale sono raramente individuali. Una famiglia può voler ritardare l’accesso allo smartphone o proteggere alcuni momenti della giornata, ma se tutte le famiglie vicine fanno diversamente quella scelta diventa più fragile. Ciò che viene percepito come normale prende forma nei gruppi di genitori, nelle chat di classe, nelle società sportive e nei luoghi informali in cui gli adulti si osservano e si influenzano reciprocamente. Nel panorama italiano, i primi importanti tentativi di coordinamento tra famiglie hanno evidenziato la necessità di accordi condivisi per limitare l’isolamento educativo (Gui 2019). Tuttavia, per trasformare queste intuizioni in un reale determinante di salute pubblica, è necessario un cambio di paradigma: non è sufficiente stringere un patti di buona volontà individuali, occorre agire sui cluster di ridondanza sociale.

Figura 2. Tabella di confronto tra approccio basato sul minore e approccio basato sull’adultosfera digitale. Fonte: elaborazione degli autori.

Gli studi sulla diffusione dei comportamenti mostrano che le pratiche complesse, quelle che richiedono fiducia, coordinamento e cambiamento delle abitudini, hanno bisogno di conferme ripetute da parte di più persone vicine (Centola e Macy 2007; Centola 2010). Le scelte educative sul digitale appartengono spesso a questa categoria. Una regola condivisa diventa più sostenibile quando non è l’eccezione di una singola famiglia, ma una norma riconosciuta da una classe, una squadra o una comunità.

L’adultosfera digitale è quindi anche un criterio operativo. Indica dove intervenire: non soltanto sui singoli, ma nei gruppi e nei contesti in cui si costruiscono aspettative, abitudini e possibilità di azione.

Per rendere questi interventi sempre più fondati sulle evidenze, sarà necessario sviluppare strumenti capaci di osservare e misurare le caratteristiche dell’adultosfera digitale. Un indice potrebbe aiutare a leggere pratiche adulte, competenze, norme sociali e differenze tra contesti, mettendole in relazione con il benessere dei minori e con gli effetti degli interventi. Non come un numero che esaurisce la complessità, ma come parte di un sistema continuo di osservazione, valutazione e apprendimento.

Costruire comunità più favorevoli

Promuovere il benessere digitale non significa semplicemente fare più formazione, significa attivare comunità adulte capaci di creare condizioni migliori per bambini e adolescenti.

Un patto di classe per crescere nel digitale non è solo un documento: è un processo attraverso cui famiglie, studenti e scuola costruiscono una cornice condivisa. Un’attività offline non è soltanto un pomeriggio senza telefono: è un segnale che il territorio offre esperienze desiderabili fuori dallo schermo. Un questionario non è solo una raccolta di dati: può diventare uno specchio che aiuta una comunità adulta a interrogarsi sulle proprie abitudini.

Parlare di responsabilità adulta non significa colpevolizzare gli adulti. Molti genitori, insegnanti ed educatori sono stati lasciati soli dentro una trasformazione rapidissima. Hanno dovuto gestire dispositivi, piattaforme, chat, videogiochi, social network e intelligenza artificiale senza disporre sempre di strumenti e alleanze adeguati.

La risposta, quindi, non può essere moralistica. Deve costruire corresponsabilità. Non partire dalla paura, ma dalla capacità collettiva di generare regole, alternative e relazioni. Non contrapporre rigidamente online e offline, ma impedire che il digitale diventi l’ambiente dominante solo perché gli altri ambienti si sono indeboliti.

Definire l’adultosfera digitale e darle un nome serve, in definitiva, ad aprire uno spazio di azione pubblica. Il rapporto tra minori e digitale non può essere lasciato alle sole famiglie, delegato alle piattaforme o affrontato soltanto quando emerge un danno. Serve una politica ordinaria del benessere digitale, capace di coinvolgere scuole, Comuni, servizi, Terzo Settore, sport, cultura e reti informali.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto come stanno i ragazzi nel digitale. È come stanno gli adulti nel digitale mentre loro crescono.

Per approfondire

  • Braveman P., Egerter S. e Williams D.R. (2011), The social determinants of health: Coming of age, in “Annual Review of Public Health”, vol. 32, pp. 381-398.
  • Bronfenbrenner U. (1979), The Ecology of Human Development, Cambridge, Harvard University Press.
  • Centola D. (2010), The spread of behavior in an online social network experiment, in “Science”, vol. 329, n. 5996, pp. 1194-1197.
  • Centola D. e Macy M. (2007), Complex contagions and the weakness of long ties, in “American Journal of Sociology”, vol. 113, n. 3, pp. 702-734.
  • Gui, M. (2019). Il benessere digitale. Come trovare l’equilibrio nell’ecosistema sempre connesso. Bologna: Il Mulino.
  • World Health Organization (2008), Closing the Gap in a Generation: Health Equity through Action on the Social Determinants of Health, Geneva, World Health Organization.
Foto di copertina: Vitaly Gariev, Unsplash.com