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C’è una parola che torna più volte nel dibattito sul futuro dei giovani: fragilità. Ma al Salone del Libro di Torino, durante la presentazione del volume Investire nel futuro: asset building e disuguaglianze educative curato da Franca Maino, Valentina Battiloro, William Revello e Davide Azzolini, il punto di partenza è stato un altro: responsabilità.  Responsabilità delle politiche pubbliche, delle istituzioni e dei territori nel creare le condizioni perché tutte e tutti possano costruire il proprio percorso di vita. L’incontro ha messo a confronto voci diverse — fondazioni, ricerca, analisi delle politiche — intorno a una domanda comune: come affrontare le disuguaglianze educative senza limitarci a intervenire quando è ormai troppo tardi?

Tra contesto e opportunità

A introdurre il quadro è stato Marco Gilli, Presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo, che ha richiamato l’attenzione sulle condizioni strutturali del contesto italiano — tra calo demografico, persistenza della dispersione scolastica (anche in forme implicite) e basso livello di istruzione terziaria — sottolineando come la questione educativa incida non solo sull’equità, ma anche sulla competitività dei territori.

In questo scenario, Gilli ha evidenziato anche alcuni limiti degli strumenti oggi disponibili, spesso polarizzati tra gratuità dell’accesso universitario e prestiti d’onore, aprendo alla possibilità di sviluppare approcci più equilibrati e innovativi.

È proprio questo qualcosa di diverso che cerca di mettere a fuoco il volume Investire nel futuro, primo titolo della collana “Studi e ricerche su inclusione, innovazione sociale e diritti” promossa dalla Fondazione Ufficio Pio e pubblicata da Egea.

L’asset building, raccontato dal suo “inventore”

 

“Questo libro nasce da un percorso lungo, che abbiamo voluto sviluppare in occasione dei 430 anni della Fondazione. Non si tratta solo di guardare al passato, ma di provare a capire quali strumenti possano essere efficaci oggi per affrontare le disuguaglianze, soprattutto quelle che riguardano i giovani”, ha spiegato Franca Maino, direttrice scientifica di Percorsi di Secondo Welfare, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano e già Presidente della Fondazione Ufficio Pio.

La cifra distintiva del lavoro, sottolinea Maino, è l’integrazione tra ricerca e pratica: “Alla base ci sono dieci anni di valutazione. Questo ci ha permesso di andare oltre le intuizioni e costruire una base di evidenza solida”.

Il punto di svolta, continua la professoressa, è però concettuale: “Le politiche tradizionali — trasferimenti monetari, borse di studio — sono fondamentali, ma non sufficienti. Intervengono spesso tardi, e difficilmente riescono a produrre un cambiamento duraturo. Per questo è necessario affiancare un approccio che lavori in una logica di attivazione, che rafforzi le capacità delle persone”. E qui emerge una parola chiave, che supera il lessico tecnico delle politiche: fiducia.

“Occorre credere nelle capacità delle persone e creare le condizioni perché possano costruire un percorso di vita coerente con le proprie aspettative. È un passaggio cruciale, che ci porta a ripensare il ruolo stesso delle politiche”, prosegue Maino.

L’intuizione dell’asset building: il futuro si costruisce nel tempo

L’asset building si inserisce esattamente in questo cambio di paradigma, secondo la direttrice scientifica di Percorsi di Secondo Welfare.

“L’idea, che deriva dal lavoro di Michael Sherraden, è molto semplice ma al tempo stesso radicale: il reddito aggiuntivo non basta. Per cambiare davvero le traiettorie di vita, occorre costruire risorse nel tempo — risorse che non sono solo economiche, ma anche immateriali”.

Questo significa spostare lo sguardo: “Non si tratta solo di aiutare a coprire un costo, ma di accompagnare un percorso. Nel caso dell’istruzione, questo si traduce in interventi che includono educazione finanziaria, competenze, orientamento”. Il risultato atteso è più profondo: “Costruire qualcosa che rimanga, che continui a produrre effetti anche nel lungo periodo”, conclude Maino.

Se l’approccio è chiaro sul piano teorico, il contributo del volume è anche quello di mostrarne le applicazioni. “L’asset building funziona perché combina più dimensioni. C’è il risparmio incentivato, ma c’è anche la formazione, e soprattutto c’è un lavoro sulle aspettative”, sostiene William Revello, Direttore della Fondazione Ufficio Pio e tra gli autori/autrici e curatori/curatrici del volume.

È qui che entrano in gioco i cosiddetti “asset effect”: “Non si tratta solo di accumulare risorse, ma di cambiare il modo in cui le persone vedono il proprio futuro. Avere uno strumento dedicato, come un conto per l’istruzione, ha anche un valore simbolico: contribuisce a costruire identità e aspettative”.

Allo stesso tempo, Revello richiama l’importanza di non contrapporre gli strumenti: “L’asset building non sostituisce le politiche di sostegno al reddito. Le integra, rendendole più efficaci”. E apre a una prospettiva più ampia: “L’obiettivo è trasformare queste esperienze da progetti a programmi strutturali, e — nel tempo — a vere e proprie politiche pubbliche”.

I risultati ottenuti e il limite delle politiche “a valle”

Una dimensione estremamente rilevante è quella delle evidenze empiriche. “La valutazione è centrale, perché consente di capire se un intervento funziona davvero. Nel caso dei programmi della Fondazione Ufficio Pio Will e Percorsi, i risultati mostrano cambiamenti significativi”, spiega Valentina Battiloro, Direttrice dell’Associazione per lo Sviluppo della Valutazione e l’Analisi delle Politiche Pubbliche (ASVAPP) e fra le curatrici e i curatori del volume.

“La scelta di adottare metodologie sperimentali – in particolare studi randomizzati controllati (RCT), basati sulla selezione casuale di gruppi di trattamento e di controllo – insieme a un orizzonte temporale esteso, che segue le traiettorie educative delle e dei partecipanti per circa dieci anni, consente di misurare in modo robusto l’effettiva portata degli interventi”.

Quando risparmio e asset building si incontrano per contrastare le disuguaglianze e favorire la crescita

I risultati evidenziano ad esempio cambiamenti sul piano dei comportamenti economici: “Il 94% delle famiglie coinvolte ha iniziato a risparmiare per l’istruzione dei figli e delle figlie, sviluppando al contempo maggiore familiarità con strumenti finanziari dedicati”.

Non solo: “Le famiglie iniziano a risparmiare, ma soprattutto cambiano le loro aspettative, in particolare tra i nuclei con redditi più bassi”, mostrando una maggiore propensione verso percorsi educativi più sfidanti.

Gli effetti emergono anche nei percorsi scolastici: “Migliorano le performance, ad esempio nei voti all’esame di terza media, e cresce la probabilità di proseguire gli studi”. In termini quantitativi, si registra un aumento delle iscrizioni all’università di circa 10 punti percentuali (fino a 28 punti tra studenti e studentesse degli istituti professionali) e, seppur più contenuto, un incremento di circa 4 punti percentuali nel conseguimento di un titolo terziario.

Si tratta, quindi, di un cambiamento che attraversa più dimensioni: “comportamenti economici, aspettative familiari, scelte formative e traiettorie di lungo periodo”.

Il confronto con le borse di studio

Il confronto con le misure tradizionali resta inevitabile, secondo Federica Laudisa, ricercatrice presso l’Osservatorio regionale per l’Università e per il Diritto allo Studio Universitario di IRES Piemonte. “Le borse di studio hanno un ruolo importante, ma arrivano quando molte scelte sono già state fatte. In questo senso, agiscono più a valle che a monte. Mentre le borse di studio intervengono spesso a percorso universitario già avviato, gli strumenti di accumulo permettono di costruire gradualmente un capitale accessibile nei momenti di scelta, riducendo l’incertezza e facilitando decisioni di lungo periodo”.

Ciò non implica tuttavia una contrapposizione tra gli strumenti. “Le evidenze disponibili mostrano che le borse di studio hanno un impatto positivo e significativo sia sulla riduzione dell’abbandono sia sul conseguimento del titolo nei tempi previsti”, continua Laudisa. Piuttosto, emerge la necessità di affiancare a queste misure interventi complementari, capaci di agire su una pluralità di barriere e lungo fasi diverse del percorso formativo.

“Le disuguaglianze educative hanno radici non soltanto economiche. Riguardano anche la fiducia, le aspettative, la capacità di immaginarsi in un percorso di studio”, aggiunge. È su questi aspetti che interventi più precoci e integrati possono produrre effetti più profondi e duraturi. Da questo punto di vista, emerge anche una dimensione meno visibile ma cruciale: “Molti studenti e studentesse indicano di rinunciare alla prosecuzione degli studi per motivazioni legate all’ansia, al timore di non farcela. Sono aspetti che spesso le politiche non intercettano, ma che incidono in modo rilevante”.

Valutare per migliorare (non per giudicare)

Un ruolo trasversale a tutte le riflessioni è quello della valutazione, come indicato da Dalit Contini, Professoressa Ordinaria di Statistica Sociale presso il Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis” dell’Università di Torino. “Una valutazione rigorosa serve innanzitutto a capire cosa sarebbe successo in assenza dell’intervento. Gli strumenti sperimentali, come gli RCT, sono molto robusti da questo punto di vista”.

L’asset building contro la disuguaglianza educativa

Ma la loro funzione non è sanzionatoria: “La valutazione non è una pagella. È uno strumento che consente di apprendere e di migliorare le politiche”. È anche una guida per le scelte future: “in un contesto di risorse limitate, diventa fondamentale capire dove intervenire e come allocare in modo più efficace gli strumenti disponibili”.

Il punto, allora, è come scalare queste esperienze.

“La domanda è se e come tradurre questi approcci in politiche più ampie. Si possono immaginare strumenti che accompagnino i percorsi fin dall’inizio, o interventi più mirati nei contesti di maggiore svantaggio”, aggiunge Contini.

A suo giudizio, è una domanda ancora aperta, ma sempre più urgente: “Se vogliamo ridurre davvero le disuguaglianze educative, dobbiamo intervenire prima e in modo più strutturale. In questo scenario, la valutazione è uno strumento indispensabile per orientare le scelte, che deve essere affiancata da una riflessione più ampia sulle condizioni di equità, sostenibilità e applicabilità degli interventi”.

Un cambio di sguardo necessario

L’impressione che emerge dal confronto è che il vero nodo non sia solo tecnico, ma culturale.

Ripensare le politiche educative significa passare da una logica che ripara gli svantaggi a una che costruisce opportunità. Significa intervenire non solo sui costi, ma sui percorsi, sulle aspettative, sulle capacità.

In questo senso, l’asset building non è semplicemente uno strumento in più, ma un cambio di sguardo: un modo diverso di pensare il rapporto tra welfare, istruzione e futuro delle nuove generazioni.

Foto di copertina: Szabolcs Antal, Unsplash