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A Bruxelles le trattative sul prossimo bilancio europeo proseguono serrate.

Lo scorso luglio la Commissione europea ha presentato la sua proposta per il Quadro finanziario pluriennale – QFP nell’acronimo italiano, o MFF in quello inglese, più semplicemente il Bilancio dell’Unione Europea. Da quel momento, hanno iniziato a muoversi tutti gli attori coinvolti nei negoziati per l’approvazione di questo importante e composito provvedimento che definisce il bilancio settennale dell’Unione

Il nuovo ciclo di bilancio inizierà nel 2028 e quindi il momento delle decisioni finali è ancora lontano. Le prese di posizioni di questi mesi, però, contribuiranno a definire l’esito finale. E quindi anche l’impatto dei fondi europei sulle politiche sociali dei Paesi membri negli anni a venire. In tal senso, come abbiamo visto, particolare attenzione va riservata alla Politica di coesione.

Da luglio ad oggi, in tutta Europa, molte Regioni si sono pronunciate contro i cambiamenti proposti dalla Commissione per questa voce del Bilancio europeo che le tocca da vicino. Tra loro anche quelle italiane.

“La Conferenza delle Regioni, riunita oggi, torna a esprimere in modo netto e unitario la contrarietà delle Regioni italiane a ogni ipotesi di centralizzazione dei fondi di coesione, così come proposta dal nuovo Bilancio pluriennale europeo 2028-2034”, si legge in un comunicato stampa del 23 ottobre scorso.

Il timore è che i fondi destinati agli enti regionali, che sono sempre stati i principali destinatari dei fondi di coesione UE, vengano gestiti in maniera più centralizzata rispetto a quanto avviene oggi.
Ma quanto sono importanti queste risorse per il sistema di welfare italiano? Come sono state spese finora? E quanto i cambiamenti proposti potrebbero migliorare o peggiorare la situazione? Proviamo a rispondere.

Risorse indispensabili

“Dal punto di vista quantitativo, le risorse europee sono insostituibili e indispensabili per tantissime Regioni, in modo particolare per quelle del Sud”, sostiene Carlo Miccadei dell’istituto di ricerca e consulenza Ismeri Europa.

In teoria, i fondi europei dovrebbero essere addizionali rispetto a quelli stanziati dagli Stati per le politiche nazionali. In realtà, riprende l’esperto, “questo non avviene sempre e in particolare non avviene nelle Regioni del Sud”. Secondo Miccadei, in passato c’è stata maggiore attenzione al tema dell’addizionalità, ma, “oggi, ormai, i fondi della Politica di coesione sono diventati uno strumento continuativo, fondamentale e centrale per le policy delle regioni”.

 

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea - Foto: Unione Europea, 2025
Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea – Foto: Unione Europea, 2025

Non è solo una questione di quantità, però. “Grazie ai fondi europei alcuni innovativi e importanti concetti di ammodernamento delle policy di welfare sono stati veicolati e si sono radicati finalmente anche nella mentalità dei decisori italiani”, sostiene Miccadei, riferendosi all’inclusione attiva, alla presa in carico delle situazioni più complesse, all’idea di agire in forma più personalizzata possibile tenendo conto della situazione soggettiva di ogni persona e quindi cercare di adattare i servizi e le prestazioni offerte. In questo senso, conclude, “ormai da tre o quattro cicli di programmazione, la politica di coesione e il fondo sociale europeo sono stati un grande veicolo di innovazione e di crescita per la pubblica amministrazione italiana”. 

Su quest’ultimo punto concorda anche Maurizio Ferrera, professore di Scienza Politica all’Università degli Studi di Milano e Scientific Supervisor di Percorsi di Secondo Welfare. A suo parere, i fondi UE della politica di coesione hanno consentito “una svolta, un’innovazione sul piano cognitivo, nella capacità di diagnosi e di fissare gli obiettivi da parte degli enti attuatori”, che in molti casi sono le Regioni. “Tutto questo però – prosegue Ferrera – non si riflette sugli esiti. Questo passaggio è quello che conta di più, perché per le persone conta la possibilità di fruire delle prestazioni e di trovare una risposta concreta ai loro bisogni” e non chi o cosa abbia permesso di raggiungere quel risultato. Perché questo passaggio non sia ancora avvenuto, per il professore, “non siamo ancora capaci di spiegarlo ed è una cosa veramente vergognosa e molto deplorevole”. 

Il suo parere critico apre l’annosa questione dell’uso che l’Italia, uno dei principali beneficiari della politica di coesione, ha fatto di questi fondi europei nel corso degli anni.

Un problema di efficienza e valutazione

Anche Miccadei riconosce che la questione è spinosa. “L’Italia ha sicuramente un problema di efficienza nell’utilizzo di queste risorse”, dice. In pratica, il nostro Paese fa storicamente fatica a spendere i fondi che l’UE gli destina e, nel ciclo di bilancio attuale iniziato nel 2021, complice l’ingombrante concomitanza del PNRR, la situazione è ancora più grave.

Lo spiega il Sole 24 Orescrivendo che “al 31 agosto del 2025, quindi dopo quattro anni e mezzo e quando ne mancano quasi altrettanti alla scadenza per la rendicontazione dei pagamenti (fissata al 2029) – la spesa è ferma a poco meno di di 6 miliardi cioè l’8 per cento dei 74,8 miliardi (42,7 di risorse europee e 32,1 di cofinanziamento nazionali) disponibili in totale tra fondi FESR, FSE+, JTF e FEAMPA1. La quota di risorse impegnate è invece pari al 27,1 per cento”.

Il nuovo bilancio dell’Unione Europea potrebbe cambiare molte cose per le politiche sociali

L’Italia, quindi, si ritrova spesso a spendere i fondi all’ultimo momento, e queste fatiche della pubblica amministrazione hanno delle conseguenze negative.

“L’efficienza della spesa è una condizione necessaria ma non sufficiente per il buon utilizzo dei fondi UE: bisogna anche essere attenti alla qualità della spesa”, sintetizza Miccadei di Ismeri Europea.

Sicuramente i fondi di coesione hanno svolto una funzione di stimolo, ma manca un’accurata valutazione di quelli che in gergo tecnico vengono chiamati outcomes”, aggiunge Ferrera, riferendosi ai reali cambiamenti generati dalle risorse UE.  Per il professore, esperto di politiche europee, un esempio positivo in questo ambito è quello della Spagna. “Ha fatto meglio di noi”, dice. L’esperienza iberica, a suo parere, “insegna che serve un quadro diagnostico e strategico formulato dal Governo nazionale e declinato in maniera puntuale e precisa a livello regionale. E poi sistemi di monitoraggio e soprattutto di valutazione, che in Italia mancano assolutamente”.

Pro e contro di una governance centralizzata

È in questo contesto che si inserisce la proposta della Commissione per il nuovo QFP che, come abbiamo visto, prevede una governance più centralizzata di molti fondi europei (compresi quelli della politica di coesione) e prende come nuovo modello di riferimento i PNRR, i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza finanziati dall’UE in ogni Stato membro per uscire dalla crisi causata dalla pandemia.

I PNRR sono strumenti gestiti centralmente a livello di governi nazionali, con un coinvolgimento nella fase programmatica molto debole delle Regioni”, spiega l’esperto di fondi UE Antonio Bonetti. Se la proposta della Commissione, che Bonetti definisce “abbastanza dirompente”, verrà approvata, “lo strumento straordinario del PNRR  terminerà nel 2026, ma la sua logica e la sua struttura continueranno a vivere”.

C’è ancora spazio per un’Europa sociale?

Questa scelta comporterebbe un cambio di prospettiva per la politica di coesione che, fino a questo momento, aveva sempre cercato di partire “dal basso” per elaborare i suoi programmi. La nuova governance, invece, partirebbe dall’alto e, secondo Bonetti, farebbe perdere alle Regioni italiane “il ruolo di co-protagoniste – insieme a Commissione e Governo centrale – sia della fase di programmazione, che di quella attuativa”.

Da tecnico – conclude l’esperto – lo considero un approccio molto discutibile, che certamente potrà rafforzare la coerenza dei futuri interventi della politica di coesione con il quadro generale delle politiche pubbliche dell’UE, ma, d’altro canto, indebolirà quella con le strutture produttive e sociali specifiche dei vari territori e con le domande di sostegno delle comunità locali”. Come mostrato nel nostro precedente articolo sul futuro Bilancio UE, le critiche espresse da Bonetti sono condivise da molti attori.

C’è però anche chi mette in luce le opportunità che un nuovo paradigma potrebbe portare con sé. Per Ferrera, per esempio, “a livello nazionale, le infrastrutture di gestione del PNRR hanno segnato una svolta in termini di capacità istituzionali accertabili: c’è stata una vera e propria riforma del modo in cui funziona la pubblica amministrazione in questo specifico compito”.

Per questo, suggerisce il professore, “potrebbe essere utile mantenere queste infrastrutture per la politica di coesione e svilupparle di concerto con la conferenza Stato-Regioni in modo da coinvolgere maggiormente le amministrazioni regionali”.  

L’opposizione del Parlamento Europeo

Per capire se i timori di Bonetti saranno fondati o la proposta di Ferrera potrà concretizzarsi, però, serve pazienza. Come detto, la proposta della Commissione ha sollevato molte critiche e, al termine delle trattative, il nuovo QFP dovrà essere approvato anche dal Parlamento Europeo. Dove, al momento, sembrano concentrarsi le maggiori resistenze al possibile nuovo bilancio UE.

La presentazione della proposta per il nuovo QFP da parte della Commissione, lo scorso luglio - Unione Europea, 2025
La presentazione della proposta per il nuovo QFP da parte della Commissione, lo scorso luglio – Unione Europea, 2025

A fine ottobre, i gruppi parlamentari del Partito Popolare Europeo (PPE), dei Socialisti e Democratici (S&D), di Renew Europe (liberali) e dei Verdi hanno inviato una lettera congiunta alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, chiedendo una revisione profonda della proposta di bilancio 2028–2034. Lo riporta Euronews, spiegando che “si tratta di un fronte politico ampio che include i tre partiti (PPE, S&D e Renew) che formano la coalizione centrista a sostegno della Commissione von der Leyen a Bruxelles” e che “i loro voti saranno decisivi per l’approvazione” finale del QFP.

La lettera elenca sette richieste chiave, tra cui la separazione dei fondi dedicati ad agricoltura e coesione (che invece nella proposta sono uniti). “Mettere insieme queste politiche diluisce il loro ruolo distinto”, si legge nel documento, che chiede “bilanci dedicati per ogni politica”, perché “garantirebbero maggiore prevedibilità e certezza per i beneficiari”.

POLITICO Europe anticipa che, se la Commissione non verrà incontro alle richieste contenute nella lettera, “i quattro gruppi politici presenteranno una risoluzione che respinge la parte del bilancio relativa ai piani nazionali nella sessione plenaria del Parlamento europeo che avrà inizio il 12 novembre”.

Ieri, in un incontro al Parlamento europeo, il Commissario per il bilancio Piotr Serafin sembra aver aperto alla possibilità di modificare la proposta della Commissione, ma è ancora presto per capire se si tratterà di alcuni aggiustamenti o di una revisione più sostanziale.

Le trattative, insomma, sono appena cominciate.

 

 

Note

  1. Il JTF è il Fondo per la transizione giusta (Just Transition Fund, in inglese) mentre il FEAMPA è il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi, per la Pesca e l’Acquacultura.
Foto di copertina: Una manifestazione del Comitato Europeo delle Regioni fuori dal Parlamento Europeo per difendere la Politica di Coesione UE, lo scorso ottobre - Foto: European Committee of the Regions, 2025