Ogni anno la povertà viene raccontata attraverso percentuali che salgono o scendono di pochi decimali. Ma quelle cifre, da sole, non spiegano cosa accade nelle case delle persone. Non raccontano la scelta tra pagare l’affitto o fare la spesa, tra scaldarsi o risparmiare sulla bolletta, tra chiedere un prestito o rinunciare a una cura.
Le statistiche sono indispensabili per capire l’ampiezza del fenomeno e orientare le politiche pubbliche. Tuttavia, se lette in modo troppo astratto, rischiano di appiattire esperienze molto diverse tra loro. Per comprendere davvero la povertà occorre allora affiancare ai dati uno sguardo più vicino alla vita quotidiana: solo così le percentuali tornano ad avere un volto e una storia.
Mangiare bene e stare al caldo (o al fresco)
Uno degli aspetti più concreti della povertà riguarda la possibilità di permettersi un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con carne, pesce o un equivalente proteico. In Italia, dopo alcuni anni di miglioramento, nel 2024 la quota di persone che non riescono a garantirsi questo standard è risalita al 9,9% della popolazione. Il dato è ancora più alto tra chi vive solo, tra gli anziani e tra i genitori soli con figli. L’aumento dei prezzi alimentari ha colpito soprattutto questi gruppi.
La povertà alimentare non significa necessariamente fame, ma riduzione delle scelte: meno qualità, meno varietà, meno convivialità. Il cibo non è solo nutrizione: è relazione, dignità, partecipazione sociale. Negli ultimi anni è diventato d’attualità il cosiddetto heat or eat dilemma (“scaldarsi o mangiare”): con l’aumento dei costi energetici, molte famiglie hanno dovuto scegliere come distribuire risorse insufficienti.
Dalla misurazione alle politiche: capire e affrontare la povertà alimentare in Italia
Nel 2024 l’8,6% degli italiani non riesce a riscaldare adeguatamente la casa, con percentuali più alte tra persone sole e anziani. La povertà energetica non si verifica solo in inverno: in un contesto di cambiamento climatico, significa anche non poter raffrescare la casa durante le ondate di calore. Ancora una volta, la statistica registra un dato medio, calcolato a partire da indicatori di base sui quali c’è un ampio accordo istituzionale, ma dietro ci sono stanze fredde, estati soffocanti, elettrodomestici spenti per risparmiare.
La combinazione tra razionamento energetico ed alimentare necessità di essere esaminata in modo più approfondito, considerando anche i picchi di fabbisogno che, nei Paesi mediterranei, sempre più spesso si manifestano nella stagione calda invece che in quella fredda.
La casa: protezione o fragilità?
In Italia la casa è spesso vista come una garanzia. Molte famiglie sono proprietarie dell’abitazione in cui vivono. Tuttavia, possedere una casa non significa automaticamente essere al sicuro. Esiste una condizione riassunta dall’espressione inglese house rich, cash poor (ricchi di casa, poveri di soldi): è il caso di anziani proprietari con pensioni basse e un patrimonio immobiliare vecchio, costoso da mantenere e difficile da vendere.
Certamente i dati mostrano che il disagio abitativo colpisce soprattutto chi vive in affitto: quasi un terzo delle famiglie affittuarie è in sovraccarico per i costi della casa, cioè spende oltre il 40% del reddito per l’abitazione. Tra queste famiglie, oltre il 22% è in povertà assoluta. Tuttavia, anche tra i proprietari di un immobile (non gravato da mutuo) si manifesta una qualche forma di deprivazione abitativa: vive in case con strutture danneggiate il 10% dei proprietari, il 12,9% dichiara problemi di umidità, il 13,4% risiede in abitazioni sovraffollate.
European Affordable Housing Plan: il primo passo della UE per il diritto alla casa
Vivere in una casa fatiscente ha delle ovvie conseguenze in termini di salute, benessere fisico e psicologico, soprattutto per i minori, e la deprivazione abitativa, purtroppo, non si esaurisce in questa condizione. Difatti, il forte sovraffollamento è il primo gradino della “scala Ethos”, la classificazione Europea sulla grave esclusione abitativa e la condizione di persona senza dimora. Questa classificazione istituisce un continuum tra situazioni abitative inadeguate e l’essere senza tetto: prese singolarmente si tratta di situazioni molto diverse tra loro, ma che spesso rappresentano delle tappe in carriere abitative iniziate in modo standard e poi rapidamente peggiorate.
Sappiamo ancora troppo poco sulle carriere abitative delle persone povere: ad esempio, in uno scenario di crescita delle persone che vivono sole, le politiche avrebbero bisogno di maggiori dettagli sugli effetti di misure di housing sociale che vadano al di là della logica dell’alloggio singolo.
Il costo nascosto della povertà
La povertà ha anche un costo invisibile. Le famiglie con poche risorse spendono quasi tutto per consumi immediati – cibo, affitto, bollette – e non riescono a investire in beni durevoli: un’auto affidabile, un frigorifero efficiente, strumenti digitali.
Questo produce due effetti. Il primo è la “trappola della bassa qualità”: si acquistano beni economici che si rompono presto, costringendo a nuove spese. Il secondo è il ricorso a forme di credito costose – prestiti personali, finanziarie, carte revolving – che aumentano il rischio di indebitamento.
Se i prestiti “finalizzati”, come i mutui per l’acquisto della prima casa, sono sottoposti a criteri di erogazione da parte degli istituti di credito molto stringenti ed esigenti in termini garanzie, i prestiti “non finalizzati” sono tendenzialmente più semplici da ottenere, oltre che per il minore importo complessivo, anche per il fatto che negli ultimi anni si sono moltiplicati gli operatori finanziari che li erogano.
A partire dal 1987, secondo Banca d’Italia, la percentuale di famiglie che accede al credito al consumo è quasi raddoppiata passando dal 7,9% al 13,7%. Il sovraindebitamento è spesso il punto di caduta di una povertà patrimoniale preesistente: le difficoltà di accesso al sistema bancario tradizionale, la pressione sociale per il possesso di alcuni beni specifici, la necessità di rinnovare la dotazione domestica sono tutti elementi che spingono le famiglie a ricorrere a forme di credito onerose, spesso inique, se non progettate per sfruttare lo stato di bisogno delle persone. In termini di analisi della povertà probabilmente è necessario un interesse più approfondito rispetto agli stili di consumo delle persone in condizione di deprivazione.
Quando la statistica entra in casa
Ogni anno qualche decina di migliaia di famiglie italiane fanno entrare in casa propria un rilevatore incaricato dall’Istituto nazionale di statistica di “somministrare” un questionario di qualche centinaio di domande sulle proprie condizioni economiche e di vita. Il questionario insiste su aspetti che possono risultare imbarazzanti: “quanti soldi entrano in famiglia?”, “riuscite a scaldare adeguatamente la casa?”, “ci sono debiti accumulati?”.
L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media
L’intervista statistica sulla povertà è un tipo di interazione che mette a nudo vulnerabilità che nella vita quotidiana spesso si preferisce tacere, anche con amici e parenti. Per quanto necessaria, non bisogna dimenticare che la conoscenza statistica sulla povertà lascia in ombra il peso materiale, simbolico e affettivo dell’esperienza della deprivazione.
A fronte di questo sacrificio è svilente che il dibattito pubblico sulla povertà sia, nel migliore dei casi, avvitato sulle variazioni congiunturali di un indicatore come l’Arope (At Risk of Poverty and social Exclusion), quando invece ci sono dati molto dettagliati sulle concrete esperienze vissute dalle persone. Spesso si criticano le analisi basate solo su numeri, il vero problema è invece la diffusione pigra e sommaria dell’informazione statistica che si accontenta nel discorso pubblico e mediatico di citare solo alcuni indicatori, con tutti i limiti messi in evidenza in questo articolo . Ne va del rispetto per le persone che hanno scelto di condividere le loro difficoltà rispondendo a un questionario.
Gianfranco Zucca è tra gli autori del volume “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media” curato dall’Alleanza contro la povertà.