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Il dibattito sul Reddito di Cittadinanza (RdC) si è avviluppato in dispute sui percettori che non ne avrebbero diritto, e sulla riduzione del numero di offerte congrue legittimamente rifiutabili come via maestra per attivare i beneficiari riottosi alle fatiche del lavoro.

Così facendo si perde di vista il cuore del problema: il rapporto strutturale dell’RdC col mercato del lavoro, messo in luce da Luciano Capone sul Foglio del 28 ottobre e dall’Alleanza contro la povertà in Italia in un position paper uscito a inizio ottobre, con le richieste al Governo in vista della Legge di Bilancio.

Reddito di cittadinanza e mercato del lavoro

Solo il 40% dei beneficiari attuali dell’RdC è attivabile (una quota in realtà simile a quella dei percettori dello schema comparabile in Germania, l’Alg II) e gli attivabili sono in buona parte distanti dal mercato del lavoro, quantomeno quello regolare (la metà non ha un’occupazione da almeno tre anni e un terzo non l’ha mai avuta).

Però se anche volessero cercare un’occupazione, il disegno dell’RdC frustrerebbe le loro aspirazioni. Chi trova un lavoro dipendente durante la fruizione dell’RdC perde 80 centesimi di euro di sussidio per ogni euro guadagnato (come avveniva per il Reddito di inclusione, Rei), ma solo fino all’aggiornamento della propria dichiarazione Isee, poi perde un euro di sussidio per ogni euro guadagnato. Le regole per i lavoratori autonomi sono diverse, ma la logica è la stessa: lavorare non paga.

Inoltre, a differenza di quanto avveniva per il Rei, il reddito da lavoro viene conteggiato per intero nel calcolo della soglia di reddito famigliare che consente l’accesso alla misura. Unita alla scala di equivalenza “piatta”, che penalizza le famiglie numerose, questa disposizione riduce fortemente la capacità dell’RdC di funzionare come complemento al reddito di lavoratori a basso salario. Queste limitazioni, che congiurano ad allontanare strutturalmente i percettori di RdC dal mercato del lavoro, non derivano da come esso è stato attuato: sono vizi di disegno.

Nella prossima Legge di Bilancio verrà corretta la prima stortura: chi trova un’occupazione alle dipendenze durante la fruizione dell’RdC avrà uno “sconto” del 20%, come era per il Rei. Restano però le differenze tra dipendenti e autonomi e resta la penalizzazione all’ingresso. Soprattutto, un’aliquota marginale dell’80% rischia di essere ancora troppo elevata per riconfigurare l’RdC come un vero e proprio in-work benefit.

Un rapporto impossibile?

Vi è chi, alla luce delle caratteristiche dei beneficiari attuali, considera in realtà futile ogni tentativo di raccordo col mercato del lavoro. I beneficiari dell’RdC sono troppo distanti da questo, occorre farsene una ragione e concentrare gli sforzi in percorsi di inclusione sociale, o lavori socialmente utili. Tracce di questa impostazione iperrealista sono talvolta rintracciabili nelle scelte di politica del lavoro sin qui attuate dal governo Draghi.

Il programma Gol (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) rinuncia ab origine a misure nazionali omogenee come avrebbe potuto essere un assegno di ricollocazione ben ridisegnato, per trasferire risorse alle regioni. Le stesse che hanno attivato, ad aprile 2021, ben 266 assegni di ricollocazione per i percettori di RdC, uno ogni oltre 4.000 aventi diritto.

Un ritorno al passato, prima della barbarie del Jobs Act, quando i luoghi di elezione delle politiche attive non erano, come troppi insulsamente ritengono, Copenaghen o Stoccolma, ma Caltanissetta e Crotone. E infatti Gol prende a modello i successi del programma Garanzia Giovani, per il quale a due anni dal termine le regioni hanno speso la metà delle somme disponibili.

Il Reddito di Cittadinanza del prossimo futuro

In realtà, ci possiamo attendere che nel post-pandemia facciano il loro ingresso tra i percettori di RdC nuove categorie, molto più vicine al mercato del lavoro dei beneficiari attuali.

La trasformazione tecnologica, accelerata dalla pandemia, avrà un forte impatto sul settore dei servizi low-skilled anche dopo l’era del distanziamento sociale. L’incremento nel lavoro da remoto e nell’uso del commercio elettronico rischia di avere gravi conseguenze in settori da cui ci si attendeva una sostenuta crescita occupazionale. L’Alleanza contro la povertà stima che la platea potenziale di percettori di RdC possa aumentare dell’8,6%, pari a 160.000 nuclei familiari.

I nuovi beneficiari sono più giovani dei precedenti, sono meno al Sud e di più al Centro e al Nord. Aumentano i nuclei monoreddito da lavoro dipendente e i lavoratori autonomi: il 64% dei nuovi nuclei beneficiari contiene al proprio interno almeno un lavoratore autonomo, a fronte del 15% nella platea precedente. Rispetto ai beneficiari sin qui entrati nell’RdC, i nuovi beneficiari potenziali lavorano molto più di frequente nei settori del commercio, della ristorazione e alberghiero.

Quale Reddito di Cittadinanza domani?

Occorre allora intervenire lungo due assi: introdurre in modo strutturale percorsi di riqualificazione professionale per le categorie di nuovi beneficiari e agire sul disegno dell’RdC per rendere il lavoro conveniente (quello regolare).

A tal fine, ridurre l’aliquota marginale all’80% non basta. Serve ridisegnare l’RdC come un vero e proprio schema di in-work benefit.

In Francia, il Prime Activité fornisce ai percettori dello schema di reddito minimo (Revenue de Solidarité Active) che lavorano e in generale a tutti i lavoratori a basso reddito una prestazione aggiuntiva, che prima aumenta poi si riduce col reddito, sino ad annullarsi in corrispondenza di 1,4 volte il salario minimo (o importi equivalenti per i lavoratori autonomi).

Per un percettore medio, il sussidio si riduce di soli 39 centesimi per ogni euro di reddito da lavoro ottenuto. L’Alleanza contro la povertà ha proposto, nel suo position paper, un’aliquota marginale del 60% (mantengo 40 centesimi di sussidio ogni euro di reddito ottenuto), ma occorre in prospettiva disegnare uno schema che tenga conto del reddito complessivo.

In Italia non c’è il salario minimo, ma ci sono le soglie di esenzione fiscale, alle quali potrebbe essere ancorato un simile schema, in connessione alla riforma del sistema fiscale. La modifica introdotta in Legge di Bilancio non può che essere un primo passo. Solo così si uscirà dalle narrazioni contrapposte che inquinano il dibattito su una misura necessaria per la coesione sociale, ma allo stato attuale ostile all’occupazione.


Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su Il Foglio del 30 ottobre 2021. Il presente testo è qui riprodotto previo consenso dell’autore.