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Il distacco dalla scuola comincia prima dell’abbandono

In Italia si parla molto di orientamento scolastico, anche come strumento per contrastare dispersione e fenomeno NEET. Nel 2025 i giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano né sono in formazione (NEET) sono il 13,3%. Ma la media nazionale nasconde differenze profonde: nel Mezzogiorno l’incidenza arriva al 20,2%, contro l’8,7% del Nord e l’11,8% del Centro. Tra i NEET che vivono ancora nella famiglia di origine, circa la metà ha genitori con al massimo la licenza media e solo uno su dieci almeno un genitore laureato1.

Il punto è che il distacco dal percorso educativo può cominciare molto prima di diventare NEET. Il Rapporto PISA 20252, pubblicato proprio in questi giorni, segnala che il 63% dei quindicenni italiani ha saltato almeno un giorno di scuola nelle due settimane precedenti la prova, contro il 22% della media Ocse. Il 43% ha saltato almeno una lezione, contro il 24% della media Ocse.

INVALSI fotografa un fenomeno diverso: la dispersione implicita, cioè ragazze e ragazzi che arrivano alla fine del percorso scolastico senza livelli adeguati di apprendimento. Nel 2026 è scesa dall’8,7% al 6,3%, il valore più basso della serie storica. È una buona notizia, ma resta una quota consistente di studenti che termina la scuola senza gli apprendimenti attesi.

È dentro questo quadro che va collocato il tema dell’orientamento di cui si riflette di seguito.

A 14 anni non abbiamo davanti un futuro già scritto

Alla fine della scuola secondaria di primo grado ragazze e ragazzi ricevono un consiglio orientativo e devono scegliere quale scuola superiore frequentare. Fare orientamento significa aiutarli a conoscere interessi, capacità, attitudini e possibilità. Nella pratica però il consiglio rischia di riflettere soprattutto il rendimento mostrato a scuola. Lo schema “bravo al liceo, medio al tecnico, fragile al professionale” è una semplificazione, ma coglie un rischio concreto: trasformare il rendimento scolastico in un pronostico sul futuro. Un pronostico su cui pesano anche il capitale culturale della famiglia, le aspettative dei genitori e il contesto sociale.

Qui, però, non interessa stabilire se il consiglio orientativo sia giusto o sbagliato. La domanda viene prima: a 14 anni quanto può essere già definito ciò che una persona sa fare e, soprattutto, ciò che potrà diventare?

Le neuroscienze dello sviluppo sono molto chiare su questo punto. Nell’adolescenza il cervello è ancora in una fase intensa di maturazione. Le reti delle funzioni esecutive – pianificazione, controllo degli impulsi, valutazione delle conseguenze e degli obiettivi nel tempo – continuano a svilupparsi. Lo stesso vale per l’autoregolazione e per le componenti metacognitive, cioè la capacità di osservare e governare il proprio modo di apprendere e decidere. A 14 anni non abbiamo davanti capacità, motivazioni e aspirazioni già stabilizzate. Abbiamo una persona in una fase di elevata plasticità, nella quale esperienze, relazioni e contesti possono ancora incidere profondamente.

Se la scuola osserva con la stessa lente, alcuni talenti restano invisibili

Ed è qui che il tema dell’orientamento incrocia quello del modello scolastico.

Il modello scolastico italiano resta largamente costruito intorno a classi per età, discipline separate, tempi uguali per tutti, lezioni rivolte al gruppo, studio individuale e verifiche. È un’organizzazione che tende a valorizzare alcune forme di prestazione: comprendere un testo, seguire una spiegazione, rielaborare contenuti, esporli oralmente o per iscritto. Sono capacità importanti.

Il problema nasce quando diventano la lente principale attraverso cui leggiamo il valore scolastico di una persona. Ci sono ragazze e ragazzi che mostrano molto di più quando possono progettare, costruire, sperimentare, risolvere problemi concreti, lavorare con gli altri o esprimersi attraverso immagini, musica e linguaggi diversi da quello prevalentemente verbale. Altri hanno bisogno di tempi differenti o incontrano un interesse solo quando qualcuno riesce ad accendere una curiosità fino a quel momento non emersa.

Una persona che ha avuto risultati mediocri dentro un certo modello di scuola è necessariamente poco capace? O abbiamo semplicemente visto soltanto una parte di ciò che sa fare? È questo il rischio che mi sembra meno discusso quando parliamo di orientamento: confondere le potenzialità di una persona con la sua capacità di adattarsi al modo in cui la scuola insegna, chiede di apprendere e valuta. Il consiglio orientativo dei 14 anni rischia così di diventare una fotografia scambiata per una previsione.

Orientare davvero: permettere di esplorare prima di scegliere

È da sottolineare inoltre come l’orientamento non può concentrarsi principalmente nel momento in cui bisogna scegliere. Dovrebbe cominciare molto prima e avere meno a che fare con il dire a un ragazzo “questa è la scuola adatta a te” e molto di più con il metterlo nelle condizioni di scoprire che cosa lo interessa e che cosa sa fare.

Orientare significa offrire occasioni diverse: laboratori, arti, scienze, tecnologia, attività manuali, problemi reali, incontri con professioni e territorio. Significa poter provare, sbagliare, cambiare idea e scoprire attività per le quali si è disposti a fare fatica, perché quella fatica ha un senso. Orientare, in altre parole, significa allargare il campo delle possibilità prima di chiedere una scelta.

E significa anche lasciare aperta la possibilità di cambiare strada. Sulla carta, i passaggi tra indirizzi della scuola superiore sono consentiti. Nella pratica possono essere complicati dalle differenze tra i programmi, dai recuperi necessari e dalla mancanza di posti nelle classi di destinazione. Una scelta fatta molto presto può così diventare difficile da correggere.

Qui entra in gioco anche la disuguaglianza. Una famiglia con più risorse culturali e relazionali può cercare informazioni, mettere in discussione un consiglio, sostenere un cambio di scuola, trovare un’alternativa. Chi dispone di meno risorse ha meno possibilità di farlo. Ed è per questo che l’orientamento è anche una questione di welfare educativo. Una scuola che offre poche occasioni per scoprire capacità e interessi rischia di restringere le possibilità soprattutto di chi avrebbe più bisogno che fosse la scuola ad ampliarle.

Se vogliamo davvero usare l’orientamento per contrastare dispersione, disuguaglianze e NEET, non basta aiutare ragazze e ragazzi a scegliere a 14 anni. Bisogna fare in modo che arrivino a quella scelta avendo avuto il tempo e le occasioni per capire che cosa li interessa, che cosa sanno fare e che cosa potrebbero diventare.

 

Note

  1. Sul tema Percorsi di Secondo Welfare ha di recente realizzato la ricerca Ripartenze possibili: NEET e transizioni interrotte tra i giovani adulti, i cui risultati principali sono raccontati qui dal team di ricerca, ndr.
  2. PISA, acronimo di Programme for International Student Assessment, è un’indagine internazionale promossa dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) che valuta periodicamente il livello di istruzione e le competenze di studenti quindicenni in oltre novanta Paesi del mondo. L’obiettivo è verificare conoscenze e capacità chiave per la vita adulta (es. lo sviluppo lettura, matematica e scienze), ndr.