In Italia l’assistenza alimentare raggiunge ogni anno milioni di persone. Pacchi, pasti, empori solidali, carte prepagate e distribuzione di derrate compongono una rete ampia, che interviene quando il reddito e gli strumenti ordinari di welfare non bastano a garantire un’alimentazione adeguata.

L’Atlante regionale dell’insicurezza alimentare in Italia1 (di cui abbiamo già raccontato qui, ndr) definisce questa rete come filiera della solidarietà alimentare: un sistema di relazioni pubbliche e private che collega finanziatori, amministrazioni, organizzazioni caritative, Terzo settore e beneficiari. Non è quindi un unico programma, ma un insieme di strumenti e canali distributivi spesso complementari, non sempre coordinati.

L’approvvigionamento combina risorse europee e nazionali, acquisti pubblici e recupero delle eccedenze. AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, nda) opera come organismo intermedio, svolgendo funzioni di gestione e coordinamento; le organizzazioni capofila distribuiscono le derrate alle organizzazioni territoriali, che operano a diretto contatto con le persone. Questa architettura garantisce una forte capacità operativa, ma rende difficile sapere quante persone siano realmente raggiunte, con quale intensità e con quali risultati. Ma andiamo con ordine.

Una rete vasta e capillare

Nel 2022 il programma FEAD, il Fondo di aiuti europei agli indigenti, ha raggiunto quasi 2,9 milioni di persone attraverso oltre 10.000 organizzazioni territoriali e circa 190 organizzazioni capofila. Sono stati distribuiti più di 16 milioni di pasti, quasi 13 milioni di pacchi alimentari e oltre 100.000 tonnellate di prodotti. Tra il 2018 e il 2022 Francia e Italia hanno rappresentato insieme più della metà dei beneficiari FEAD dell’Unione europea.

Il principale punto di forza del modello italiano è la capillarità. Le reti locali intercettano persone che restano ai margini dei servizi ordinari: lavoratori poveri, famiglie con redditi intermittenti, anziani con pensioni basse, persone straniere e nuclei gravati da costi abitativi elevati. Accanto al pacco alimentare si sono sviluppati empori solidali, mense, distribuzioni domiciliari e, in alcuni territori, forme di accompagnamento sociale.

La filiera è quindi anche una rete di osservazione della vulnerabilità.

Dal FEAD al FSE+: opportunità e rischi

Nel ciclo 2021-2027 il FEAD è stato assorbito nel Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+). Il cambiamento non è soltanto nominale: l’aiuto materiale viene collocato dentro una strategia più ampia, che comprende inclusione sociale, occupazione e formazione. In teoria, un pacco o un pasto possono diventare anche una porta di accesso ai servizi sociali, sanitari, abitativi e lavorativi.

L’integrazione offre un’opportunità, ma comporta un rischio: dentro un fondo generale, la componente alimentare può diventare meno visibile e più difficile da monitorare.

Per il 2025 è stato approvato un paniere di aiuti alimentari da 128 milioni di euro e per il 2026 da 126 milioni. Sono dati di programmazione, non consuntivi: non indicano ancora quanti beneficiari siano stati raggiunti, quanti beni siano stati distribuiti o con quale continuità.

Gli strumenti della solidarietà alimentare in Italia

Tre canali diversi, con possibili sovrapposizioni tra i beneficiari

FEAD / FSE+

Acquisto e distribuzione di aiuti alimentari tramite organizzazioni partner e rete territoriale

2025128 milioni €
2026126 milioni €
Forzarete capillare
Limiteoutput recenti da consolidare

Fondo nazionale indigenti

Acquisto di derrate tramite AGEA e organizzazioni caritative

Rafforza l’approvvigionamento della filiera esistente
Forzaintegra le risorse
Limiteprobabile sovrapposizione con FSE+

Carta “Dedicata a te”

Carta prepagata assegnata tramite INPS e Comuni a nuclei selezionati

20251.157.179 carte
Circa 500 € per nucleo
Forzalibertà di scelta
Limiteuna tantum e senza presa in carico
Le risorse sono cumulabili, ma i beneficiari non sono automaticamente sommabili
Senza archivi integrati non è possibile distinguere pienamente beneficiari aggiuntivi, sovrapposti o assistiti con maggiore intensità.

Fonte: elaborazione sui dati dell’Atlante regionale dell’insicurezza alimentare in Italia, 2026.

 

Più strumenti, ma non necessariamente più beneficiari

Accanto al FSE+ operano il Fondo nazionale per la distribuzione di derrate alle persone indigenti e la Carta “Dedicata a te”. I primi due strumenti alimentano reti distributive molto simili e possono raggiungere le stesse persone.

La Carta segue invece una logica diversa: assegna un contributo tramite carta prepagata a nuclei selezionati da INPS e Comuni sulla base dell’ISEE e della composizione familiare. Nel 2025 sono state attribuite 1.157.179 carte, per un valore teorico di circa 579 milioni di euro. Campania, Sicilia e Puglia raccolgono insieme quasi il 46% del totale. La misura offre ai beneficiari un maggiore margine di scelta rispetto al pacco alimentare e consente analisi dettagliate fino alla scala comunale. Tuttavia, è una misura una tantum e non garantisce una presa in carico sociale.

Il nodo metodologico è decisivo: le risorse possono essere cumulate, ma i beneficiari non possono essere sommati automaticamente. Senza archivi integrati non sappiamo se i diversi canali amplino la copertura, rafforzino l’aiuto agli stessi nuclei o si sostituiscano parzialmente tra loro.

Figura 1. Indice di Adeguatezza Nutrizionale a livello regionale, anno 2025. Fonte: elaborazione degli autori su dati indagine FEAD (Fondo di aiuti europei agli Indigenti).

Distribuire non significa necessariamente ridurre l’insicurezza alimentare

Le politiche alimentari vengono spesso valutate attraverso i dati più disponibili: beneficiari, pacchi, pasti, tonnellate, carte. Sono informazioni indispensabili, ma misurano soprattutto la scala operativa dell’intervento. Non dicono se l’aiuto sia sufficiente, regolare, nutrizionalmente adeguato o capace di modificare stabilmente le condizioni di vita. Occorre quindi distinguere quattro livelli:

  • output, che indica quanto viene distribuito.
  • copertura, che misura quanta parte del bisogno viene raggiunta.
  • intensità, che riguarda quantità, frequenza e durata del sostegno.
  • outcome, che misura gli effetti sulla sicurezza alimentare, sulla salute, sull’accesso ai servizi e sull’inclusione sociale. È proprio su quest’ultimo livello che le informazioni sono più deboli.

Un pacco alimentare può alleviare una difficoltà immediata senza incidere sulle cause che l’hanno prodotta: lavoro povero, affitti elevati, indebitamento, pensioni insufficienti o fragilità familiari. Anche la frequenza conta: un aiuto quotidiano, mensile o occasionale non produce la stessa protezione, ma questi dati sono raramente disponibili in forma omogenea.

La qualità del cibo conta

La filiera italiana resta in larga parte costruita attorno a prodotti conservabili e facilmente trasportabili: pasta, riso, farine, alimenti confezionati, latticini e cibi pronti. La scelta è comprensibile sul piano logistico, ma non sempre coincide con una dieta sana e varia.

L’Atlante segnala livelli generalmente bassi dell’indice di adeguatezza nutrizionale dei panieri distribuiti. Il sistema garantisce calorie e alimenti essenziali, ma incontra maggiori difficoltà nel fornire frutta, verdura, prodotti freschi e varietà. Nei Paesi ad alto reddito l’insicurezza alimentare non coincide soltanto con la scarsità di cibo: può tradursi in diete poco equilibrate e in una maggiore esposizione a obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Il diritto al cibo riguarda quindi non solo avere qualcosa da mangiare, ma poter accedere in modo stabile e dignitoso a un’alimentazione adeguata.

Una forza che rischia di dipendere troppo dai territori

Figura 2. Indice di Copertura Territoriale a livello regionale, anno 2025. Fonte: elaborazione degli autori su dati indagine FEAD (Fondo di aiuti europei agli Indigenti).

La capillarità della rete è una risorsa, ma produce anche differenze. Non tutte le regioni dispongono della stessa capacità logistica, dello stesso numero di organizzazioni o dello stesso rapporto tra Terzo Settore e servizi pubblici. Persone con bisogni simili possono quindi ricevere risposte molto diverse a seconda del luogo in cui vivono.

Il rischio è che la tutela del diritto al cibo dipenda eccessivamente dalla disponibilità di volontari, dalla storia delle reti caritative e dalla capacità amministrativa locale. Il Terzo Settore è indispensabile, ma non può sostituire la responsabilità pubblica.

Inoltre, la prossimità deve essere sostenuta da risorse stabili, standard comuni, dati condivisi e una governance capace di coordinare gli interventi.

Dalla solidarietà al welfare alimentare

La filiera italiana ha dimostrato una grande capacità di mobilitazione, soprattutto nelle fasi di crisi pandemica. Proprio la sua importanza richiede però un salto di qualità: passare da un sistema che misura soprattutto ciò che distribuisce a un sistema capace di valutare ciò che cambia.

Servono archivi interoperabili, nel rispetto della privacy, per distinguere beneficiari unici e sovrapposizioni. Servono dati sulla frequenza e sulla durata dell’aiuto, standard nutrizionali più chiari e un collegamento stabile con i servizi sociali, sanitari, abitativi e lavorativi.

L’aiuto alimentare non può essere considerato una politica residuale destinata solo all’emergenza. In una fase in cui il costo del cibo, della casa e dell’energia comprime i bilanci familiari, l’accesso a un’alimentazione adeguata è parte integrante del welfare. La sfida è trasformare la capillarità della solidarietà in un sistema più integrato, trasparente ed equo, capace di tutelare concretamente il diritto al cibo.

 

 

Note

  1. Scannavacca F., Marino D. (a cura di) et al. (2026), Atlante regionale dell’insicurezza alimentare in Italia. Dinamiche territoriali e nuove vulnerabilità, OIPA-CURSA.
Foto di copertina: nrd nicotitto, Unsplash.com