Un sapere che resta ai margini
Chi lavora ogni giorno nei servizi rivolti alle persone migranti – centri di ascolto, sportelli, progetti di accoglienza – conosce il fenomeno migratorio meglio di quanto raccontino i titoli dei giornali. Vede i cambiamenti prima che diventino notizia, riconosce i segnali che si ripetono, accumula nel tempo una conoscenza fitta e continuativa fatta di storie, casi, tendenze.
Non mancano, in Italia, centri che raccolgono ed elaborano dati sulla migrazione dall’esterno, con rapporti periodici e rigore statistico – pensiamo, ad esempio, al lavoro annuale di Idos o a istituti come Fieri, quest’ultimo nato anche per fare da ponte tra ricerca e decisori pubblici. È raro, invece, che la conoscenza generata dentro le organizzazioni del Terzo Settore, grazie al lavoro quotidiano e al contatto diretto con le persone, trovi un canale sistematico e consapevole per uscire all’esterno.
Questa conoscenza, spesso, viene comunque raccolta – ma una volta l’anno, forse due – dentro relazioni pensate più per accompagnare una domanda di contributo o rendicontare un appalto che per restituire davvero quello che si osserva. Per un fenomeno come quello migratorio, che cambia continuamente, una fotografia annuale rischia di arrivare già superata a chi dovrebbe usarla. Il problema, del resto, non è solo una questione di pratiche organizzative: chi studia la dimensione territoriale delle politiche per gli immigrati osserva da tempo come, più in generale, i servizi e i percorsi di inclusione risultino spesso disomogenei anche tra territori limitrofi, dipendenti dalle tradizioni di intervento locale e dalle reti di governance di ciascun territorio più che da un disegno condiviso (Barberis 2009).
Non si parte da zero
Alcune esperienze mostrano che si può fare diversamente. Da anni Caritas Italiana, a livello nazionale, coordina un sistema di Osservatori delle Povertà e delle Risorse, che raccoglie in modo sistematico e continuativo i dati dei centri di ascolto diocesani – uno strumento per leggere povertà e disagio nel loro insieme, di cui la componente migrante è una parte. È un esempio prezioso di come si possa costruire una rilevazione costante nel tempo, la cui funzione, tuttavia, resta prima di tutto rivolta all’interno: il destinatario principale resta la comunità ecclesiale, mentre il dialogo con le istituzioni pubbliche resta possibile, ma indiretto e non strutturato. Anche quando la sistematicità c’è, insomma, non basta da sola a garantire che quella conoscenza arrivi a chi decide.
Esperienze come OsservaBiella, OsservaBrescia e OsservaTrento1provano invece a costruire quel ponte in modo esplicito: mettono insieme dati già esistenti, ma dispersi tra enti diversi – Comuni, ASL, Terzo Settore – attraverso momenti di lettura e monitoraggio condivisi, non episodici, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la programmazione territoriale (De Tommaso e Fanelli 2026). A Trento, ad esempio, prima ancora di avviare l’Osservatorio sono stati organizzati incontri con i principali soggetti del territorio per interpretare insieme alcuni fenomeni locali. Ne è emerso che i dati, per quanto spesso già disponibili, restavano frammentati e difficili da confrontare tra un ente e l’altro. È proprio in quel confronto preliminare – prima ancora che nella raccolta dei dati in sé – che il lavoro sui numeri si è trasformato in un’occasione per rafforzare le relazioni tra chi lavora sullo stesso territorio.
Quella stessa esigenza di lettura integrata la ritroviamo anche al centro della letteratura sulle politiche pubbliche, che da tempo parla di “problemi complessi” (wicked problems)2 – un concetto più articolato di quanto si possa rendere in poche righe) per indicare fenomeni interconnessi che non si lasciano risolvere un pezzo alla volta, ma richiedono di essere letti insieme (Rittel e Webber 1973). Non è un caso che la migrazione sia spesso citata proprio come esempio di questo tipo di problema.
Linguaggi e pratiche da costruire
Sugli stessi temi, un contributo apparso su questo portale ha raccontato il caso di un servizio di prossimità a Padova, mostrando come fermarsi a guardare ciò che si produce ogni giorno possa trasformare un servizio non solo in un luogo di risposta ai bisogni, ma in uno spazio di produzione di conoscenza capace di orientare il futuro del welfare (Marabese 2026). Si tratta di un processo che richiede una trasformazione culturale, prima ancora che tecnica: un linguaggio comune, condiviso con le istituzioni, per rendere possibile un dialogo reale.
Costruirlo non è responsabilità solo di chi programma le politiche: riguarda anche le organizzazioni stesse, spesso poco propense a investire nel dare forma e voce a quello che già sanno. Non è un caso che, in letteratura, si insista sempre più sulla valutazione intesa non come adempimento formale, ma come pratica critica e riflessiva – non un rendiconto da compilare a lavoro concluso, ma un’occasione per capire, mentre si lavora, cosa sta funzionando e cosa no, e correggere la rotta di conseguenza, informando le scelte politiche invece di limitarsi a certificarle: un processo democratico di apprendimento, prima ancora che tecnico (Stame 2016).
Perché sulla migrazione conta ancora di più
Cambiare linguaggio e pratiche, nel campo migratorio, ha una posta in gioco particolare. La migrazione resta un campo con una sua specificità – si intreccia con la povertà, con la salute, con il lavoro, ma non si esaurisce in nessuno di questi – fatta di complessità normativa, tempi che cambiano rapidamente, categorie che si sovrappongono. È proprio questa complessità a rendere ancor più importante portare tempestivamente le osservazioni già presenti nei servizi fino al livello in cui si costruiscono strategia e programmazione politica, prima che l’emergenza torni a dettare l’agenda.
Costruire quel canale significa, in concreto, costruire processi decisionali partecipati: percorsi in cui chi programma le politiche non si limita a raccogliere pareri su scelte già prese altrove, ma costruisce le proprie decisioni insieme a chi il fenomeno lo osserva ogni giorno da vicino. È un’esperienza comune a chi lavora nel Terzo Settore: essere chiamati ad attuare decisioni già definite, e solo in quel momento veder emergere questioni di applicabilità che un confronto preventivo avrebbe potuto anticipare.
Un percorso di questo tipo richiede tempo, risorse e una cultura del dato che oggi manca in entrambe le direzioni. Ma è un investimento che si può iniziare a fare, un pezzo alla volta: non serve un modello perfetto per cominciare, serve la volontà di guardare con più attenzione a quello che già sappiamo.
Bibliografia
- Barberis E. (2009), La dimensione territoriale delle politiche per gli immigrati, in Kazepov Y. (a cura di), La dimensione territoriale delle politiche sociali in Italia, Roma, Carocci, pp. 223-245.
- De Tommaso C.V. e Fanelli A.S. (2026), Governare la policrisi nel welfare locale: il ruolo degli Osservatori territoriali, secondowelfare.it, 23 giugno 2026 – uscito anche su Rivista Solidea, n. 1/2026.
- Marabese L. (2026), Quando i servizi producono conoscenza: l’esperienza delle Cucine Economiche Popolari di Padova, secondowelfare.it, 17 marzo 2026.
- Rittel H. e Webber M. (1973), Dilemmas in a General Theory of Planning, in “Policy Sciences”, vol. 4, pp. 155-169.
- Stame N. (2016), Valutazione pluralista, Milano, Franco Angeli.
Note
- Osservatori territoriali promossi da fondazioni ed enti locali, con l’accompagnamento scientifico del laboratorio Percorsi di Secondo Welfare.
- Rittel e Webber descrivono i problemi complessi come privi di una formulazione definitiva e univoca, dove ogni possibile soluzione non è “vera” o “falsa”, ma solo migliore o peggiore, e dove ciascun problema è spesso legato ad altri problemi di cui è, in parte, sintomo.