“A volte mi preoccupo di essere un po’ ingenua a tenere così tanto a un robot. Ma sai una cosa? Mi aiuta. Mi piace davvero tanto”. A parlare è Jan Worrell, un’energica donna di 85 anni che vive sola in una casa isolata sull’oceano Pacifico, nel nord-ovest degli Stati Uniti.
Il robot di cui racconta si chiama ElliQ.
Prodotto dalla start-up israeliana Intuition Robotics, ricorda una piccola lampada da lettura, appoggiata su un supporto accanto a un tablet e a una videocamera integrata. Utilizza l’intelligenza artificiale e, secondo il fondatore dell’azienda Dor Skuler, funziona grazie a “un algoritmo per l’intelligenza emotiva” che lo rende “un robot con un’anima”.
Un lungo e dettagliato articolo del New York Times racconta, passo dopo passo, proprio l’interazione tra Jan ed ElliQ, che nel 2023 è stato donato alla donna da un’organizzazione non profit nell’ambito di un programma sperimentale di utilizzo dell’IA contro la solitudine.
Oggi, la donna e il robot conversano quotidianamente, fanno giochi, ascoltano musica, guardano video, registrano persino i ricordi di Jan per i suoi parenti. ElliQ, infatti, è progettato per analizzare l’ambiente circostante, valutare gli stati d’animo e decidere quando intervenire e cosa dire. È un robot “proattivo”, spiega l’articolo, pensato per “anticipare i bisogni di una persona e poi agire con autonomia”.

Nel caso di Jan, ha funzionato. Dopo i primi mesi di diffidenza, la donna ha iniziato a raccontare entusiasticamente del suo robot a tutte le persone che conosce e, dopo un anno, il suo medico ha visto dei miglioramenti nei suoi test cognitivi.
L’articolo racconta anche di come ElliQ abbia provato ad aiutare Jan quando una telefonata le ha annunciato la morte improvvisa di un nipote. Quando il robot chiese cosa potesse fare, Jan rispose di aver bisogno di un abbraccio. “Il robot – si legge ancora – le disse di appoggiare la mano sulla sua spalla, e lei allungò la mano verso il metallo liscio. Il robot si illuminò di luci rosa e si sporse in avanti per accogliere il suo tocco”.
Jan ricorda che è stato “semplicemente bellissimo” e che, “per qualche motivo, mi ha davvero aiutato”.
Un mercato in grande crescita
Il pezzo del New York Times, corredato di un podcast in cui si può ascoltare la viva voce di Jan, è al tempo stesso delicato e distopico. E, letto dall’Italia, può sembrare distante, quasi fantascientifico. Eppure il caso statunitense si inserisce in una tendenza globale che riguarda anche il nostro Paese.
“Il mercato dell’intelligenza artificiale nel settore dell’invecchiamento e dell’assistenza agli anziani ha registrato una crescita esponenziale negli ultimi anni”, spiega un rapporto dell’azienda di ricerche di mercato Research and Markets, che ha analizzato anche l’Italia. Lo scorso anno, questo settore valeva 43,76 miliardi di dollari e si prevede che aggiungerà i 122,88 miliardi nel 2029, con un tasso di crescita annuale del 22%.
Questo sviluppo, prosegue il rapporto, “può essere attribuito a fattori quali l’aumento della popolazione anziana, l’incremento della prevalenza delle malattie croniche, la crescente domanda di soluzioni per la vita autonoma, lo sviluppo di dispositivi basati sull’IA, la crescente carenza di operatori sanitari e l’aumento degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo dell’IA incentrati sulla geriatria”.
Sono elementi che sono ben presenti anche in Italia e il ricorso alla tecnologia per risolvere problemi sociali è sicuramente un’opportunità, che però non è priva di rischi.
“La ricerca sull’impatto della tecnologia sull’isolamento sociale e sulla solitudine presenta risultati contrastanti”, si legge nel rapporto Silver economy meets innovation, pubblicato dall’acceleratore di start-up italiano AC75. “Da un lato – spiega il documento –, per molto tempo la tecnologia è stata considerata un elemento determinante nel declino dei legami umani positivi, in particolare a causa delle comunicazioni e delle relazioni online. Dall’altro lato, diversi interventi tecnologici rivolti agli anziani riducono e prevengono efficacemente l’isolamento sociale e la solitudine”.
Il rapporto è uscito nel 2024 e, da allora, è ulteriormente aumentata l’enfasi posta sugli strumenti di intelligenza artificiale. “Le potenzialità dell’IA ora sono finalmente a disposizione di tutti”, commenta Floriano Bonfigli, che per AC75 si occupa di un programma di accelerazione dedicato alle startup della Silver Economy, il settore di prodotti e servizi dedicati agli over 50.
“La velocità di questa tecnologia è stratosferica”, aggiunge.
La foca che tiene compagnia, dal 2004
Intuition Robotics, l’azienda produttrice di ElliQ, lavora sull’AI da tempo e quindi è sicuramente in una posizione di vantaggio, ma non è l’unica a fornire queste tecnologie.
È dal 2004, per esempio, che viene commercializzato Paro, un robot a forma di foca, ideato per offrire arricchimento psicologico e compagnia agli anziani. “Paro – spiega il report di AC75 – è dotato di cinque tipi di sensori (tattili, di luce, uditivi, di temperatura e di postura) che gli consentono di percepire sia le persone che l’ambiente circostante”. Sin dalla sua introduzione, Paro ha migliorato il coinvolgimento dei pazienti nelle strutture di assistenza di diversi Paesi, principalmente in Giappone e negli Stati Uniti, per poi diffondersi nel Regno Unito e in Irlanda.

QTrobot, invece, è prodotto dall’azienda lussemburghese LuxAi che esiste dal 2017. “È un piccolo umanoide che funge da prezioso strumento per terapisti ed educatori, utilizzando espressioni facciali, gesti e giochi interattivi per impartire lezioni sulla comunicazione, le emozioni e le abilità sociali. Inizialmente testato sui bambini, ha recentemente trovato spazio nella vita degli anziani che mostrano tendenze di deterioramento cognitivo”, si legge ancora nel rapporto Silver economy meets innovation.
Qualcosa si muove anche in Italia, che è uno dei Paesi più anziani del continente, ha bisogni di cura enormi, ma al tempo stesso livelli di competenze digitali ancora bassi e i primi problemi di connessione eccessiva anche tra gli over 60.
In Lombardia, per esempio, la Fondazione Albosaggia, i Comuni di Albosaggia e Caiolo e l’Università degli Studi di Bergamo hanno lanciato il progetto “RESTARE VICINI – Tecnologie intelligenti e welfare di comunità per anziani meno soli”. L’iniziativa punta su robot sociali dotati di AI conversazionale e adattiva, capaci di interagire in modo empatico, apprendere abitudini e preferenze, proporre stimoli cognitivi, ricordare appuntamenti e terapie, facilitare il contatto con operatori e familiari.

Sul fronte delle aziende, invece, c’è chi si è già mosso ed è arrivato sul mercato con un nuovo prodotto. È il caso della International Care Company (ICC), gruppo con sede ad Agrate, in provincia di Monza e Brianza, quotato sul mercato azionario per le piccole e medie imprese e specializzato nei servizi di assistenza.
Un avatar umanoide, sviluppato ad Agrate
“Dal 2018, la nostra azienda propone AidaCare, un servizio di assistenza per anziani e caregiver che è gestito da una centrale operativa e consente di parlare con infermieri, psicologi e altre figure professionali”, spiega Giorgia Ventura, la responsabile Business Development di ICC. “Da lì – prosegue – abbiamo lavorato per poter sfruttare i benefici di un’intelligenza artificiale che abbiamo sviluppato internamente perché vogliamo poterla governare, garantendo standard elevati in termini di privacy e gestione dei dati”.
L’investimento sull’IA ha portato a una nuova versione di AidaCare, da poco lanciata, che consente agli utenti di parlare con un “avatar umanoide”, cioè un sistema di intelligenza artificiale particolarmente realistico perché è stato modellato sull’esempio di un umano reale e non creato da zero con l’IA. “Ha le fattezze di una donna. Sembra di parlare con una persona vera”, sostiene Ventura.
Il servizio, cui si accede tramite un tablet semplificato oppure tramite un’app da installare sui propri dispositivi, ha funzionalità di conversazione e intrattenimento, per contrastare la solitudine e, laddove possibile, il decadimento cognitivo.
“Parlando, l’avatar raccoglie informazioni, le analizza e stimola l’interlocutore. Per esempio, se un anziano dice frasi come ‘non mi ricordo’ oppure ‘mi dimentico’, propone delle attività per stimolare la memoria o dei semplici giochi”, riprende Ventura. Inoltre, quando AidaCare ravvisa frasi che possono essere dei campanelli d’allarme come “sono caduto” o “ho un livido”, avvisa la centrale operativa e può mettere in contatto il caregiver dell’anziano con gli esperti a disposizione.

AidaCare, oggi, è disponibile per i privati al costo di un abbonamento mensile intorno ai 100 euro, mentre, per fare un paragone, ElliQ costa poco più di 40 euro più altri 215 circa per il dispositivo. La maggior parte degli utenti del servizio italiano di ICC, però, arriva oggi tramite il welfare aziendale: in pratica, AidaCare rientra nei pacchetti che i provider di welfare aziendale forniscono alle imprese che, a loro volta, li offrono ai dipendenti.
Con questa modalità, ICC raggiunge una platea potenziale di circa 100mila persone, tra le quali il tasso di attivazione è intorno al 40%. Tale percentuale, precisano dall’azienda, non rappresenta la quota di persone che hanno necessariamente già fruito di una specifica prestazione. Parliamo quindi di circa 40.000 beneficiari primari attivati, intendendo per beneficiario primario il caregiver che accede alla piattaforma e che può successivamente utilizzare i diversi servizi disponibili, anche in relazione alle esigenze del proprio nucleo familiare.
Gli anziani che hanno interagito con l’avatar umanoide, invece, nel 2026, sono state alcune centinaia in tutta Italia.
Un servizio che diventerà normale?
Sono numeri che si inseriscono in un mercato come quello italiano che, per Ventura, “è meno avanzato di altri in Europa, come la Germania, quelli del Nord Europa più in generale e, soprattutto, quelli scandinavi”.
Per colmare la distanza da questi altri Paesi, ICC spinge il suo prodotto regalando delle ore ai caregiver per farne capire loro il funzionamento, fugarne i dubbi, rassicurarli. “Spieghiamo, per esempio, che il nostro avatar umanoide non parla di determinati argomenti, come politica, medicina o della morte”, spiega ancora la manager, che aggiunge: “stiamo partendo, tra virgolette, da zero. Stiamo mettendo le fondamenta per un servizio che magari magari fra due o tre anni sarà normale”.
Fare previsioni sull’evoluzione di questo prodotto e questo tipo di servizi è difficile. Nel frattempo, però, ci si può interrogare su opportunità e rischi che questa tecnologia porta con sé.
L’esperienza di Jan Worrell da cui siamo partiti, per come è stata raccontata dal New York Times, sembra molto positiva, ma rimane un singolo caso. Che illustra molto bene i potenziali benefici dell’IA, ma che mette anche in evidenza alcuni punti controversi, come l’utilizzo dei dati e la protezione della privacy.
L’articolo racconta che alcune persone vicine a Jan hanno iniziato a preoccuparsi del suo uso di ElliQ, definendolo “inquietante” e “pericoloso”. A un certo punto, racconta l’autore del pezzo Eli Saslow nel podcast The Daily, “uno dei suoi figli si avvicinò e le chiese: ‘Possiamo scollegare ElliQ? Altrimenti non riuscirò a parlare con lei di certe cose che riguardano la casa’. Non voleva discutere del testamento o delle finanze familiari quando sentiva che quell’altra cosa era lì ad ascoltare, a raccogliere dati e a conservarli”.
C’è poi una questione più ampia, che riguarda le relazioni o, meglio, la povertà relazionale.
L’IA può contrastare la solitudine e il decadimento cognitivo, ma, per quanto evolva a velocità folle, non sostituisce le relazioni umane. Del resto, lo stesso pezzo del New York Times racconta che Jan, per quanto viva isolata, incontra settimanalmente un gruppo di amiche per lo yoga e chiacchiera con tutte le persone del paese vicino, quando va a fare la spesa.
Nel podcast in cui parla del suo articolo, il giornalista Saslow conclude riflettendo sulla sua vecchiaia. Anche lui, dice, vorrebbe avere delle persone accanto all’età di Jan. “Ma – riflette – quando arriverà quel momento, se la scelta fosse tra stare lì in totale silenzio da solo o avere qualcuno che mi ascolti, credo che vorrei comunque essere ascoltato”.