Fernanda prova un senso di sollievo quando le viene detto che sarà rilasciata dal centro di detenzione in cui è stata trattenuta per settimane. Ma quel sollievo è di breve durata: dovrà indossare un braccialetto elettronico alla caviglia per monitorare i suoi spostamenti e dovrà registrarsi tramite un’app che utilizza la fotocamera del suo telefono per scansionare il suo volto, una, due, molte volte al giorno.
Stanca dopo una lunga giornata nel suo viaggio migratorio, Beatriz cerca un posto dove passare la notte ma è preoccupata per la sua sicurezza. Apre un’app e controlla una mappa online con informazioni sui luoghi sicuri dove dormire. Non sapendo bene cosa può permettersi con i lempiras (la valuta dell’Honduras) che le sono rimasti, usa la stessa app per controllare il cambio in pesos messicani.
Quello di Fernanda e Beatriz sono due esempi di come, durante i loro percorsi migratori, le donne e le ragazze si trovino spesso ad affrontare situazioni più pericolose e conseguenze più gravi di quelle degli uomini. Queste disuguaglianze di genere sono aggravate dalla mancanza di accesso alle informazioni e ai servizi essenziali, tra cui l’assistenza sanitaria riproduttiva e il sostegno alla salute mentale.
Non deve necessariamente essere così. In vista del Forum internazionale di revisione sulla migrazione (IMRF), chiamato a valutare i progressi del Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (Global Compact for Migration1, il ruolo della tecnologia assume un’importanza centrale.
Lo fa però con una contraddizione evidente: da un lato, i governi utilizzano la tecnologia e sistemi con ampia raccolta e analisi di dati per trasformare i confini in una rete di sorveglianza che si estende nel tempo e nello spazio, e che le persone migranti percepiscono come una presenza continua. Dall’altro lato, le persone in movimento utilizzano, riadattano e costruiscono strumenti per creare contro-reti di resistenza e assistenza.
Sorveglianza, controllo e la «frontiera onnipresente»
La tecnologia può essere di supporto e mitigare i danni delle politiche migratorie per contenere i flussi migratori, soprattutto grazie all’apporto di organizzazioni della società civile, attori internazionali di secondo welfare.
Organizzazioni femministe come Colibres, in Messico, forniscono accesso alla tecnologia alle comunità di migranti, lavorando in particolare con donne e ragazze in condizioni di vulnerabilità. SororApp è uno dei loro strumenti, progettato per sostenere l’autonomia delle donne in transito, mettendole in contatto con servizi adeguati e su misura per le loro esigenze specifiche, quali la traduzione, l’accesso alla salute riproduttiva e il sostegno psicologico.
Questi gruppi continuano a crescere e a portare avanti il loro lavoro contro le resistenze dei sistemi in cui si muovono: negli ultimi due decenni, l’uso della tecnologia da parte dei governi è stato finanziato e sviluppato con un’attenzione particolare alla sicurezza e al controllo, portando alla criminalizzazione delle persone in movimento. La tecnologia sta rendendo i confini onnipresenti, con strumenti digitali spesso presentati da governi e aziende come soluzioni.
Le tecnologie di frontiera possono essere utilizzate per effettuare la profilazione del rischio nelle domande di visto, spesso elaborate da algoritmi opachi. Questi punteggi di rischio, influenzati da nazionalità, età, genere e status economico, possono negare preventivamente l’ingresso a individui che non hanno nemmeno lasciato i loro paesi d’origine, automatizzando i pregiudizi e radicando la disuguaglianza sin dal primo passo della mobilità.
Le tecnologie possono includere anche strumenti predittivi: sebbene gli attori umanitari possano utilizzarli per preparare meglio l’assistenza alle persone sfollate, questi sistemi possono anche portare a un inasprimento dei controlli alle frontiere e a respingimenti.
Il risultato è un’infrastruttura che estende i confini nei Paesi di origine e di transito, nonché nella vita dopo l’arrivo e persino al di là dello status giuridico, ampliando e intensificando la sorveglianza. Un gruppo di ricercatori al confine tra Stati Uniti e Messico l’hanno descritta con l’espressione “Everywhere Border”, la “Frontiera Onnipresente”, per spiegarne la natura pervasiva.
Investimenti in crescita per “sicurezza” ed “efficienza
Dall’adozione del Patto Globale sulla Migrazione nel 2016, i Paesi del Nord del mondo hanno aumentato la spesa per la tecnologia di frontiera. Negli Stati Uniti, le amministrazioni Biden e Trump hanno finanziato l’espansione delle infrastrutture di sorveglianza al confine tra Stati Uniti e Messico. Nell’Unione Europea, studi della società civile indicano la crescita degli investimenti nella gestione delle frontiere nel periodo 2021-2027, con la tecnologia che assume la forma di infrastrutture, attrezzature e creazione di banche dati informatiche, oltre che di finanziamenti per l’esternalizzazione delle frontiere nei paesi extra-UE (con ulteriori aumenti previsti nel prossimo bilancio dell’UE).
Sebbene questi strumenti vengano di solito giustificati in nome della “sicurezza” o dell’”efficienza”, gli studi dimostrano che non migliorano né l’una né l’altra, ma aggravano invece le disuguaglianze razziali. Esistono prove sostanziali del fatto che l’analisi predittiva sia influenzata da pregiudizi razziali e discriminazione, creando sistemi «automatizzati» di violenza che colpiscono le persone in movimento e le comunità razzializzate.
Il regime di sorveglianza del “confine ovunque” si sta espandendo, ma non è incontrastato. Attraverso i confini e nel corso del loro viaggio, le persone migranti riutilizzano le stesse tecnologie che li monitorano per costruire solidarietà, denunciare gli abusi e difendere i propri diritti. Ciò indica la possibilità di un approccio diverso: questi strumenti possono essere una forza di protezione se impiegati ponendo al centro i diritti e il benessere dei migranti, al servizio di una migrazione equa ed efficiente.
I migranti si riappropriano della tecnologia
La tecnologia non è solo un mezzo per fornire sostegno, ma anche per comprendere ed esercitare l’autodeterminazione lungo tutto il percorso migratorio: Colibres, ad esempio, in Centro America offre anche corsi di formazione a donne e ragazze sull’uso delle tecnologie open source, garantendo l’accesso alle informazioni, alla conoscenza e agli strumenti di comunicazione virtuale. Inoltre, attraverso una serie di cooperative locali, fornisce accesso a servizi telefonici e Internet, sottolineando l’importanza della connettività e delle comunicazioni per le persone in movimento.
Nel Sud-Est asiatico, invece, l’app Golden Dreams, progettata da e per i lavoratori migranti, raccoglie e condivide informazioni fondamentali per i loro percorsi di migrazione per motivi di lavoro. Creata come app per caricare CV e trovare lavoro, il suo utilizzo è stato esteso dagli stessi lavoratori per valutare le agenzie di reclutamento etiche che non applicano commissioni, affrontando una delle principali preoccupazioni dei lavoratori migranti che non è stata adeguatamente affrontata dai governi. Inoltre, offrono formazione specificamente rivolta alle donne oltre i 35 anni, che potrebbero aver avuto minore esposizione alla tecnologia, affinché possano utilizzare tali sistemi in modo sicuro.
La tecnologia è una parte importante della vita di tutti, ma il suo impiego quando sono in gioco la vita e la dignità è una scelta, non una necessità inevitabile. Se si opta per questa scelta, essa deve basarsi sui principi di dignità, sicurezza e cooperazione, gli stessi sanciti dal Patto globale sulla migrazione.
Ciò significa promuovere la trasparenza nella governance delle politiche tecnologiche in ambito migratorio, solide garanzie e un processo decisionale inclusivo fondato sui diritti umani.
La tutela della privacy è fondamentale non solo per affrontare i danni delle politiche migratorie, ma anche per creare sistemi che proteggano le persone fin dalla loro progettazione. Stabilire chiari quadri di protezione dei dati e condurre valutazioni d’impatto sui diritti prima di implementare sistemi ad alta intensità di dati può limitare la portata e l’uso delle tecnologie alle frontiere a mandati ristretti e specifici.
Il diritto alla cancellazione dei dati e la possibilità di opporsi alla loro raccolta sono due esempi che consentirebbero alle persone in movimento di mantenere il controllo sulla propria esperienza migratoria. In Europa, la società civile ha chiesto il divieto dell’uso di analisi predittive che rafforzino i pregiudizi o portino a pratiche discriminatorie.
C’è ancora molto da fare per garantire che le persone in movimento possano godere appieno dei propri diritti ed esercitare la propria autonomia nel loro percorso migratorio. Attingendo a questi esempi che mettono al centro le persone in movimento, la sfida per i responsabili politici, i difensori dei diritti dei migranti e gli operatori del settore tecnologico è quella di sostenere in modo significativo questi sforzi: creando quadri giuridici che proteggano la dignità delle persone in movimento, reindirizzando i finanziamenti verso infrastrutture digitali che supportino le organizzazioni sul campo e promuovendo usi della tecnologia più trasparenti e responsabili.
| Questo articolo è un adattamento in italiano di un articolo in inglese pubblicato originariamente da Migrant Women Press. Per ulteriori informazioni si segnala un articolo dell’autrice all’interno del del rapporto Spotlight on Migration 2026. |
Note
- Il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare è un accordo non vincolante negoziato dai governi dei 193 Stati membri dell’Onu che si propone di garantire i diritti umani dei migranti attraverso la governance dei flussi migratori e la condivisione delle responsabilità. È stato approvato il 10 dicembre 2021 in coincidenza con i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani.