Chi legge il nostro Focus Assistenti sociali probabilmente conosce bene alcune delle sfide più significative che la professione si trova ad affrontare. Si tratta di questioni che in realtà riguardano una buona parte delle professioni sociali e socio-sanitarie, per esempio educatori/trici professionali, ma anche operatori/trici socio-sanitari e assistenti familiari.
Qualche esempio? Gli organici sono spesso insufficienti, anche se non dappertutto allo stesso modo. Gli stipendi non sono particolarmente elevati, specialmente se confrontati con il carico di responsabilità, emotivo e psicologico che questi lavori comportano. A questo si aggiunge una scarsa considerazione di questi lavori da un punto di vista sociale: se OSS e assistenti familiari (i/le cosiddetti/e badanti) sono generalmente considerati come lavori a bassa qualificazione, professioni ordinate come quelle quella dell’assistente sociale gode invece di una nomea particolarmente negativa (specialmente in corrispondenza di alcuni casi di cronaca).
Una recente ricerca pubblicata da Fondazione Cariplo aiuta ad approfondire questi e altri aspetti legati alle professioni sociali, con particolare riguardo per quanto accade nel Terzo Settore, analizzando la situazione attuale e fornendo alcune riflessioni su quel che potrebbe accadere in futuro.
Le professioni sociali nel Terzo Settore
Le condizioni di lavoro di questi/e professionisti/e variano molto in base a diversi fattori. Il principale fra questi è probabilmente il settore in cui si lavora: essere dipendente pubblico o di una cooperativa sociale, per esempio, comporta condizioni lavorative molto diverse in termini di stipendio, tutele, autonomia professionale. Diverse ricerche hanno cercato di approfondire il rapporto fra Terzo Settore e professioni sociali (ne avevamo parlato qui, per esempio).
Alla fine del 2025 la Fondazione Cariplo ha pubblicato un contributo di ricerca in questo ambito: il Quaderno “Professionalità qualificate nei servizi di cura. Sfide per la reperibilità e il trattenimento nel Terzo Settore“. Si tratta di un volume particolarmente interessante, che analizza il mercato del lavoro delle professioni di cura, con un focus sul personale laureato e sulle difficoltà di reperimento e trattenimento evidenziate dalle organizzazioni del Terzo Settore.
Il Quaderno è basato su un disegno di ricerca solido, che ha combinato approcci quantitativi e qualitativi allo scopo di esplorare da più punti di vista lo stato attuale e le sfide future in questo ambito. In particolare il gruppo di ricerca – Gian Paolo Barbetta, Paolo Canino, Stefano Cima e Nicola Orlando – ha realizzato queste rilevazioni:
- mappatura delle professioni di cura1: un processo necessario per stabilire il “perimetro” della ricerca, attraverso una ricognizione delle principali fonti normative della letteratura scientifica e “grigia” sulle professioni di cura;
- analisi dei dati sulla formazione universitaria e occupazionali delle professioni individuate dalla mappatura;
- analisi del fabbisogno occupazionale per il periodo 2024-2028, con particolare riferimento alla “filiera della salute” (uno dei settori analizzati dalla rilevazione Unioncamere-Excelsior, che tra le altre cose monitora costantemente i fabbisogni occupazionali, le lacune tra domanda e offerta di lavoro e le difficoltà di reperimento);
- indagini qualitative: attraverso interviste e focus group con esperte, dirigenti, accademici e operatrici del settore sono state raccolte testimonianze dirette sulle difficoltà di reclutamento, le condizioni lavorative e le soluzioni proposte.
- impiego dei dati dell’indagine “Mille Voci per Comprendere2”.
Alcuni dati e spunti interessanti
Il Quaderno di ricerca ha rilevato alcuni elementi cruciali, discussi anche nell’ambito di un partecipatissimo evento di presentazione (si può rivedere integralmente qui).
Innanzitutto negli ultimi dieci anni si è registrato un incremento del 30% nelle iscrizioni universitarie a corsi di laurea afferenti alle professioni mappate dalla ricerca, con una forte predominanza femminile (dal 70% al 92%). L’ambito educativo ha visto la crescita maggiore, mentre il settore socio-assistenziale ha subito un calo dal 2020.
La ricerca evidenzia anche però che, nonostante l’aumento di laureati e laureate in questi ambiti, le organizzazioni del Terzo Settore faticano a reperire e trattenere personale qualificato. Le ragioni individuate dalla ricerca, così come sintetizzate da Canino durante l’evento di presentazione, sono fondamentalmente due e intrecciate fra loro. Innanzitutto le basse retribuzioni: secondo i dati Istat inseriti nel rapporto lo stipendio medio per un lavoratore dipendente in Italia, indipendentemente dal settore di impiego, è pari a 27.785 euro; la media nel settore di cura scende però a 19.135 euro. L’altro elemento di ostacolo è la “concorrenza” del settore pubblico rispetto al Terzo Settore: quest’ultimo è infatti caratterizzato da stipendi più bassi, maggiori carichi di lavoro, precarietà e limitate opportunità di crescita professionale.
Le prospettive future non sono incoraggianti: secondo le previsioni tra il 2024 e il 2028 la domanda di professionisti nella “filiera della salute” aumenterà tra 44.000 e 70.000 unità. Investire nella ricerca e nel trattenimento del personale nel Terzo Settore rappresenta dunque non solo una sfida per il presente, ma probabilmente una condizione necessaria per la sopravvivenza del Terzo Settore nel prossimo futuro. E per la sostenibilità dell’intero sistema socio-sanitario, che vede nel Terzo Settore uno stakeholder ormai indispensabile.
Che fare?
In questo contesto, secondo gli autori dello studio, è necessario intervenire con approcci integrati.
Una strategia emersa come promettente, per esempio, è il rafforzamento di iniziative di welfare aziendale in senso lato (come flessibilità oraria, opportunità formative, ecc.). Meno efficaci, almeno nel breve periodo, si stanno dimostrando campagne di sensibilizzazione volte a raccontare in modo più realistico ma anche più qualificante le professioni sociali e sanitarie. Un terzo elemento cruciale è il miglioramento delle condizioni contrattuali e retributive: su questo ambito si è concentrata una buona parte del confronto durante l’evento di presentazione. Come sottolineato da Barbara Da Roit, sociologa e professoressa ordinaria all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si tratta di un aspetto imprescindibile in cui anche il settore pubblico è chiamato a intervenire: se aumentano gli stipendi, infatti, aumenta anche il costo dei servizi. Dunque è necessario che l’attore pubblico si impegni per garantire che i servizi restino accessibili.
Un ultimo elemento evidenziato dal Quaderno è la necessità di ripensare il rapporto tra pubblico e Terzo Settore “promuovendo una relazione paritaria e collaborativa che, passando attraverso una reale co-progettazione dei servizi, possa ridare un riconoscimento economico e di valore al Terzo Settore” (p. 120). Una più piena valorizzazione dell’apporto di tutti gli stakeholder territoriali, in una logica di secondo welfare, secondo gli autori potrebbe contribuire a rendere più appetibile – anche perché più innovativo e stimolante – svolgere una professionale sociale nel Terzo Settore.
Attrarre talenti, e specialmente giovani talenti, nel Terzo Settore rappresenta dunque una sfida fondamentale: per reperire nuove energie e risorse necessarie a garantire la continuità non solo del Terzo Settore, ma di tutto il sistema.
Note
- Le professioni socio-sanitarie e socio-educative considerate dallo studio sono: assistente sociale; assistente sociale specialista; tecnico della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro; terapista occupazionale/ergoterapista; terapista della riabilitazione; educatore professionale; tecnico della riabilitazione psichiatrica; logopedista; psicologo; psicoterapeuta.
- Si tratta di una rilevazione “panel” avviata sempre dalla Fondazione Cariplo, a partire dal 2021, per comprendere più da vicino l’evoluzione degli Enti di Terzo Settore lombardi.