“Le cooperative non possono fare a meno dell’innovazione digitale”. Piero Ingrosso ha le idee chiare, sul presente e soprattutto sul futuro. Il presidente della Fondazione PICO, il Digital Innovation Hub di Legacoop Nazionale, ce lo dice mentre riflette del progetto Cooperazione Digitale, da poco concluso.
L’iniziativa pluriennale ha coinvolto 381 cooperative ed enti del Terzo Settore che fanno riferimento, oltre a Legacoop, anche alle altre grandi centrali cooperative italiane, Confcooperative e Associazione Generale delle Cooperative Italiane. A finanziare il progetto, con 3,5 milioni di euro, è stata Google.org, la divisione filantropica di Google.
L’obiettivo era far cogliere le opportunità offerte dalla trasformazione digitale a tutte le imprese cooperative e non profit, dando priorità a quelle vulnerabili: realtà operanti in territori periferici o svantaggiate economicamente, create e gestite prevalentemente da donne o giovani, imprese rigenerate da lavoratori e lavoratrici (workers buyout) cooperative che gestiscono i beni confiscati alle mafie.
Dopo 3 anni, a intervento concluso, Ingrosso si dice soddisfatto: “grazie a questo progetto, siamo riusciti ad avviare dei processi di innovazione”. Ma come è stato fatto?
Cooperative vulnerabili, in rete, per progetti replicabili
Cooperazione Digitale è partito nel 2022 ed è stato gestito dall’Associazione Economia Sociale Digitale, partecipata dalle tre organizzazioni che hanno creato l’Alleanza delle Cooperative italiane: Consorzio Ruini per AGCI, NODE per Confcooperative e, appunto, Fondazione PICO per Legacoop.
Gli enti che hanno partecipato sono stati selezionati tramite delle specifiche call, in cui presentavano i loro progetti, con un budget massimo di 10.000 euro per gli interventi di un solo ente e fino a 120.000 euro per quelli di rete. La valutazione ha premiato, ai fini della graduatoria finale, le proposte provenienti da realtà “vulnerabili”; replicabili in altri contesti; costruite attraverso reti di più imprese.
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“I contributi per ciascuna cooperativa non erano economicamente elevati, quindi le grandi e medie organizzazioni erano meno interessate. Abbiamo lavorato soprattutto con le piccole e le micro cooperative, mettendole in alcuni casi in rete”, spiega Ingrosso, che di digitale si occupa ogni giorno dato che è anche direttore dell’area innovazione, promozione e digitale di Coopfond, il fondo mutualistico di Legacoop.
Le cooperative di Legacoop seguite da Fondazione PICO, in particolare, sono state 201 per un totale di 19.819 socie e soci coinvolti mentre i progetti finanziati sono stati 80. Si va dal settore culturale, con un museo interattivo dell’antimafia in Sicilia, allo sviluppo di robot per le terapie nell’autismo o di app per la logistica integrata fino a una rete di supermercati condominiali solidali a Milano, Torino e Bologna.
Fotografare i bisogni, avviare processi
“Negli ultimi cinque-sei anni, gli scenari sono cambiati radicalmente, quando si parla di innovazione digitale. C’è stato un pre-Covid, un post-Covid e poi ora c’è una forte attenzione per l’intelligenza artificiale. Noi, con Fondazione PICO, fotografiamo i bisogni e poi cerchiamo di formulare delle risposte”, spiega Ingrosso.
Fotografare i bisogni è un’azione che, a suo giudizio, il progetto Cooperazione Digitale ha svolto particolarmente bene. “Ci ha permesso di dare delle indicazioni alle cooperative che spesso non avevano la maturità digitale o la piena consapevolezza di quello di cui avessero bisogno in termini di innovazione digitale”, ragiona.
Poi, chiaramente, il passo successivo e necessario è stato il sostegno economico. “Non si è trattato di cifre enormi, ma per alcune realtà, soprattutto quelle piccolissime, sono state importanti perché altrimenti non avrebbero avuto nessun budget a disposizione. Questi fondi hanno consentito loro di mettere in moto dei processi o dei meccanismi di autoconsapevolezza”, aggiunge il presidente di Fondazione PICO.
Spingere le cooperative a lavorare insieme è stato un altro elemento centrale, soprattutto a fronte di risorse economiche limitate. Degli 80 progetti seguiti da Fondazione PICO, 18 sono stati progetti di rete che hanno coinvolto più cooperative. “Se fai innovazione da solo, con una piccola cifra, ottieni risultati modesti. Se, invece, metti insieme tante cooperative piccole e aggreghi le loro risorse economiche, non avrai comunque i miliardi per fare investimenti tech enormi, ma puoi massimizzare i risultati”.
In Liguria, per esempio, Cooperazione Digitale ha consentito lo sviluppo di un ecosistema digitale di turismo sostenibile, finalizzato alla valorizzazione delle diversità locali e alla tutela dell’ambiente, nonché al sostegno dello sviluppo economico e occupazionale del territorio ligure. Il progetto, che si chiama On the Coop Road, coinvolge 35 cooperative femminili, sociali, di comunità, di pesca e del turismo e ha ora un suo sito sul quale poter prenotare pernottamenti, pasti e attività.
Cooperazione digitale, e poi?
Casi come questo sono fondamentali per ragionare su come replicare e scalare un’esperienza come Cooperazione Digitale, per ampliare sempre più l’accesso a strumenti e fondi in un settore che in Italia conta circa 70.000 cooperative, per 1,3 milioni di addetti e quasi 170 miliardi di euro di fatturato.
“Cooperazione Digitale è stato molto importante, perché ci ha permesso anche di delineare future strategie del mondo Legacoop”, dice Ingrosso a tal proposito. Le iniziative cui si riferisce sono diverse.
La prima è già in corso, e si concluderà il prossimo aprile. Si chiama Digital ACE ed è una collaborazione tra Fondazione PICO, Legacoop e CNA, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa. Le tre realtà hanno vinto un bando PNRR del Ministero delle Imprese e del Made in Italy per creare dei poli di innovazione e ora stanno accompagnando 1.000 imprese cooperative e artigiane in percorsi di trasformazione digitale, in particolare nel Sud Italia.
La seconda è più ampia e riguarda, invece, Coopfond, il fondo mutualistico di Legacoop: si chiama Cooding, acronimo di Cooperative Digital Innovation Goals. “Cooperazione Digitale ha contribuito a sviluppare anche questa iniziativa”, commenta Ingrosso, spiegando che si sviluppa in tre direzioni: il rafforzamento delle reti di collaborazione tra cooperative, il finanziamento di interventi di innovazione e l’investimento in prototipi. Questo è l’ambito che Ingrosso considera più “interessante e originale” poiché sostiene progetti presentati da raggruppamenti di almeno 10 cooperative che intendono sviluppare insieme prototipi o progetti sperimentali di filiera o di settore in grado da generare impatto positivo per tutti i soggetti coinvolti.
Open innovation, oggi come ieri
Il progetto Cooperazione Digitale appena concluso, il polo di innovazione, le molteplici azioni di Cooding e, più in generale, tutto l’impegno di Legacoop nel campo del digitale, per Ingrosso, sono tutti modi per rendere attuale e contemporaneo il mondo cooperativo.
A suo parere, spingere più cooperative a collaborare su dei prototipi, consente di “incentivare il nostro antichissimo principio di cooperare tra cooperative, che io considero un antesignano di quella che oggi, a partire dagli Usa, viene chiamata open innovation”.
L’open innovation (innovazione aperta o collaborativa, in italiano), è “un paradigma di innovazione che incoraggia le aziende a utilizzare idee esterne e a condividere con altri conoscenze interne per sviluppare nuovi prodotti, servizi e soluzioni”, spiega l’Università di Bologna. Il concetto si può applicare non solo alle imprese profit, ma anche agli enti del Terzo Settore, come le cooperative. Anzi, secondo Ingrosso, è proprio tra queste che trova la sua migliore applicazione.
“Per tutta una serie di ragioni, le imprese fanno più fatica ad andare a cercare l’innovazione al loro esterno. Per delle cooperative che dialogano e che fanno parte dello stesso ecosistema, invece, è molto più semplice”, argomenta, sostenendo che gli strumenti digitali possono facilitare ulteriormente questo processo.
“La visione digitale è imprescindibile. Poi, ogni cooperativa la può applicare con un’intensità diversa a seconda della sua tipologia, delle sue capacità, dei mercati in cui opera, però è fondamentale. E – conclude Ingrosso – posso dire che, rispetto a qualche anno fa, ora il livello di consapevolezza e attenzione è altissimo, e con l’arrivo dell’IA è cresciuto ancora di più”.