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Un numero crescente di edicole, soprattutto a causa della crisi del mondo dell’editoria, chiude o rischia di chiudere. Ma nel Paese, come spieghiamo nella nostra ultima inchiesta per Corriere Buone Notizie, crescono le esperienze di spazi rilanciati o recuperati in un’ottica sociale, diventando luoghi delle e per le comunità. Di seguito Elisabetta Cibinel delinea i caratteri di questi nuovi presidi territoriali di prossimità, mentre qui Paolo Riva ci aiuta a inquadrare il contesto in cui si sono svilppati, oltre a raccontare di alcuni esempi concreti.


Le reti familiari e sociali sono sempre più sfilacciate ed è difficile soddisfare piccoli bisogni quotidiani legati alla cura della casa. Cresce l’attenzione al commercio di prossimità e, più in generale, alla dimensione locale e di quartiere. Le esigenze di conciliazione si fanno sempre più complesse. Sono alcune ragioni alla base della nascita delle edicole “sociali”, che potremmo sintetizzare così: esistono bisogni sociali che difficilmente sono intercettati da istituzioni pubbliche o da altre reti “tradizionali” e che, proprio per questo, spesso faticano a trovare risposta. Il desiderio di soddisfare tali esigenze è ciò che qualifica il carattere sociale di tante iniziative che nascono nelle nostre città. Le edicole, essendo un punto di passaggio quotidiano e vicino alle comunità, possono interpretare efficacemente questo ruolo assumendo, appunto, una connotazione "sociale".

Tuttavia queste possono diventare presidi territoriali di (secondo) welfare davvero innovativi nella misura in cui prestano attenzione a due questioni: l’attenzione alla qualità dei servizi e la cura del territorio. Il primo aspetto rappresenta per certi versi una sfida alla natura stessa dell’edicola: come fare in modo che un servizio relativamente informale garantisca servizi sociali di qualità? Le diverse esperienze esistenti si sono interrogate su questo punto, cercando di trovare un equilibrio tra l’accessibilità (fisica ed economica) del servizio e la ricerca di qualità e affidabilità attraverso sistemi di accreditamento, richiesta di referenze e recensioni, supervisione da parte degli “edicolanti”. 

Il secondo punto è più complesso: come trasformare uno spazio di passaggio in un luogo che appartiene alla comunità? Questo percorso richiede innanzitutto un intenso lavoro di tessitura di una rete tra esercizi commerciali, amministrazioni pubbliche, Terzo Settore, persone e famiglie che vivono e lavorano intorno all’edicola. L’incontro con il territorio deve prevedere anche l’impiego di strumenti concreti di ascolto dei bisogni esistenti ed emergenti (incontri, questionari, interviste). Questo può e deve tradursi in un tentativo di rispondere alle esigenze registrate, possibilmente con l’aiuto degli attori stessi: la dimensione allargata del quartiere permette di connettere con relativa facilità chi offre un servizio o un prodotto e chi lo richiede, a condizione che ci siano presidi che facilitano questo incontro.

Tale impegno chiama in causa l’ultima dimensione innovativa: il tentativo di far comunicare tra loro ambiti ordinariamente percepiti come separati tra loro. Ricucire l’estraneità e curare la prossimità tra i diversi ambiti di vita delle persone – la cultura, gli acquisti, la manutenzione della casa, la cura degli affetti, le condizioni di esclusione sociale – rappresenta una grande sfida per le nostre comunità. I contesti di vita sono sempre più interconnessi: l’economia può interrogarsi sull’ambiente, la cultura può favorire l’inclusione sociale, gli acquisti possono essere solidali e sostenere la dignità e i diritti delle persone. Questa intersezionalità ha bisogno di essere nutrita da siti quotidiani e prossimali come, appunto, le edicole. Così un punto di passaggio, apparentemente uno spazio di nessuno, diventa il luogo di tutti e di tutte.

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 18 maggio 2021 nell’ambito della collaborazione tra Secondo Welfare e Buone Notizie; è qui riprodotto previo consenso dell’autrice.

Foto: Lo "Spaccio di cultura", promosso dalla Rete Italiana di Cultura Popolare e ricavato da un’edicola di Torino