Primo Welfare

Con il termine “primo welfare” ci riferiamo al sistema tradizionale di protezione sociale organizzato e gestito dallo Stato tra fine Ottocento e inizio Novecento per rispondere a rischi e bisogni sociali dei cittadini. Per questo esso è spesso indicato anche come “Welfare State” o “Stato Sociale”

Il primo welfare include una serie di politiche pubbliche e programmi “essenziali” – come pensioni, assistenza sanitaria, tutele contro la disoccupazione, istruzione, politiche per la famiglia, politiche abitative, etc. – che intendono garantire il benessere dei cittadini attraverso la redistribuzione delle risorse e la fornitura di servizi.

Il primo welfare rappresenta quindi la base del sistema di protezione sociale. Su di esso si innestano le evoluzioni e le integrazioni del secondo welfare, che coinvolge attori non-pubblici (Terzo Settore, aziende, corpi intermedi…) per rispondere ai rischi e bisogni in una logica sussidiaria e integrativa rispetto alle politiche pubbliche tradizionali.

Di seguito i nostri articoli in cui approfondiamo dinamiche e esperienze realizzate nel perimetro del primo welfare.

Rita Querzè sul Corriere della Sera spiega che gli approcci sono sostanzialmente due. Per Alessandro Rosina una loro combinazione potrebbe essere la strada più giusta.
Un recente volume, a partire dall’analisi delle relazioni sociali e del lavoro nell’economia delle piattaforme, propone un modello di regolazione finalizzato alla tutela dei diritti fondamentali degli utenti.
A Pisa è stato finanziato un alloggio per anziani non autosufficienti. Il palazzo è pronto, ma non è mai stato aperto all'utenza. E questo è un problema che riguarda come l’Italia spende e monitora i fondi dell’Unione Europea.
È possibile lavorare meno ore ma solo a fronte di un aumento della produttività e di uno sviluppo della conciliazione. Ora i sindacati devono investire su sperimentazioni e contrattazione: il settore delle auto potrebbe essere quello giusto.
È il tema del Rapporto annuale di Labsus, che ha scelto di concentrarsi sulle scuole come beni comuni e sul ruolo dell'amministrazione condivisa nel sistema educativo italiano.
Sul Corriere della Sera Massimiliano Jattoni Dall’Asén spiega che in Italia i dati mostrano sì un aumento delle dimissione volontarie, ma anche un contestuale aumento degli occupati. Nel nostro Paese dunque avrebbe forse più senso parlare di "great reallocation".
I dati dicono che a marzo i bandi del Piano hanno stanziato più risorse degli ultimi sei mesi messi assieme. La speranza è che si tratti dell'atteso cambio di passo, ma il ritardo è ormai evidente su tutti i fronti: riforme, investimenti e realizzazione dei progetti. E la cosa peggiore è che non è una sorpresa.
I "patti di collaborazione" e i "patti educativi di comunità" offrono un nuovo modo di fare scuola. Li ha mappati Labsus in un report realizzato con Indire. Ne parla Giulio Sensi sul Corriere della Sera.
Coprogrammazione e coprogettazione, che poggiano ormai su un quadro giuridico chiaro, potrebbero essere utilizzati anche per perseguire gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Ma per evitare "gare mascherate" servono strumenti radicalmente alternativi a quelli competitivi.
Michele Bertola ha scritto un libro che racconta le storie di donne e uomini che nei Comuni hanno provato a innovare la Pubblica Amministrazione. È in corso crowdfunding per farlo diventare una rappresentazione teatrale.