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Disintermediare stanca.
E il Governo italiano sembra essersi stancato.

È la conclusione cui si arriva interloquendo con Francesco Seghezzi, sociologo del lavoro, docente a contratto dell’Università di Bergamo e presidente di ADAPT. Autore del saggio “Disintermediare stanca. Democrazia economica, populismo e crisi del collettivo”, Seghezzi parla con Percorsi di Secondo Welfare del suo libro, pubblicato ad inizio anno da Franco Angeli, e del cosiddetto decreto Primo Maggio, approvato dal Governo alla vigilia della festa dei lavoratori.

“Tra il volume e il decreto, credo ci siano molti elementi di dialogo”, ci dice.

Proviamo a capire perché.

Disintermediazione: tra populismo e realtà

Il libro di Seghezzi si occupa dei rapporti tra populismo e sindacato. Vi si legge che i movimenti populisti sono “spesso nati a partire da rivendicazioni economiche, occupando il posto del sindacato e, allo stesso tempo, criticandone l’inefficienza e, con essa, lo stesso modello di rappresentanza, finendo per sposare il principio della disintermediazione”.

I tanti partiti populisti che negli ultimi due decenni almeno sono cresciuti in Europa, continua il volume, si propongono come “un’alternativa diretta e non mediata alle forme tradizionali di partecipazione”, come quella sindacale. Vogliono stabilire un rapporto diretto tra il leader e la base, tra il capo e i cittadini. Vogliono, quindi, disintermediare, soprattutto quando sono all’opposizione, senza responsabilità.

Poi, quando ottengono il potere, si scontrano con la realtà e, in molti casi, finiscono per sperimentare tutti i limiti della disintermediazione che, come dice il titolo del libro, stanca.

Un processo reversibile

Per confermare la sua idea, Seghezzi nel libro passa in rassegna diversi casi nazionali, tra quello italiano. Per il sociologo, la logica della disintermediazione nel nostro Paese è stata interpretata, con forme diverse, da Renzi, dal Movimento 5 Stelle, dalla Lega e, almeno in una prima fase, anche da Giorgia Meloni. Da quando la leader di Fratelli d’Italia ha ottenuto il potere, però, “si riscontra un atteggiamento ondivago del Governo nei confronti del mondo sindacale”.

Francesco Seghezzi

Da un lato, ci sono stati gli attacchi del vice premier Matteo Salvini contro i sindacati per gli scioperi o le aperture a sigle non confederali come l’UGL, ma dall’altro anche l’approvazione della legge sulla partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese, fortemente sostenuta dalla CISL. In definitiva, si legge nel volume, “l’ascesa dei partiti populisti in Italia non ha condotto a una disintermediazione strutturale e irreversibile, ma piuttosto a una persistente alternanza tra pratiche unilaterali e momenti – più sporadici – di negoziazione istituzionale”.

Il decreto Primo Maggio, secondo Seghezzi, va proprio in quest’ultima direzione e le dichiarazioni dei rappresentanti del Governo sembrano confermarlo. Per Meloni, infatti, il provvedimento è “un punto di partenza di un’alleanza, un patto con i corpi intermedi, con le organizzazioni sindacali e datoriali” mentre la Ministra del Lavoro Marina Calderone ha parlato di “sostegno alla contrattazione di qualitàe di “valorizzare le garanzie che dà il contratto collettivo di lavoro”.

Salario giusto e salario minimo

Le misure contenute nel decreto sono diverse, ma la più significativa per questo ragionamento è quella del salario giusto. Come ha ben sintetizzato Claudia Voltattorni sul Corriere della sera, con questo strumento il Governo abbandona l’idea di entrare a gamba tesa nella trattativa sulle regole della contrattazione in corso da mesi tra Cgil, Cisl, Uil e le maggiori sigle imprenditoriali. Anzi, decide che il salario giusto è proprio quello fissato dai contratti di categoria stipulati da sindacati e sigle datoriali “comparativamente più rappresentative”, quindi, Cgil, Cisl, Uil per i lavoratori e Confindustria, Confcommercio e le altre grandi associazioni per le imprese.

“Come ha certificato il Cnel, già ora il 97% dei dipendenti privati è coperto da uno dei 99 contratti stipulati da Cgil, Cisl e Uil mentre solo il 2%, 350 mila lavoratori, da uno degli 800 contratti firmati da sigle minori, spesso a scopo di dumping salariale. Il decreto Primo Maggio, proprio per scoraggiare il ricorso a questi contratti pirata1, stabilisce che gli incentivi pubblici non verranno più dati alle aziende che non applicano i contratti più rappresentativi”, aggiunge un altro articolo di Enrico Marro sempre sul Corriere.

Salario minimo: di cosa stiamo parlando?

Seghezzi pensa che sia un provvedimento “sostanzialmente positivo” perché “il governo riconosce che la definizione del giusto salario deve essere lasciata ai soggetti comparativamente più rappresentativi, ovvero a coloro che hanno una base di rappresentanza reale, una storia e una tradizione consolidate”. Per questo, il decreto Primo Maggio è una misura che non segue la logica della disintermediazione attuata negli ultimi anni, ma va nella direzione opposta.

Al contrario, il salario minimo, sostenuto dall’opposizione e sempre rifiutato dal Governo, per Seghezzi sarebbe stato una misura di disintermediazione in un contesto come il nostro. “Nel caso italiano, dove la contrattazione collettiva è fortemente radicata, il rischio è che le imprese smettano di aderire alla contrattazione collettiva, ritenendo sufficiente il semplice rispetto del salario minimo stabilito per legge dallo Stato. Questo indebolirebbe tutti gli attori della rappresentanza, sia quelli datoriali che quelli sindacali, e come conseguenza peggiorerebbe anche le condizioni di alcuni lavoratori”, sostiene l’esperto.

Un momento difficile, simile alla pandemia

Il decreto Primo Maggio, quindi, si può interpretare come una mano tesa del Governo verso le parti sociali. E, secondo Seghezzi, questa mossa è dettata dalla congiuntura economica internazionale segnata dalle conseguenze della guerra in Medio Oriente (i cui effetti, come spiegavamo qui, si iniziano a far vedere anche in ambito sociale, ndr). La scelta del Governo, a suo parere, è dettata “dalla contingenza: non ci troviamo di fronte a un momento storico ed economico particolarmente favorevole, e quindi è preferibile muoversi nella direzione di relazioni costruttive tra i vari attori istituzionali presenti nel Paese”.

È un’attitudine che, nel suo libro, Seghezzi ha osservato anche durante la pandemia, quando in una situazione di emergenza senza precedenti, in Italia, “le parti sociali sono state necessarie su due livelli distinti. Il primo, che potrebbe risultare in qualche modo analogo a quanto sta per accadere oggi, è stato quello di garantire un minimo di pace sociale, capace di consentire ai vari attori di lavorare insieme sulle priorità dettate da una situazione difficile”.

“Il secondo livello – prosegue – è stato invece più pratico e concreto: durante la pandemia, per riaprire le fabbriche era necessario costruire un sistema di protocolli, e questo era possibile solo con l’accordo di quei soggetti vicini alla realtà produttiva. Solo loro potevano stabilire, fabbrica per fabbrica, le condizioni di sicurezza necessarie alla riapertura, tenendo conto della distanza tra i lavoratori, dei processi produttivi specifici e così via”.

Quando la disintermediazione non funziona

Questo secondo livello, oggi, non è presente, ma rimane valido un insegnamento appreso durante l’emergenza Covid: “nei momenti più complicati, muoversi esclusivamente attraverso la leadership non è sufficiente”, sostiene Seghezzi.

Secondo il suo pensiero, la disintermediazione non funziona, perché una leadership costruita unicamente sulla figura del leader – colui che interpreta la volontà del popolo – non regge di fronte ad almeno due fenomeni. Il primo è una fortissima frammentazione sociale, che rende l’idea di un’unità di fondo del popolo qualcosa che oggi appare utopistica. Il secondo è l’imprevedibilità delle dinamiche geopolitiche internazionali.

“Uno dei limiti più evidenti delle leadership personali e monocratiche – conclude – è proprio quello di cedere di fronte all’imprevedibilità del contesto: in situazioni complesse, si ha invece bisogno di una ramificazione capillare con il territorio, con il popolo, con i settori produttivi, con le aziende e con le istituzioni”.

Note

  1. Un contratto pirata è un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro stipulato da sindacati privi di reale rappresentatività, che introduce trattamenti economici inferiori e non assicura adeguate tutele ai lavoratori.
Foto di copertina: Jose Antonio Gallego Vázquez, Unsplash.com